17 Luglio Lug 2019 0830 17 luglio 2019

Joe Barbieri ha dedicato un album a Billie Holiday

'Lady Day' è scomparsa il 17 luglio 1959, ma l'eredità della regina del jazz, che con Strange Fruit diventò la paladina dei diritti degli afroamericani, è viva ancora oggi. L'intervista di LetteraDonna. 

  • ...
Billie Holiday Joe Barbieri

Della regina del jazz Billie Holiday, artista afroamericana nata a Philadelphia nel 1915, Eric J. Hobsbawm scrisse che aveva «una voce irresistibile, sottile, ghiaiosa, il cui umore naturale era un accoglimento voluttuoso e non rassegnato delle pene d’amore». La sua vita fu molto travagliata: poverissima nell’infanzia, conobbe la discriminazione razziale, l’abuso di droghe, la violenza degli uomini, la prostituzione. E si spense a soli 44 anni. Gli U2 le hanno dedicato Angel of Harlem e Lady Day si intitola una canzone di Lou Reed, mentre Amy Winehouse incise nel 2003 la cover di (There Is) No Grater Love. A 60 anni dalla sua scomparsa, avvenuta in un ospedale di New York il 17 luglio 1959, Il cantautore italiano Joe Barbieri l’ha omaggiata con il suo ultimo album, Dear Billie. «Ero un ragazzino che strepitava nel tentativo di formarsi. Ascoltavo sostanzialmente dei dischi noiosi degli Anni 60 mischiati alla musica del mio tempo», racconta a LetteraDonna ricordando l’inizio di una grande passione: «Poi, in quel marasma di brufoli e incertezze ancestrali, qualcosa attirò la mia attenzione: fu un disco di un mio cugino molto più grande, in esso c’era una voce che mi diceva ‘Io ti capisco, andrà tutto bene, ti sono vicino’. La voce era ovviamente quella di Billie Holiday, l’album Lady In Satin».

Joe Barbieri.

DOMANDA. Cosa distingue Billie Holiday dalle altre interpreti jazz della prima metà del Novecento?
RISPOSTA.
In Billie c’è una purezza virginale di fondo che l’ha accompagnata durante tutta la sua carriera. Non so esattamente in quale aspetto di lei si noti di più, ma io sento il dolore che l’ha attraversata, le brutture che la Holiday ha dovuto patire. Nel mio immaginario hanno quasi costruito intorno una patina di intoccabile purezza che io avverto in qualunque delle sue registrazioni: dalle prime fino alle ultime.

Che innovazioni ha portato nel jazz?
Billie, come Chet Baker, ha reinventato il modo di usare il microfono, di ‘porgere’ la voce, che non aveva più necessità di essere propagata attraverso un forte volume di emissione, ma poteva essere regalata con levità, puntando alle sfumature, ai dettagli. Già in questa rivoluzione tecnica potrei dire che sta una delle origini del modo totalmente rinnovato di cantare il jazz che Billie Holiday ha consegnato all’eternità.

A 60 anni dalla morte, cosa resta della sua musica?
L’universalità della sua arte. Billie ha una cifra totalmente riconoscibile che sa risuonare nell’animo di chi l’ascolta anche alla distanza di così tanti anni dalla sua scomparsa. Vede, mio padre non è un cultore del genere, eppure davanti ad un brano di Lady Day si ferma, è come ipnotizzato: credo lo comprenda intimamente, perché quella voce vibra dentro di lui, perché gli racconta qualcosa di sé stesso che nemmeno lui sapeva. L’eterna eredità della Holiday è proprio questa.

Qual era il rapporto di Billie Holiday con l’improvvisazione?
Essenzialmente, per me Billie è il modo di condurre la melodia, è lì che lei fa la vera magia: nello scegliere quali sillabe dilatare, quando farlo, che pause prendere. Questo tipo di improvvisazione nel riscrivere i temi è il suo vero e innegabile punto di forza. A differenza della quasi totalità delle sue colleghe contemporanee lei è una ‘minimalista del jazz’, una cantante che ha necessità di pochissimi colori sulla tavolozza per poter ridipingere ogni volta in maniera diversa un quadro che magari a noi pareva ormai invariabile.

Cosa può dirci della figura di Billie Holiday come paladina dei diritti degli afroamericani?
Leggendo il libro di John Szwed (Billie Holiday, Il Saggiatore, ndr) ma soprattutto la sua autobiografia (Billie Holiday, La Signora canta il Blues, Feltrinelli) risulta lampante quanto la battaglia che Billie ha dovuto condurre contro i soprusi che le sono stati riservati in quanto nera e per di più donna sia stata totale. Da bianchi occidentali del XXI secolo possiamo immaginare solo marginalmente cosa potesse significare vivere in quel contesto, per quanto il razzismo che permea questi nostri anni ne sia una versione rivista e (s)corretta abbastanza rappresentativa. Eppure le storie che girano su di lei sono davvero atroci.

Strange Fruit, considerata la prima ‘invocazione gridata’ contro il razzismo, nel 2019 compie 80 anni.
Billie la eseguì per la prima volta nel 1939, quando lei di anni ne aveva solo 24 ma aveva già visto passare attraverso i suoi occhi un universo di vessazioni e di violenze. Per sé stessa e per la sua comunità. Nella copertina del mio album, così come nell’unico inedito del disco che ho scritto per lei, una sorta di lettera che le ho indirizzato, ho immaginato una Billie eternamente ragazza, eternamente pura, al riparo da ogni cosa. Realizzo solo ora che forse, con questo disco, avrei solo voluto proteggerla.

Quali sono i tratti della personalità di Billie Holiday che la affascinano di più?
Proprio questo suo passare attraverso il dolore con dignità. La ascolto cantare, e mi pare di vederla: testa alta, cuore in subbuglio eppure fuori un infinito decoro, un garbo nel dolore che è una lezione per chiunque.

La sua figura è abbastanza conosciuta dalle nuove generazioni?
Billie ha un codice espressivo talmente potente che chi ama il jazz, pur essendo magari giovane, non può non cadere preda della bellezza della voce della ragazza triste di Baltimora. Ma va oltre il jazz: è uno specchio drammatico in cui chiunque, se anche per puro caso ci si trova riflesso, viene catturato per sempre, perché vede in esso qualcosa di sé che mai avrebbe sospettato esistere.

Abbiamo capito, lei ama Billie Holiday. Ma perché ha deciso di dedicarle un album?
Perché anche io, come tantissimi ai quattro angoli del mondo, sono caduto preda di questa magnifica piccola donna e della sua magia. Ascoltandola, ho sentito di conoscerla da sempre, l’ho percepita quasi come un’amica, una confidente. E negli anni, se vogliamo, lo è stata davvero, essendo stati i suoi dischi testimoni di molti momenti angolari della mia vita. Con questo mio album ho voluto semplicemente dirle grazie e ridurre almeno minimamente l’incolmabile debito che sento di avere con lei.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso