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Diritto all'aborto

28 Giugno Giu 2019 1818 28 giugno 2019

Che cos'è Aborto al Sicuro, proposta di legge al vaglio in Lombardia

Le richieste della campagna promossa dall'associazione Luca Coscioni e dai Radicali Italiani che deve essere approvata dal Consiglio regionale. Intervista alla coordinatrice Sara Martelli.

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Aborto Al Sicuro Lombardia

In Lombardia abortire non è così semplice: i posti per farlo esistono, ma molto spesso arrivare anche solo ad avere un primo appuntamento è una vera e propria corsa a ostacoli tra tempi burocratici infiniti, rimbalzi continui, colloqui umilianti e giudizi morali più o meno manifesti. Già, perché in una delle regioni più ricche d’Italia, l’IVG sembra essere ancora qualcosa di cui vergognarsi nonostante si tratti, oltre che di un diritto, di un fenomeno tutt’altro che di nicchia. Lo dicono i dati ufficiali diffusi dal Ministero della Salute: in Italia decide di ricorrere all'interruzione di gravidanza almeno una volta nella vita a una donna su cinque. Un numero già di per sé significativo ma sicuramente inferiore alla realtà considerati gli interventi clandestini, che sfuggono al monitoraggio delle statistiche, ma sono in costante aumento. «Le storie di chi ha vissuto tale esperienza sono tutte diverse, ma sono accumunate dal peso della colpevolizzazione sociale e dalla solitudine», ci racconta Sara Martelli, coordinatrice della campagna Aborto al sicuro promossa dall'associazione Luca Coscioni e dai Radicali Italiani. L'obiettivo, attraverso un comitato trasversale che abbraccia molte sigle politiche e non, è vedere riconosciuto ovunque il diritto ad un’interruzione volontaria di gravidanza in sicurezza. In Lombardia la campagna ha raccolto oltre 8.400 firme sotto una proposta di legge di iniziativa popolare, ora al vaglio delle Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione.

DOMANDA. La pratica è prevista dall’ordinamento giuridico italiano dal 1978. Dover arrivare a un progetto del genere sembra un paradosso.
RISPOSTA.
È vero. Ma sappiamo tutti che l’applicazione della legge 194 segue percorsi diversi a seconda dei luoghi e spesso è garantita solo dalla sensibilità e volontà del singolo medico o unità operativa.

Cosa che non capita per nessun’altra emergenza sanitaria.
Esatto perché i non obiettori sono sempre meno, soprattutto in certe zone. E poi c'è anche un'altra criticità enorme: l’impossibilità di sapere se un medico lo sia, a meno che non sia lui stesso a dichiaralo rinunciando a quel diritto alla privacy che, con un'altra iniziativa al Garante, chiederemo sia eliminato perché non tutela un’informazione solo personale, ma un modo di operare che impatta significativamente sulla paziente.

Quali sono le regioni più problematiche da questo punto di vista?
Il caso più eclatante è quello del Molise, dove un unico ginecologo pratica l'IVG. Questo obbliga a percorrere spesso molti chilometri per incontrarlo, sempre con la speranza che l’ambulatorio non sia troppo affollato o il medico non sia in ferie senza sostituti. In tante altre zone del Sud la situazione non è molto differente, ma nemmeno in Lombardia purtroppo.

E qui entra in gioco la campagna.
Sì. Continuare solo a parlarne non è più sufficiente: serve un’azione concreta. Ci abbiamo messo due anni ma alla fine, grazie a un lavoro di squadra che ha coinvolto tantissimi operatori del settore e non, abbiamo individuato le criticità maggiori e le proposte per arginarle.

Qual è l’aspetto più urgente da rivedere?
Oltre a quello strettamente medico legato alla modernizzazione di procedure e strumenti e alla gestione dei casi particolari direi il lato organizzativo, totalmente allo sbando. Viviamo in un sistema dove chi lavora in ospedale non sa cosa succede nei consultori e viceversa. Per questo chiediamo che ci sia dialogo tra le strutture che devono comunque essere monitorate per capire se riescono a rispondere alle esigenze delle pazienti.

Che ruolo spetta ai consultori?
Quello di presa in carico della richiesta di aiuto e di primari coadiutori delle attività ospedaliere. Ognuno inoltre, insieme agli ambulatori, dovrebbe essere in grado di fornire informazioni chiare e tempestive e prendere appuntamenti su tutto il territorio senza imporre estenuanti ricerche o code, come invece accade oggi.

Un altro punto sul quale puntate molto è quello dell’aborto farmacologico, praticato solo nell'8% delle strutture lombarde.
In tutta Italia siamo indietrissimo da questo punto di vista ed è inspiegabile visto che in molti Paesi questo tipo di opzione è la più utilizzata (in Svezia addirittura nel 90% dei) da decenni. Di fronte a un’innovazione medica si abbandona sempre il metodo considerato meno appropriato, ma quando si parla di interruzione di gravidanza questo sembra non valere.

Perché?
È soprattutto una questione ideologica che si esprime secondo un'inutile finalità vessatoria: «Vuoi abortire? Almeno soffri sottoponendoti a un intervento». Senza contare che il percorso chirurgico costa circa quattro volte di più rispetto a quello farmacologico. Probabilmente l'idea è che complicando la pratica si riesca a impedirla. E poi esiste un problema di tempistiche diverse da non sottovalutare.

Che significa?
L’opzione farmacologica in Italia è prevista solo fino alla settima settimana (altrove le settimane sono nove, ndr) e nei casi, non rari, in cui si riesca a garantire un appuntamento tempestivo, viene scartata a favore dell’intervento che a sua volta diventa corsa per rientrare nelle dead line previste dalla legge. È impensabile rischiare di non poter abortire a causa di slittamenti burocratici o di doverlo fare per forza nel modo più invasivo.

Cosa proponete quindi?
Di porre medici e pazienti sempre in condizione di scegliere il metodo più appropriato al caso, eliminando anche l’obbligo di ricovero per il farmacologico in favore del day hospital. Inoltre alcune fasi della procedura potrebbero avvenire addirittura presso il consultorio. In questo modo si risparmierebbero anche molti soldi da destinare a cause più utili come campagne di informazione per evitare gravidanze indesiderate e soprattutto contraccezione gratuita ad una fascia sempre più ampia di donne.

In un quadro così complesso non stupisce che molte si affidino alla clandestinità.
Sono sempre più quelle che si presentano al Pronto Soccorso con i sintomi di un aborto casalingo, soprattutto giovanissime o straniere che faticano a districarsi tra burocrazia e ostracismi italiani. La soluzione più semplice a loro sembra quella di ricorrere a farmacie online o persone non abilitate ma il rischio per la salute a volte è alto. La nostra iniziativa è nata anche per ridurre eventi come questi.

Quali sono i prossimi step previsti?
L’approvazione della legge in Lombardia per la quale serve non solo l’appoggio della minoranza in Consiglio, ma almeno anche di parte della maggioranza, che spero si renda conto che sul rispetto delle norme dello Stato non dovrebbero esistere fazioni di partito ma solo unità di intenti. Poi inizieremo a muoverci nel resto del Paese: abbiamo già consegnato il testo agli uffici legislativi di Lazio, Marche e Liguria e lo stiamo preparando per le regioni rimanenti partendo da Emilia Romagna e Toscana.

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