27 Giugno Giu 2019 1903 27 giugno 2019

L'ex étoile Liliana Cosi racconta a LetteraDonna il 'suo' Nureyev

Si è esibita insieme al 'Tataro Volante' alla Scala e nei principali teatri d'Europa, stringendo con lui un rapporto fraterno: «Rudolf era una persona davvero generosa». 

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Nureyev Film Liliana Cosi 1

Il 27 giugno debutta nei cinema italiani Nureyev – The White Crow. La pellicola, diretta da Ralph Fiennes e con Oleg Ivenko nel ruolo principale, racconta la vita del più grande ballerino del XX secolo che, nato in un vagone sulla Transiberiana e diplomato al Teatro Kirov dell’allora Leningrado, nel 1961 scelse di chiedere asilo politico alla Francia tallonato dal Kgb durante una tournée in Europa. Un divo assoluto, Rudolf Nureyev, che cambiò per sempre il mondo della danza e la sua percezione globale, scomparso troppo presto e passato alla storia come un fenomeno dal carattere difficile: «Ho ballato con lui non solo a Milano, prima ne La bella addormentata nel bosco e poi ne Il lago dei cigni, ma anche in tournée in tutta Europa e in programmi Rai», racconta a LetteraDonna l’ex étoile Liliana Cosi ricordando il 'Tataro Volante': «Fu proprio lui a chiedere alla direzione della Scala, di poter lavorare con me: abbiamo avuto una bellissima collaborazione artistica».

DOMANDA. Accadeva nel 1969. Come fu ballare con lui?
RISPOSTA. Durante le prime prove insieme a Nureyev, che avevo già conosciuto quando ancora non ero prima ballerina, provai un certo senso di inferiorità. Ma durò poco: fin da subito si creò un rapporto alla pari, forse perché parlavo la sua lingua, avendo vissuto a lungo a Mosca, e poi in fin dei conti avevamo imparato entrambi La bella addormentata nel bosco in Russia: io al Bolshoi, lui al Kirov.

Che persona era Nureyev?
Troppo spesso ne vengono ricordati solo i difetti. Rudolf era una persona complessa, senza dubbio, ma era soprattutto un grandissimo professionista e un uomo onesto. Lavorava in qualsiasi condizione, mettendo la danza sopra a tutto. E quando trovava una partner che le pensava come lui, ci andava d’accordo, proprio come è successo con me. Avevamo un rapporto quasi fraterno.

Ci può raccontare qualche aneddoto del vostro rapporto?
Una volta, prima di andare in Rai per registrare il passo a due de La bella addormentata nel bosco, mi disse di portare i costumi di quel balletto, ma di usare l’acconciatura de Lo schiaccianoci, perché mi stava meglio: tra étoile e primi ballerini certe attenzioni sono rarissime. In generale, quando ballavamo insieme Nureyev si è sempre dimostrato molto generoso nei miei confronti e pronto a dare una mano, quando ce n’era bisogno, come quella volta in Spagna.

Siamo pronti per un altro aneddoto.
Qualche anno prima eravamo in tournée con l’American Classical Ballet. Durante la cena mi dicono che avrei dovuto ballare il Don Chisciotte, insieme al primo ballerino tedesco, perché la prima ballerina se n’era andata. Non conoscevo nemmeno la coreografia, così dissi a Nureyev: «Lo faccio, ma se è lei che me lo insegna», perché non mi andava di impararlo da un tedesco qualsiasi. Erano le 4 di notte, in Spagna gli spettacoli iniziano molto tardi: la mattina dopo, alle 11, ero in sala prove con lui che mi insegnava il passo a due.

Prima ha accennato ai balletti trasmessi in tivù. Le bizze di Nureyev in Rai sono passate alla storia…
Le ‘pazzie’ di Nureyev durante le registrazioni del programma Teatro 10 erano in realtà richieste legittime. La Rai aveva procurato una musica troppo veloce, sulla quale non era possibile fare la variazioni de La bella addormentata nel bosco, dunque si impuntò rifiutandosi di registrare fino a che non fosse stata disponibile una base più lenta. Alla fine la Rai riuscì a far venire l’intera orchestra, che registrò i 58 secondi della variazione. Rudolf voleva anche fare da regista, pretendendo che i cameraman facessero esattamente ciò che indicava, ma solo perché sapeva come il balletto dovesse essere ripreso. La Rai non lo chiamò più. E così oggi esiste una sola registrazione di Nureyev sulla tv italiana, quella del 1972 presentata da Alberto Lupo, in cui balla insieme a me, che però non è disponibile sul web per motivi di copyright.

Le vengono in mente altri suoi comportamenti eccessivi, ma in fin dei conti giustificati?
Beh, una volta tirò una sedia a una ragazza, membro del sindacato credo, che si stava lamentando perché era l’una di notte e ancora stavamo facendo le prove. Mica siamo metalmeccanici, che dobbiamo andare a casa all’orario prestabilito. Da artista, se sfori di qualche minuto mica cambia il mondo. Certo, Nureyev avrà avuto qualche scatto d’ira, ma non perché era matto, bensì un grande professionista.

Nureyev è stato il più ‘divo’ di tutti. Ma era davvero il più grande?
Avendo lavorato a lungo nell’Unione Sovietica, sapevo che là il livello dei ballerini era altissimo. In Occidente invece non conoscevamo la tecnica maschile russa e lo abbiamo fatto grazie a lui. In più Nureyev aveva una storia particolare, con la richiesta d’asilo politico, e una personalità sopra le righe. Ma il suo successo fu interamente meritato: nel corso della carriera ha tenuto sempre un livello altissimo, senza sedersi mai sugli allori.

Come affrontò l’inevitabile declino fisico, accelerato ovviamente dall’Hiv?
Negli Anni 80 portò il Don Chisciotte a Reggio Emilia, città dove mi sono stabilita dopo essermi licenziata dalla Scala e ho fondato una mia compagnia. Fu uno spettacolo penoso, con il pubblico che applaudiva impazzito senza capire niente. Nureyev, probabilmente già malati, era magro e non riusciva a ballare bene. Lo andai a trovare in camerino, senza sapere cosa dirgli, perché avevamo un rapporto troppo onesto per dire bugie. Era da solo. Mi guardò e mi disse: «Ho tolto gli specchi dalle sale». Lui stesso non sopportava più di vedersi in quel modo.

Un ricordo che la dice lunga sul vostro rapporto.
Ha detto la verità a me, che non vedeva da anni, perché era circondato da persone interessate solo ai soldi. Non da veri amici. «A 40 anni smetto con il classico», aveva detto, e invece continuò a lavorare spinto da gente che non voleva il suo bene. Quando ho saputo della sua morte ho pregato molto per lui.

Andò al suo funerale?
Sì, e sa una cosa? Io e Marinel Stefanescu eravamo gli unici primi ballerinei presenti alle esequie, celebrate nel foyer dell’Opéra Garnier di Parigi. Di tutte l’étoile con cui aveva ballato, c’ero solo io. Pensavo di trovarne una folla e invece no: Nureyev non serviva più.

Nureyev viene ricordato anche per i suoi eccessi. Ma la vita di una ballerina è fatta soprattutto di sacrifici, esatto?
Dipende cosa si intende per sacrificio. Anche avere un figlio lo è, ma dà gioia. In fondo le ballerine fanno un mestiere che amano e senza il quale non potrebbero vivere. Quando ero in Russia dicevano che era peggio che fare lo scaricatore di porto. Ed era vero. È un lavoro pesantissimo, capace però di regalare momenti di bellezza, leggerezza e armonia al pubblico. La prima volta volta che ho ballato a Mosca il pubblico mi diceva «Grazie! Grazie!». E questo ti ripaga di tante fatiche.

A proposito, lei ha vissuto, forse un po’ in una bolla, l’Unione Sovietica degli Anni 60. Che ricordi ha?
Vivevo in un mondo privilegiato, fatto di sale prove meravigliose, teatri strapieni, spettacoli di livello altissimo e grande interesse per la danza: le persone conoscevano i ballerini come oggi conosciamo i calciatori. Mi pagavano regolarmente e quindi andava bene. Ma vedevo che fuori stavano male, che mancava la libertà: al Bolshoi, ad esempio, ogni lunedì c’era la lezione di socialismo scientifico e chi la saltava prendeva una nota.

In tanti anni di carriera, qual è il ruolo a cui è rimasta più affezionata?
Il primo da prima ballerina, ottenuto a 23 anni, mentre ero al Bolshoi di Mosca per un corso perfezionamento. La direzione decise di darmi la parte principale ne Il lago dei cigni, quando alla Scala avevo un contratto come ballerina di fila. Era il 1965 e la mia carriera cambiò: in Italia ci furono titoli sui giornali come ‘Una milanesina al Cremlino’ e ‘Un cigno italiano ha conquistato l’Urss’. Tra l’altro stiamo parlando del balletto che più volte mi ha visto danzare in coppia con Nureyev.

Senta, in un periodo dove a volte si esagera con il politicamente corretto, è giusto dire che per fare balletto serve un certo fisico?
Certo che è giusto. Chi ha la mano piccola e anchilosata non può suonare il pianoforte. Per danzare occorrono le giuste proporzioni, altrimenti c’è anche il rischio di farsi male. Vogliamo mettere in scena una ballerina con le gambe corte e la testa grande? Non esiste. In tutte le forme artistiche è così: il corpo è il nostro strumento, per cui deve avere forme adatte. Se Roberto Bolle ha fatto la carriera che ha fatto lo deve al suo fisico, no?

C’è qualche altro ballerino in attività che apprezza in modo particolare?
Ci sono tanti bravi ballerini, ma essere un’artista è un’altra cosa. Ne nascono di rado. Gli artisti sono quelli che sul palco si trasformano. Bolle ad esempio è bravissimo, ma quando danza resta Bolle.

E Nureyev?
Beh, lui era un po’ diverso. Tutt’altro carisma.

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