25 Giugno Giu 2019 1527 25 giugno 2019

Bimba uccisa a Cremona: gli errori che hanno portato alla tragedia

Gloria viveva da mesi in una casa protetta con la madre. Il padre violento ha avuto la possibilità di incontrarla, da solo, e l'ha uccisa. L'opinione di Marcella Ulivi, presidente della Cadmi. 

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Sabato 22 giugno l’Italia è stata scossa da un terribile episodio di violenza: l’uccisione a Cremona della figlia di due anni da parte del 37enne di origini ivoriane Jacob Danho Kouao, che ha accoltellato la piccola Gloria prima di tentare il suicidio. Una tragedia, se non annunciata, decisamente evitabile. Come hanno ricostruito gli inquirenti, infatti, la bambina era stata affidata al padre per qualche ora mentre la madre, anche lei originaria della Costa d’Avorio, era rimasta nella casa protetta dove viveva con la figlia da gennaio: la coppia è infatti in fase di separazione a seguito di un’aggressione durante la quale Jacob ha preso a calci e pugni la moglie, rompendole addirittura un timpano. L’uomo, per il quale non risultano condanne o provvedimenti a carico, non aveva accettato la separazione e si lamentava perché non poteva vedere la figlia: lo ha fatto sabato, quando è stato lasciato colpevolmente da solo con lei nella sua abitazione.

UNA STORIA, TANTE DOMANDE

È evidente. Qualcosa è andato storto. «La notizia sollecita molte domande e fa emergere lacune vistose nella filiera degli interventi a sostegno della donna e dei minori che hanno subito abusi. La metodologia e la pratica dei centri antiviolenza non si può improvvisare: conoscere il fenomeno, intervenire ascoltando le donne e valutare i rischi specifici di ogni situazione sono passaggi imprescindibili per salvare la vita delle donne che subiscono violenza e dei loro figli. I centri denunciano da anni il pericolo di affidare interventi antiviolenza a strutture e persone non preparate ad affrontare e prevenire i rischi […] È inaccettabile che, dopo tanta formazione a tutti gli attori coinvolti nelle politiche antiviolenza, ci si trovi per l’ennesima volta di fronte a un violento cui viene data la possibilità di agire ancora senza controllo.», dichiara in un comunicato l’avvocata Manuela Ulivi, presidente della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano (Cadmi), che alla fine della nota si pone alcune domande, più o meno retoriche: perché non è stata emessa una misura cautelare nei confronti di Jacob Danho Kouao? Chi ha permesso al padre di incontrare la bambina? Perché non sono state attivate le organizzazioni che sul territorio si occupano di violenza contro le donne? Abbiamo provato a rispondere insieme a Ulivi, che raggiunta telefonicamente da LetteraDonna ‘attacca’ subito: «Nel 2019 come si può rimettere una bambina nelle mani di un padre del genere? Non possiamo che essere indignate, dopo oltre 30 anni di lavoro contro la violenza».

LE COLPE DI CARABINIERI E MAGISTRATI

Per quanto riguarda la mancata misura cautelare, «non è possibile che chi ha in mano una denuncia per abusi, dal carabiniere al magistrato, non si ponga il problema del pericolo, mettendo in sicurezza le donne e i loro figli», spiega Manuela Ulivi, sottolineando come la madre della piccola Gloria si fosse in effetti rivolta alle Forze dell’Ordine, incapaci poi (chissà perché) di indirizzarla verso un centro adeguato, che a sua volta avrebbe potuto fornire gli strumenti per chiedere i giusti provvedimenti, senza dimenticare «le responsabilità da parte di Pm e Gip, che hanno comunque l’onere di valutare se il reato possa o meno continuare, predisponendo nel caso una misura cautelare». Certe domande, insiste la presidente della Cadmi, «andrebbero girate a Silvia Piani, assessore regionale alle Politiche per la famiglia, genitorialità e pari opportunità, che si vanta tanto di avere 40 centri e 18 reti interistituzionali antiviolenza», che a suo modo di vedere potrebbe spiegare cosa non è andato per il verso giusto. Un’idea, intanto, Ulivi ce l’ha: il ‘Focolare Guido Grassi’, che stava dando ospitalità a Gloria e a sua mamma, «non figura nell’elenco dei centri antiviolenza presente sul sito della Regione Lombardia».

UN'ERRATA VALUTAZIONE DEL PERICOLO

«Una donna maltrattata non ha bisogno solo di un letto, ma di tante attenzioni affinché la violenza non si ripresenti», spiega a LetteraDonna Ulivi, che nel caso di Cremona non vede mancanza di adeguata preparazione da parte degli operatori, ma piuttosto «insensibilità o errata valutazione del pericolo, che ormai viene sottovalutato». A forza di parlare di violenza di genere, cosa in teoria positiva per chi vuole combatterla, «qualcuno si è assuefatto, mentre sono in tanti a pensare che le donne si inventino gli abusi per farla pagare agli ex compagni».

BIGENITORIALITÀ VS SICUREZZA DEI BAMBINI

Pensando al caso di Cremona, e non solo, è prassi consolidata che a un padre violento venga concesso di incontrare i figli? «Con un madre che ha denunciato gli abusi e che si è allontanata a seguito dei maltrattamenti, non è normale accompagnare senza nessuna sicurezza i minori dal padre». Se ci sono le condizioni, gli incontri possono dunque avvenire, magari in spazi neutri e sempre in presenza di operatori. Definito quello di Federico Barakat un «caso eccezionale», Marcella Ulivi ricorda poi come ci siano «bambini piccolissimi che, dopo aver assistito agli abusi, esprimono chiaramente la volontà di non vedere i padri», ma che troppo spesso «si dà la precedenza alla bigenitorialità piuttosto che alla sicurezza dei figli». Con un’amara considerazione finale: «Purtroppo dire che il padre violento non ha diritto a incontrare il figlio, in un’aula di tribunale o nell’ambito dei servizi sociali, con Pillon e tutto il resto, oggi è come bestemmiare».

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