10 Giugno Giu 2019 1728 10 giugno 2019

Il libro che punta il dito 'Contro i figli' e i loro privilegi

Intervista a Lina Meruane, scrittrice femminista cilena e autrice di un pamphlet in cui critica i bambini, il ruolo del patriarcato e le mamme che rinunciano alla carriera.

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Lina Meruane Contro I Figli

Si può scrivere un libro contro i figli? La risposta è sì. L’autrice cilena Lina Meruane, che insegna letteratura latinoamericana e scrittura creativa alla New York University, lo ha fatto. Letteralmente, visto che dato alle stampe un pamphlet intitolato proprio Contro i figli (in spagnolo Contra los hijos, edito in Italia da La Nuova Frontiera). Il tema attorno a cui ruota è spinoso e femminista: la donna, nella società patriarcale in cui viviamo, è praticamente obbligata ad avere figli. Prima mamma, poi si vedrà, insomma. «La liberazione femminile ha incontrato un ostacolo sociale per cui è difficile dire no ai bambini, così come al loro nutrimento, alla loro protezione e al loro divertimento, con buona pace del tempo libero e del benessere dei genitori», spiega Lina Meruane, che nel libro punta il dito contro il patriarcato e che, all’inizio della chiacchierata con LetteraDonna, fa subito una precisazione.

DOMANDA: Lei è sempre stata contro i bambini?
RISPOSTA:
In realtà non lo sono mai stata. Sono contraria a ciò che significa crescerli nella vita di una donna. Insomma, di per sé non sono contro quei piccoli esseri umani, ma contro la posizione privilegiata che i figli e le figlie occupano oggi nelle nostre società e nelle nostre famiglie.

Che privilegi hanno i figli?
Oggi, ancor più di prima, i bambini hanno più diritti dei loro genitori e pochissimi doveri, se non nessuno. Sono intoccabili, fanno tutto quello che vogliono, nessun alcun limite loro imposto. Le dirò di più: molti bambini stanno diventando clienti dei loro genitori, invece che membri alla pari della famiglia. Questo, naturalmente, non è semplicemente accaduto: è stata bensì imposta una nuova idea dell'infanzia e del ruolo dei bambini nella società.

Nel libro parla di «bambini tiranni». Ma in passato le donne facevano molti più figli. Prima sì che erano sempre incinte e impegnate a crescerli…
Non potevano evitarlo anche se avessero voluto, inoltre nelle aree rurali avevano effettivamente bisogno di bambini per aiutare nell'economia familiare. Il rapporto con loro era però molto diverso: per molto tempo l'infanzia fu un periodo molto breve nella vita di un essere umano e l'adolescenza non esisteva. Molto presto, i bambini avrebbero dovuto partecipare al benessere economico della famiglia.

Auspica un ritorno al passato?
Non sto suggerendo che dovremmo tornare al lavoro minorile e ancor meno allo sfruttamento minorile, quello che sto dicendo è che il ruolo dei bambini era molto diverso. Non erano protetti, o troppo protetti, come lo sono oggi. Non gli veniva dato tutto ciò che chiedevano, anzi. Fino alla mia generazione, ci si aspettava che i bambini facessero la loro parte studiando, nessun genitore doveva aiutarli a fare i compiti o addirittura difenderli quando si trovavano in difficoltà a scuola. C'è stata una profonda trasformazione.

Insomma prima le donne non avevano scelta. E ora che ce l’hanno, fanno figli lo stesso.
La situazione per le donne era chiaramente molto difficile in passato, e la presenza di così tanti bambini era un ostacolo alle loro aspirazioni, che ora invece sarebbero libere di avere. Quello che ho notato nelle mie ‘contemporanee’, è che questa libertà non è arrivata.

«Nel pamphlet provo a capire perché per le donne di oggi è così difficile crescere figli e fare carriera».

Nel libro si arrabbia con le donne che rinunciano alla carriera per i figli.
Ma no, c’è solo un po’ di delusione, non rabbia… ci vuole ben altro per farmi arrabbiare. Nel pamphlet provo a capire perché per le donne di oggi è così difficile crescere figli e fare carriera: per questo vado indietro nel tempo cercando di individuare cosa è cambiato e come il patriarcato abbia sempre trovato modo di riportare le donne a casa. Le madri incontrano davvero molti ostacoli.

E ci è riuscita?
Sì, in modo sarcastico ma arrivando comunque in fondo. Ho individuato diversi tipi di risposte alla pressione per procreare, crescere un figlio e guadagnarsi da vivere con scarsa cooperazione sociale e collaborazione domestica: dalle madri che abbandonano tutto, che chiamo madres-totales, per prendersi cura dei loro figli a quelle mamme professioniste che cercano di sconfiggere ogni tipo di critica e senso di colpa diventando super-donne: super-mogli, super-madre, super-lavoratori, super-tutto.

Quella per la non-maternità è l’ultima battaglia che le donne devono vincere? Da questo punto di vista, nel corso dei secoli non è davvero cambiato niente.
Magari fosse l'ultima, o quella più dura! Il diritto di non avere figli, di non dover subire pressioni in così tante forme, visibili e sottili, può essere difficile, è duro da ottenere, in alcuni luoghi più che in altri. Ma le femministe stanno affrontando sfide ancora più urgenti: la violenza di genere è in aumento, con un numero allarmante di femminicidi, abusi e stupri. Ci sono poi discriminazione di genere, gender gap, diritto all’aborto…Tutto fa parte di un meccanismo di controllo messo in atto dal patriarcato.

La nostra società è così patriarcale?
Assolutamente sì. Anche se le donne stanno meglio che in passato, gli uomini mantengono in gran parte i loro privilegi e non vogliono privarsene. La maggior parte degli uomini non può nemmeno accettare il disagio di avere donne che parlano per denunciare ciò che hanno sofferto storicamente e soffrono nel presente, nella loro vita quotidiana a casa e al lavoro.

«Il punto degli antiabortisti è che la vita del bambino, anche quando non è ancora nemmeno un essere umano, è più importante di quella della donna che lo porta in grembo».

Lei vive negli Stati Uniti, dove stanno passando leggi molto restrittive riguardo l’aborto. Che ne pensa?
Anche questo fa parte dell’imposizione della maternità. Il punto degli antiabortisti è che la vita del bambino, anche quando non è ancora nemmeno un essere umano, è più importante di quella della donna che lo porta in grembo. Il fatto che lei possa essere stata violentata, che la sua vita sia in pericolo, che non voglia essere madre, perché magari single, che non abbia i soldi per crescerlo, non sembra avere importanza. Il problema riguarda poi le donne più povere, perché quelle che hanno denaro possono sempre andare ad abortire all’estero. Usare falsa scienza e le false argomentazioni, costringendo le donne a una vita che non hanno scelto, è spaventoso.

Che cosa significa oggi essere femminista?
Significa pensare alla situazione delle donne e di altre persone vulnerabili, che non godono dei nostri stessi privilegi. Vuol dire combattere per migliorare la vita degli altri. E personalmente, usare ogni piccolo spazio pubblico che mi è concesso per sensibilizzare.

Che consigli sente di dare alle future mamme?
Di tenere aperti gli occhi, prendere coscienza e resistere ai discorsi coercitivi che circondano la maternità e il ruolo delle donne. Siamo di fronte a una svolta molto conservatrice, in cui i nostri diritti vengono ristretti se non sconfessati: la ‘richiesta’ di fare bambini è un sintomo di tutto ciò.

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