7 Giugno Giu 2019 1656 07 giugno 2019

Rita Guarino: «Italia, puoi essere la sorpresa del Mondiale»

Il viaggio interminabile, l'emozione dell'esordio, il gol alla Norvegia. Abbiamo ricordato con l'allenatrice della Juventus Women la prima storia spedizione azzurra del 1991 in Cina.

  • ...
Mondiale Calcio Femminile Rita Guarino

Il grande giorno è arrivato: il 7 giugno inizia in Francia il Campionato Mondiale di calcio femminile. E questa volta c’è anche l’Italia, Nazionale che mancava l’appuntamento dal 1999 ma che aveva partecipato alla prima edizione in assoluto, nel 1991 in Cina. Di quella storica spedizione azzurra fece parte anche l’attuale allenatrice della Juventus Women Rita Guarino, una «seconda punta generosa, che giocava per la squadra» (parole sue), mettendola però in rete spesso e volentieri (lo aggiungiamo noi). Capace di affermarsi nel corso della carriera come una delle giocatrici più forti della sua generazione, all’epoca era una 20enne di belle speranze per cui la convocazione, racconta a LetteraDonna, fu una vera sorpresa: «Ero appena salita in Serie A con la vecchia Juventus Torino, vincendo il titolo di capocannoniere, ma non ero mai stata chiamata prima nella Nazionale maggiore».

Rita Guarino contro il Messico nel 1999.

DOMANDA: E allora come che riuscì a entrare in quel gruppo?
RISPOSTA:
Per caso. Poco prima del Mondiale, era stata organizzata una doppia sfida Italia-Francia, tra nazionali maggiori e Under 21. Con appena qualche presenza in Serie A, io ero già felice di fare il mio esordio con le giovani. Poi nella partita delle ‘grandi’ si infortunò la titolarissima Antonella Carta: il ct Sergio Guenza mi convocò al suo posto prima per una partita di qualificazione agli Europei e poi per il Mondiale. Fu una cosa talmente inaspettata che per andare in Cina dovetti anche lasciare il posto di lavoro.

Era la più giovane di tutte. In che squadra fu ‘catapultata’?
Era una nazionale veramente forte. Oltre a Feriana Ferraguzzi, il mio idolo insieme a Carolina Morace, ne facevano parte anche Adele Marsiletti e Raffaella Salmaso, così come portieri come Stefania Antonini e Giorgia Brenzan. Ho avuto la fortuna di poter stare in squadra composta da giocatrici di grande esperienza, talento e spessore umano.

Immagino che all’epoca andare a giocare in Cina fosse, per una calciatrice, qualcosa di incredibile.
Beh, io fino a quel momento al massimo ero stata in Francia… Quel viaggio non fu solo importante dal punto di vista sportivo, ma anche come esperienza formativa, perché ci trovammo a essere immerse in una cultura completamente diversa dalla nostra.

Come fu il viaggio?
Interminabile. Facemmo scalo a Mumbai e poi atterrammo a Hong Kong. Da lì altre tre ore in battello, con qualcuno si sentì anche male… Nel resort che ci ospitava a Jiangmen ci accolsero molto bene, con una festa in stile cinese. Peccato che i container con pasta, olio e parmigiano fossero rimasti a Hong Kong: per cinque giorni, proprio quelli in cui avevamo bisogno di mangiare in un certo modo per recuperare energie, ci dovemmo adattare alla cucina internazionale della struttura, che in realtà era solo cinese.

A parte questo, l’organizzazione fu all’altezza?
Perfetta, direi. La polizia ci scortava addirittura agli allenamenti, evitandoci di rimanere imbottigliate nel traffico che già allora era infernale. Quanto agli stadi, erano sempre pieni.

L’atmosfera negli spogliatoi com’era?
Io vivevo tutto come un sogno, come ho detto ero lì quasi per caso, ero un po’ la mascotte del gruppo. Erano le mie compagne le vere artefici di quell’impresa, in anni in cui l’Italia predominava in Europa e ben figurava nelle competizioni internazionali.

In effetti non giocò molto.
Dopo le prime tre partite con Germania, Taipei Cinese e Nigeria, che non posso dire di aver trascorso in panchina perché ero sempre in piedi a riscaldarmi (ride, ndr), esordii in nazionale nei quarti di finale contro la Norvegia. Stavamo perdendo 2-1 e mancavano pochi minuti alla fine. «A piccole’, adesso tocca a te», mi disse il ct Guenza.

E?
E dopo due minuti feci gol. Ferraguzzi tirò da lontano, il portiere non trattenne e io mi catapultai in area alla Pippo Inzaghi, per un tap in vincente. L’emozione più forte della mia vita, che poi mi ha spinto a fare la calciatrice di mestiere. O forse sarebbe meglio dire con la massima professionalità, visto che non siamo riconosciute.

Portaste la Norvegia ai supplementari, ma l’impresa poi sfumò. Un vero peccato.
Esatto, la partita sembrava ormai indirizzata ai rigori, poi una mia compagna fece un fallo ingenuo dentro l’area: penalty per la Norvegia, gol. Uscimmo così, perdendo 3-2, ma già sognare di farcela contro la Norvegia, che nel 1995 con quasi la stessa formazione vinse la seconda edizione del Mondiale, fu una cosa enorme.

Lei c’era anche nel 1999. Quello statunitense che Mondiale fu?
Un evento sicuramente più mediatico, che fece da volano per l’intero movimento con un boom di iscrizioni alle scuole calcio nei mesi successivi. Nel 1991 avevamo al seguito la Gazzetta dello Sport, ma di noi si parlava davvero poco. Nel 1999 in giocammo in stadi enormi e sempre pieni: fu in pratica una replica del Mondiale maschile del 1994, con squadre notevolmente evolute rispetto a otto anni prima. Ci toccò un girone di ferro con Germania, Brasile e Messico, che non riuscimmo a superare.

Come si spiegano gli anni bui vissuti in seguito dal calcio femminile in Italia?
Quello degli Anni 80 era un calcio femminile pionieristico, che però suscitava curiosità e fermento, in un Paese calciofilo come l’Italia. La Nazionale era l’espressione di un campionato competitivo, dove venivano a giocare anche atlete straniere. Questo è successo anche negli Anni 90, poi nel decennio successivo la Nazionale fallì la qualificazione ai Mondiali, facendo poi male anche agli Europei: venne a mancare il ‘traino’ azzurro, che dava visibilità a tutto il movimento.

Quando e come è nata la crescita attuale?
È necessaria una premessa. Tra il 2013 e il 2014 l’Under 17 ha vinto due medaglie di bronzo, prima agli Europei e poi al Mondiale. Ancora prima, nel 2008, l’Under 19 aveva addirittura vinto il Campionato Europeo. Qualcosa di buono era stato fatto, ma non sfruttato a dovere. A un certo punto c’è stata la riforma che ha portato all'entrata dei club professionistici nel calcio femminile: personalmente, sedere sulla panchina della Juventus è una grande responsabilità e motivo di orgoglio.

Cosa ha significato, per lei e il movimento, la partita Juventus-Fiorentina giocata all’Allianz Stadium di Torino?
È stata la realizzazione di un sogno, il coronamento di tutti i momenti in cui abbiamo lottato nel corso degli anni.

Rita Guarino.

Soprattutto a livello di club, il gap tra club italiani ed europei è ancora evidente. Come possiamo ridurlo?
Con tanta pazienza e lavoro. Occorre aumentare la competitività del campionato: nella stagione 2019/20 ci sarà anche l’Inter, bene così. Con più partite trasmesse in tv, riusciremo a scardinare i pregiudizi riguardanti il calcio femminile e, in questo modo, sempre più bambine si avvicineranno a questo sport, creando un bacino più vasto di talenti da cui attingere. Con la crescita sono sicura arriverà anche il professionismo vero e proprio, status che qualificherebbe le nostre atlete e che permetterebbe anche alle top europee di venire a giocare da noi.

I tempi delle «quattro lesbiche» sembrano davvero lontani.
Ma i pregiudizi ci sono ancora. Adesso la gente accetta che le donne possano giocare a calcio, ma non ha ancora abbandonato l’idea che sia uno sport da uomini e che le femmine che lo praticano siano ‘deviate’. Dovremmo riuscire a vedere le cose in modo meno limitato: il calcio femminile può tranquillamente affiancare quello maschile.

Torniamo al Mondiale. La ct Milena Bertolini ha fatto bene a convocare così tante juventine, ben otto (tra cui Cristiana Girelli)?
Ha fatto bene sì, sono tutte brave! Per me e la Juventus è sempre una soddisfazione quando le nostre ragazze vengono chiamate in una rappresentativa nazionale, sia essa quella italiana, straniera o under, perché portano il nostro club in giro per il mondo.

Chiudiamo con un pronostico. Dove può arrivare questa Italia?
Difficile dirlo, molto dipenderà dallo stato di forma. Intanto pensiamo a superare il primo turno, poi a seconda di chi si troverà di fronte… Di sicuro il Mondiale è un’opportunità da cogliere dopo 20 lunghi anni di attesa: grazie alla forza del gruppo l’Italia potrebbe essere la sorpresa del torneo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso