5 Giugno Giu 2019 1659 05 giugno 2019

Paolo Crepet su Noa Pothoven: «Spero non sia morta invano»

Secondo lo psichiatra, la storia della ragazza olandese vittima di abusi sessuali deve far riflettere in particolare i magistrati: «Lo stupro è una ferita che non si rimargina. Basta minimizzare». 

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Noa Pothoven Paolo Crepet

La storia di Noa Pothoven, la ragazza olandese che si è lasciata morire di fame e di sete, dopo aver trascorso anni in preda a depressione, anoressia e disordine post-traumatico da stress, ha fatto inevitabilmente il giro del mondo. Ha causato dolore, incredulità e polemiche, in quanto era stato presentato come un caso di eutanasia, in realtà negata alla 17enne, troppo giovane per decidere di morire. Dimostrando a chi non voleva capire che, sì, si può morire di stupro, alla fine Noa se n’è andata lo stesso, senza l’aiuto dello Stato, ma in casa, circondata dalla famiglia. Ne abbiamo parlato con lo psichiatra Paolo Crepet.

DOMANDA: Come giudica il comportamento della famiglia di Noa?
RISPOSTA:
La prima cosa da fare, in vicende del genere, è non giudicare. E io non lo faccio. Io non conoscevo Noa, non la conosceva lei, non la conosceva nessuno dei giornalisti che hanno parlato della sua storia. Per capire, bisognerebbe essere dentro a quella famiglia, alla sua sofferenza.

A Noa era stata negata l’eutanasia. Giusto, secondo lei?
Che solo le malattie del corpo e non quelle dell’anima possano portare all’eutanasia è un arbitrio. Non esistono solo sclerosi multipla a placche o tumori terminali. Ci può essere anche un penosissimo dolore psicologico che non ti fa vedere più nulla. È una cosa totalmente soggettiva.

Nel caso si trovi di fronte una paziente come Noa, cosa deve fare uno psichiatra?
Deve tentarle tutte. E forse di più. Dal punto di vista terapeutico è molto importante riuscire a ‘sfidare’ questa morte annunciata. È una cosa che nella mia vita professionale è capitata. A volte è andata bene, a volte no. Senza eutanasia, chiaramente.

Lo psichiatra Paolo Crepet.

Quanto è importante, per una vittima di abusi sessuali, l’aiuto della famiglia?
Se sei sola, è peggio, chiaramente. La psicoterapia cerca nei dintorni della vittima persone che possano essere dei punti di riferimento. Non necessariamente mariti, compagni e genitori: possono essere anche degli amici. Questa vicenda dà lo spunto per una riflessione: i giovani di oggi sono terribilmente soli. Hanno gli amici su Facebook, che però in questi casi non aiutano.

Noa ne aveva parlato, scrivendo addirittura un libro.
La scrittura è una forma di terapia, un’autoanalisi che però non ha avuto successo perché Noa ha reagito come la maggioranza delle vittime, ovvero facendosi del male. Si è punita privandosi di cibo e acqua, già in passato, annullando il suo corpo con l’anoressia. La prima reazione di una vittima non è quasi mai una reazione: è farsi ancora più male, dandosi in qualche modo la colpa.

Spesso le vittime non solo si danno la colpa, ma non parlano perché provano vergogna.
È comprensibile, considerando che non di rado ci sono pressioni e ricatti da parte della famiglia. Molto spesso il violentatore non è un estraneo che viene da chissà che parte del mondo: nella stragrande maggioranza dei casi è un parente. È più facile dire: «Ti sei inventata tutto» o «Figurati, lo zio è una brava persona», piuttosto che allearsi con la vittima.

Perché ci sono questi terribili meccanismi?
Le famiglie fanno muro perché hanno paura di doversi vergognare in pubblico. Gli aggressori si giovano di stranissime complicità, sempre silenziose, spesso da parte delle madri delle vittime. Zittire certe ‘fantasie’ è facile, quando a parlarne sono addirittura delle bambine.

La morte di Noa può insegnarci qualcosa?
La sua morte ci insegna che la violenza sessuale perpetrata su una ragazza è una ferita che non si rimargina mai. Lei ha scelto per sé stessa la via più terrificante. Altre sono sopravvissute, ma in che modo? Vorrei che lo capissero i magistrati chiamati a giudicare i violentatori, che fosse di monito alla giustizia, davanti a giovanotti che minimizzano, che ci scherzano sopra, a madri che prendono le difese dei figli stupratori, come succede spesso in Italia. Giudicare la morte di Noa come una follia nella follia sarebbe la cosa peggiore che potremmo farle.

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