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Diritti

3 Giugno Giu 2019 1100 03 giugno 2019

Come ridurre il divario occupazionale tra uomini e donne

Il gap è alla base del ritardo italiano rispetto ad altri Paesi europei sul mondo del lavoro. Come nasce (e come si può diminuire) secondo la ricercatrice Alessandra Pescarolo.

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divario occupazionale di genere

«Date alle donne occasioni adeguate», diceva Oscar Wilde, «ed esse saranno capaci di tutto». Già, occasioni adeguate. Sono queste che, almeno nel mondo del lavoro, oggi sembrano poche: secondo i dati Eurostat pubblicati nel marzo 2019, in Europa il tasso occupazionale femminile fra i 20 e i 64 anni è di 11,5 punti inferiore a quello dei coetanei maschi. E Il maggiore divario occupazionale fra uomini e donne si trova, subito dopo Malta (24,1 punti percentuali), proprio in Italia (19,8) e Grecia (19,7). Sul tema abbiamo fatto il punto con Alessandra Pescarolo, ricercatrice storica e sociale, laureata in Storia economica e sociale, che ha al suo attivo diverse pubblicazioni come Lavoro femminile e scelte di vita (Il Mulino, 2007) o La condizione economica e lavorativa delle donne. Rapporto 2011 (Firenze, Irpet). Il suo ultimo libro, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea (Viella, 2019) è un’attenta storia delle italiane dall’Ottocento a oggi.

Alessandra Pescarolo, ricercatrice storica e sociale.

DOMANDA. Guardando all’Europa, lei parla di “tutele al ribasso” nel mondo del lavoro. Perché?
RISPOSTA.
In tutta Europa è in atto un’erosione del sistema dei diritti legati al lavoro, costruito dalla Seconda guerra mondiale agli Anni 70. Il fenomeno ha assunto in Italia una particolare intensità per le dimensioni del debito pubblico, la scarsa produttività dell’industria e dei servizi, l’intensità della crisi economica seguita all’ingresso nell’euro. La protezione dei lavoratori da un eccessivo sfruttamento ha raggiunto il suo apice nei primi Anni 70, con le 40 ore settimanali, la tutela del posto di lavoro, l’aumento dei salari, il rafforzamento della previdenza.

Quando si è avuto l’indebolimento dell’equazione fra lavoro e diritti?
L’indebolimento ha avuto inizio con la crisi del 1973, con la cosiddetta stagflazione, dovuta all’aumento dei prezzi del petrolio, e la rottura della sequenza keynesiana che dalle alte remunerazioni e dalla piena occupazione conduceva alla crescita del Pil, senza rischi di un’eccessiva inflazione.

E cos'è successo?
Dagli Anni 90 l’evoluzione liberista dei regimi socialisti e comunisti, dall’Europa orientale alla Cina, e la rivoluzione informatica hanno accelerato la globalizzazione, dando alle grandi imprese italiane e straniere la nuova libertà di produrre merci e servizi in Paesi in cui i lavoratori avevano diritti scarsi o nulli. Con l’ingresso nell’euro, l’Italia ha dovuto rinunciare a usare la svalutazione della lira per rispondere alla sfida globale.

Come ha risposto l’Europa a questi cambiamenti?
Spingendo i Paesi membri a rendere più competitivi i mercati del lavoro interni. Dagli Anni 90, i governi italiani hanno inseguito questo trend ridimensionando quel pilastro dei diritti che era, dal 1962, il contratto standard a tempo indeterminato: anche più che l’impresa privata, è stata la pubblica amministrazione ad abusarne. La precarizzazione ha raggiunto livelli elevatissimi dopo la crisi del 2008, toccando soprattutto i giovani, sia donne che uomini.

Più le donne che gli uomini?
Le giovani hanno maggiori difficoltà nel conciliare il loro lavoro con il progetto di fare famiglia. Nel 2018 il 55% dei giovani di 15-24 anni e il 66% delle giovani aveva un contratto a tempo determinato. E la divergenza con il Nord Europa nei tassi di disoccupazione giovanile è aumentata.

Per far fronte a un debito pubblico pesante, i governi hanno inoltre elevato l’età del pensionamento. Anche questa riforma ha scaricato il suo peso sulle ultime generazioni. L’età media del pensionamento delle generazioni anziane è salita, raggiungendo i 62 anni, ma i giovani dovrebbero, per avere una pensione dignitosa, avere una carriera contributiva stabile più lunga, difficile a ottenere in queste condizioni.

Dopo la riforma, si è avuta anche una nuova presenza sul mercato di lavoratori, e soprattutto di lavoratrici, maturi…
Certamente. E la concorrenza di queste figure rallenta l’ingresso nel lavoro dei giovani. I laureati e le laureate hanno dovuto anche fare i conti con il tentativo il risparmio dello Stato sulle assunzioni nei servizi sanitari, negli asili nido, nella scuola e nell’università, cioè negli spazi professionali che, in tutta Europa, e anche più in Italia, sono il principale sbocco professionale per la popolazione con alti livelli di istruzione.

Quali sono i “traguardi mancati” dall’Italia nella corsa verso gli standard europei?
Sono molti, ma sono particolarmente visibili quelli che riguardano l’occupazione femminile. Questa, a partire dagli Anni 70, è cresciuta con il dinamismo incrociato dei servizi privati alla persona e dei servizi sociali pubblici. Fra questi ha una particolare funzione propulsiva sull’occupazione femminile l’assunzione di donne nei servizi all’infanzia.

Perché?
Oltre a scaricare le donne da un carico di lavoro pesante nei primi anni di vita dei bambini, offre occasioni di guadagno e di occupazione: un circolo virtuoso che rende compatibile l’occupazione femminile con la vita familiare e con un buon livello di fecondità. In Italia tuttavia l’orientamento della Prima Repubblica, con l’egemonia politica e culturale cattolica, anche prima che sorgesse il problema del debito pubblico, ne ha frenato lo sviluppo, orientando la spesa pubblica in altre direzioni, con una grave distorsione a favore di pensionamenti precoci, che nonostante le riforme della Seconda Repubblica ha ancora effetti pesanti sulla spesa pubblica.

Cosa si può fare per recuperare terreno?
A mio avviso bisogna negoziare con l’Europa sulla necessità di lanciare un piano di investimenti pubblici e privati, per creare nuova domanda di lavoro. Per quanto riguarda le donne, per i motivi che ho accennato, occorre potenziare i servizi sociali. Secondo gli ultimi dati la dotazione complessiva di asili pubblici e privati ha superato in Italia l’obiettivo del 33%, che secondo Consiglio europeo di Barcellona avrebbe dovuto essere raggiunto in pochi anni.

La maternità è tutelata da buone leggi, ma il settore privato italiano - frammentato in piccole imprese e poco produttivo - riesce spesso a eluderle

La copertura, però, resta molto inferiore a quella dei Paesi del Nord Europa e della Francia, che combinano alta occupazione femminile e un tasso di fecondità di circa due bambini per donna, vicino al livello di rimpiazzo. La dotazione di asili nido è in Italia eterogenea nel territorio, a danno del Meridione e delle aree periferiche del Centro Italia. Ma è importante anche un’azione culturale che aiuti a rendere più duttile la divisione del lavoro fra uomini e donne sia nella famiglia che nella società.

Il 30% delle madri oggi interrompe il rapporto di lavoro perché costretta a sostenere il peso dei carichi familiari, contro il 3% dei padri. Quali le carenze del welfare?
La maternità è tutelata da buone leggi, ma il settore privato italiano - frammentato in piccole imprese, poco produttivo, sempre più orientato verso i servizi turistici con il loro correlato di lavoro nero - riesce spesso a eluderle. La cultura italiana esalta le famiglia ma l’organizzazione sociale italiana è ostile alla maternità, perché ignora il bisogno delle giovani madri di lavorare.

E poi c’è la diffusione del lavoro part-time…
Questo tipo di contratto, poco diffuso prima della riforma Treu del 1997, ha avuto una rapida crescita soprattutto dopo la crisi del 2008, ed è oggi, con il 32% dei contratti, superiore di un punto alla media europea. Ma invece di coinvolgere le madri il part time è spesso un mero mezzo di risparmio sul costo del lavoro, subito da donne senza figli che non trovano un lavoro a tempo pieno.

Qual è il risultato di tutto questo?
Il risultato è che il lavoro part time è nel 40% dei casi involontario: un dato clamorosamente superiore a quello degli altri paesi europei.

Oggi, per quanto riguarda le questioni di genere, stiamo tornando indietro?
Le guerre mondiali novecentesche sono state due consistenti spartiacque: dopo la prima le donne hanno ottenuto l’abolizione dell’autorizzazione maritale, che le costringeva a chiedere il permesso del marito per comparire in giudizio, stipulare contratti, vendere o comprare parti del loro patrimonio. Dopo la seconda, l’applicazione dell’articolo 3 della Costituzione è stata lenta, ma è culminata nel 1963 nella liberalizzazione dell’accesso agli alti incarichi dirigenziali, inclusa la magistratura, nel 1975 con l’accesso alla piena potestà delle mogli nelle scelte familiari, e nel 1977 con la legge di parità nel lavoro. Sul piano giuridico spero che nessuno stia mettendo in discussione queste acquisizioni, e tuttavia si moltiplicano i segnali di un attacco ideologico alla libertà di scelta delle donne.

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