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31 Maggio Mag 2019 1822 31 maggio 2019

Tute bianche e non solo: se FCA non pensa alle sue operaie

Le battute sessiste? Solo uno dei problemi. Al pari dell'arrivo del ciclo mestruale, vissuto con disagio da quando le direttive sono cambiate. La sindacalista Italia D'Acierno: «Non siamo numeri, ma donne con delle esigenze».

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La classe operaia, citando una celebre pellicola, in paradiso c’è andata davvero pochissime volte. Probabilmente mai. Una parte di essa, ovvero quella femminile che lavora negli stabilimenti del gruppo FCA, quotidianamente finisce addirittura in un piccolo inferno, fatto di ansia, agitazione e senso di vergogna. Sono queste, spiega a LetteraDonna la delegata di fabbrica Fiom Cgil Italia D’Acierno, le sensazioni provate da ogni metalmeccanica «che lavora otto ore al giorno con appena 48 minuti di pausa, le mestruazioni e un pantalone bianco». Eh già, perché se la catena di montaggio è già un ambiente perlopiù maschile (e dunque maschilista), il disagio per le operaie è persino aumentato da quando l’azienda ha deciso di cambiare il colore delle divise da lavoro, passate dallo storico blu al total white, che si macchierebbero più facilmente in caso di ciclo mestruale durante il turno. La questione è ormai annosa: a seguito di una protesta sollevata nel 2015 dalle operaie dello stabilimento Fiat di Melfi, l’azienda aveva risposto con una provocazione, ipotizzando di fornire loro delle culotte, da indossare sotto la tuta. Abbiamo approfondito con Italia, sindacalista che dal 2000 lavora nello stabilimento di Pratola Serra, in provincia di Avellino.

DOMANDA: Partiamo dalle basi. Perché passare dalle storiche tute blu a quelle bianche?
RISPOSTA:
Con l’avvento di Sergio Marchionne è entrata negli stabilimenti la metodologia del World Class Manufacturing, che puntava a modificare tempi e costi, all’insegna della trasparenza e della modernità, e che voleva anche dare un’immagine meno ‘sporca’ del lavoro. Tra i provvedimenti adottati ci sono stati gesti materiali, come il cambio del colore delle tute, diventate grigio ghiaccio, quasi bianche. Questo in tutto gli stabilimenti, anche nel nostro in cui ci si sporca molto con olio e grasso.

Durante il ciclo mestruale (che per molti è ancora un tabù, ndr)si può aver bisogno di andare più volte in bagno. Questo può diventare un problema?
Sì, perché durante il nostro turno abbiamo diritto ad appena 30 minuti di pausa mensa e a 18 minuti di pausa fisiologica. Chi va in bagno deve chiedere una sostituzione o comunque motivare lo spostamento. Dire: «Ho il ciclo» per molte donne è difficile, per pudore e senso di vergogna, che ci portiamo addosso per motivi culturali o ambientali. Ovviamente, con le tute bianche può esserci bisogno di più pause.

Insomma, quei giorni devono essere davvero complicati per chi lavora in fabbrica.
Decisamente. Durante le mestruazioni lavoriamo in modo diverso e siamo più stressate, di conseguenza risulta inficiata persino la sicurezza. Il fatto è che spesso i tempi del lavoro e quelli della vita non si conciliano. E questo non viene considerato: lo dimostra il fatto che dal 2017 è ferma in Parlamento una proposta di legge che voleva introdurre tre giorni di permesso al mese per le donne che soffrono di dismenorrea.

Italia D'Acierno a colloquio con Maurizio Landini, segretario generale Cgil.

La questione delle tute bianche ha portato a una raccolta firme. Com’è andata a finire?
Abbiamo raccolto firme in sinergia con tutti gli stabilimenti del gruppo, quasi 200 solo a Pratola Serra. Ci siamo persino rivolti a delle senatrici, però poi è finito tutto nel nulla. La Fiat, che sa di questo problema, ci ha detto che non si può risolvere a livello locale, ma solo nazionale. Al di là della questione identitaria delle tute blu, che per noi è importante, ci basterebbe che fosse cambiato almeno il colore dei pantaloni, per eliminare il malessere momentaneo causato dalle mestruazioni.

La fabbrica è un ambiente maschilista?
Sì, come tutti gli ambienti a maggioranza maschile. Le donne difficilmente riescono a fare carriera, soprattutto se decidono di creare una famiglia. Lo dimostra il fatto che i capireparto sono quasi tutti uomini.

Che benefici potrebbe portare la presenza di team leader donne?
Un caporeparto donna potrebbe capire certe esigenze e cosa vuol dire lavorare in un ambiente del genere: quando fui assunta mi dissero che per loro ero come un uomo, che da me si aspettavano la stessa produttività dei colleghi. Se la cosa può sembrare positiva, in realtà non lo è, perché le donne hanno meno forza fisica degli uomini. Una leader all’avanguardia e con coraggio di rischiare, potrebbe portare in fabbrica la femminilità a cui la Fiat, sebbene indirettamente, chiede di rinunciare.

Insomma, servirebbe il rispetto della diversità di genere.
Esatto. Essere femmina non vuol dire mettersi il rossetto. È molto di più. Le donne hanno tempi famigliari diversi e necessitano di una flessibilità, che però non viene garantita: basti pensare alla maternità, vista come una forma di assenteismo. Inoltre, siamo ancora noi che solitamente badiamo ai figli malati o ai parenti che ne hanno bisogno. Insomma, la logica sembra essere: «Vuoi la parità? Allora devi lavorare come me». Ma la parità non è questo.

Sul posto di lavoro hai mai subito battute sessiste?
Sì, all’inizio capitava sempre. Io la prendevo male, tornavo a casa la sera e piangevo, poi ho capito che per integrarmi e parlare con gli uomini non dovevo diventare come loro: bastava avere dimestichezza con certi argomenti. Quindi ho iniziato a seguire il calcio, e così via. Ora in mia presenza non si permettono di fare battute sessiste, mentre con le ragazze nuove o con le colleghe più tolleranti capita spesso.

Nello stabilimento di Pratola Serra si sono mai verificate molestie sessuali?
Non c’è mai stata nessuna denuncia in tal senso, che io sappia non ci sono stati episodi del genere. Parlando di cose più pesanti, nel 2000 una collega fu uccisa, tagliata a pezzi e seppellita in montagna dal marito, che la picchiava da anni. Veniva al lavoro con lividi addosso, ma nessuno sapeva niente. Questo perché mancavano, e mancano ancora oggi, degli strumenti che permettano alle donne di denunciare abusi in famiglia: un’azienda multinazionale dovrebbe dotarsi di appositi sportelli.

Insomma, nonostante il World Class Manufacturing su certi temi c’è ancora molto da fare.
FCA ha fatto una scelta di apparenza e non di sostanza. Invece di preoccuparsi del vero cambiamento, ammesso che un’azienda del genere ci possa essere, hanno solo provato a coprire i problemi, senza pensare a soluzioni concrete per quanto riguarda le condizione dei lavoratori e il futuro dello stabilimento, con un lavoro sostenibile. È come se si volesse dire: sei un numero, vieni qui a produrre. Ma la fabbrica dovrebbe essere costruita attorno alle persone, per le persone.

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