21 Maggio Mag 2019 1219 21 maggio 2019

Chiara Gamberale: «L'abbandono è un posto dentro di noi»

Al tema del lasciare (e della genitorialità), la scrittrice ha dedicato il suo ultimo romanzo, che gioca col mito di Teseo e Arianna per raccontare una storia contemporanea.

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Chiara Gamberale L Isola Dell Abbandono

Dopo aver ucciso il Minotauro a Cnosso ed essere uscito dal labirinto grazie al filo donatogli da Arianna, Teseo salì su una barca con la sua amata, promettendole una vita insieme, ma la abbandonò sull'isola di Nasso. Sulla stessa isola è ambientata, ai giorni nostri, la storia di un'altra Arianna, una donna abbandonata e che abbandona, che si ritrova madre e allontana da sé il padre della sua bambina, che sembra voler scegliere una vita da genitore single e rifiutare ogni possibilità di un legame felice e bilanciato. L'Isola dell'abbandono (Feltrinelli, 224 pagine, 16,50 euro) è l'ultimo romanzo di Chiara Gamberale, e come è nello stile della scrittrice romana racconta i sentimenti in maniera non banale, giocando coi miti greci e la psicologia, dipingendo caratteri complessi e percorsi d'evoluzione intriganti. Al suo interno si parla di monogenitorialità e della tendenza a relazioni sbilanciate, che annullano la propria personalità, a cancellarsi per l'altro, alla necessità di ritrovarsi.

DOMANDA: Cosa è l'isola dell'abbandono?
RISPOSTA:
È un posto dentro di noi, dove abbiamo l’occasione (ma corriamo nello stesso tempo il rischio) di entrare in un pieno contatto con quello che ci capita, anziché subirlo o negarlo, come spesso succede. E poi è anche un’isola che esiste davvero, dove si svolge gran parte del romanzo, l’isola greca di Nasso.

La scelta di questa località per l'ambientazione della storia è legata soltanto al mito di Teseo e Arianna?
Fondamentalmente sì. Si dice piantare in asso proprio perché Teseo, dopo essere stato salvato da Arianna grazie al fatidico filo, le promette di sposarla e poi la pianta a Nasso: in-Nasso, appunto. Poi il mito vive di diverse interpretazioni, che punteggiano i capitoli del libro, come a dire che anche quando non ce ne accorgiamo i miti greci parlano di noi.

La protagonista del romanzo è una donna che viene abbandonata ma che a sua volta abbandona. Perché lo fa?
Perché è più abituata a soffrire, a venire abbandonata appunto, che a restare, a provare a essere felice. Ma 10 anni dopo quei due diversi abbandoni, torna sull’Isola proprio per confrontarsi con la sua incapacità. E per tentare di superarla.

Uno dei temi trattati nel romanzo è quello della genitorialità. Che cosa significa essere genitori per lei?
Passare dall’io al tu.

Perché ha scelto di raccontare la storia di una madre single?
Perché nei miei libri racconto sempre di famiglie alternative a quella tradizionale. E per motivi legati alla mia vita privata stavolta sentivo il bisogno di indagare questo tipo di famiglia.

Secondo lei è possibile crescere un bambino da soli?
Certo che lo è: ce lo dice la realtà. Sono moltissime le persone che si ritrovano a crescere un figlio da sole. Non a caso l’associazione dei Gengle, fondata dalla tenacia di Giuditta Pasotto, supera i 60 mila iscritti.

È favorevole o contraria alle adozioni da parte dei single?
Favorevole.

Il romanzo parla di amore, di un amore totalizzante in cui la protagonista finisce per perdere di vista se stessa. Perché questo accade?
Perché l’amore, per donne con un’interiorità molto complicata e compromessa, rischia di diventare un alibi per non guardarsi dentro. Soprattutto se è un sentimentodisperato, come quello che vive la mia protagonista.

Perché dopo aver subito tradimenti e abbandoni, dopo averli accettati per anni in maniera passiva arrivando persino a giustificarli, Arianna non riesce a lasciarsi andare in quella che sembra la storia d'amore più bella che abbia mai avuto?
Siamo sempre lì: perché il suo vissuto, a cominciare dal rapporto fra il padre e la madre, l’ha convinta di non essere adatta alla felicità.

Al di là di Arianna, qual è il personaggio del libro a cui è più affezionata? Perché?
Amo tutti i volti di questo libro, ma forse quello a cui sono più legata è Emanuele, il figlio della protagonista. Quando ho cominciato a scrivere mia figlia Vita aveva la sua stessa età, sette mesi.

Le vicende di Arianna e il suo rivivere il proprio passato la portano a una nuova consapevolezza di se stessa e delle proprie relazioni. Dobbiamo per forza passare dal dolore per capire chi siamo e cosa vogliamo?
Credo che anche la gioia sia una grande maestra di vita. Ma il pacchetto è completo: se non sappiamo attraversare quello che ci fa male, non penso che potremo mai davvero assaporare fino in fondo quello che ci fa bene.

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