Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

16 Maggio Mag 2019 1814 16 maggio 2019

L'importanza dell'anonimato per le donne vittime di violenza

È il principio fondamentale dell'accoglienza, da non mettere mai in discussione. Ne abbiamo parlato con Cristina Carelli, coordinatrice della Cadmi di Milano.

  • ...
Violenza Donne Vittime Anonimato Cadmi

Il principio più importante della metodologia dell’accoglienza, adottata da tantissimi centri antiviolenza in tutta Italia, è la garanzia dell’anonimato. È solo grazie ad essa che migliaia di donne, ogni anno, accettano di farsi aiutare. In fuga da contesti famigliari o partner violenti, alla ricerca di un consiglio o di un tetto sotto al quale dove dormire, per poi ricominciare da zero, non vogliono che il loro nome ‘giri’, per finire chissà dove. Peccato che questo non sia chiaro a tutti. A maggio del 2019, infatti, due strutture affiliate alla D.i.Re hanno ricevuto dalla Regione Calabria la richiesta di trasmettere, ai fini di controllo e monitoraggio delle attività finanziate dall’ente, «copia dei registri presenze/prese in carico delle utenti nell’anno 2018». La richiesta, com’è naturale, ha scatenato polemiche: se la necessità di controllare dove vanno a finire soldi pubblici è più che lecita, è sicuramente sbagliato il metodo scelto. «Non abbiamo fornito i codici fiscali delle donne accolte e non lo faremo mai», spiega a LetteraDonna Cristina Carelli, coordinatrice della Cadmi di Milano, dal 1986 punto di riferimento per le vittime di violenza che nel 2017 ha ricevuto una richiesta analoga dalla Regione Lombardia: «Il nostro compito è rassicurare chi si rivolge a noi. Per questo accogliamo anche nel completo anonimato».

DOMANDA. Capita spesso?
RISPOSTA.
Ogni tanto succede che chi si rivolge a noi preferisca dare un nome fittizio. A noi sta benissimo così. Poi solitamente, instaurato un rapporto di fiducia, ci dicono quello vero. In generale, se ci vogliono fornire i loro dati, dobbiamo dare loro la garanzia di non diffonderli. Di sicuro non possiamo né imporre condizioni, perché si bloccherebbero, né dire: «Mi dia il codice fiscale che lo giro alle istituzioni».

Che rischi comporta la diffusione di dati personali?
Principalmente quello di esporre le donne che si rivolgono a noi, che vivono nella vergogna e nella paura che gli abusi si verifichino di nuovo. Noi sappiamo come funziona la violenza ed è fondamentale che i dati non escano. Se entrano in possesso della Regione Lombardia, vengono associati e finiscono in un fascicolo tutti insieme. Altro che dati aggregati… se dico questo alle donne maltrattate scappano subito.

Che cosa dice l’intesa Stato-Regioni del 2014 a proposito dei centri antiviolenza?
Ne stabilisce la natura, specificando che in essi viene applicata la metodologia dell’accoglienza, basata proprio sul principio dell’anonimato. Anche il garante della privacy è dalla nostra parte: chiedere di fornire dati personali, come moneta di scambio in un momento di particolare debolezza, è una specie di ricatto.

Allora continuerete così, rifiutandovi di fornire dati?
Se parliamo di nomi, cognomi e codici fiscali sì. Ma noi in realtà forniamo già un sacco di elementi qualitativi riguardanti le 800 donne che ogni anno si rivolgono a noi: fasce di età, professioni, provenienza, tipo di abuso, chi è il maltrattante, etc. Se in Italia ci sono dati riguardanti la violenza sulle donne è proprio grazie a noi e alla rete che abbiamo fondato.

Che rapporti avete con il Comune di Milano?
È un interlocutore molto più interessante per quanto riguarda contenuti, sostegno nelle varie attività e anche investimenti economici. Con loro abbiamo una raccolta dati precisi: a ogni donna associamo un numero di scheda e il Comune può venire in qualsiasi momento a fare controllo a campione, per capire che facciamo le cose per bene. La Regione invece è un’istituzione che in modo arrogante ci chiede di modificare una metodologia che funziona, visto che in 30 anni nessuna delle ‘nostre’ donne è stata ammazzata.

Altri centri antiviolenza della Lombardia hanno però accettato di fornire i codici fiscali.
Sì, lo hanno fatto otto centri su 16. Quelli più piccoli, che altrimenti rischiavano di essere esclusi dai progetti di finanziamento. Loro vivono essenzialmente grazie ai fondi pubblici, noi abbiamo anche altre risorse. È stato un ricatto di tipo economico, simile a quello che subiscono tante donne in Italia.

A proposito di privacy, cosa ci può dire delle case segrete in cui ospitate alcune ragazze?
Questo genere di ospitalità è riservato alle ragazze in pericolo di vita. L’80% di loro ha tra i 18 e i 27 anni. Abbiamo sette appartamenti sparsi per Milano, con una ventina di posti letto in tutto. Come può capire, la privacy è fondamentale.

È sempre per una questione di riservatezza che la Cadmi non vuole che testate come LetteraDonna parlino direttamente con le ragazze per farsi raccontare le loro storie?
Per questo, ma non solo. In generale siamo critiche verso i mezzi di comunicazione che strumentalizzano le storie di violenza, mettendo sotto accusa le vittime.

In che senso?
Innanzitutto c’è una ricerca delle debolezze e delle responsabilità delle donne. Poi si verifica spesso una vittimizzazione non necessaria. Pensiamo al classico occhio nero: la violenza può essere anche psicologica, economica, sessuale, dunque invisibile. Crediamo che le cose si possano comunicare cose in modo diverso, senza far conoscere i particolari di ogni storia. Le donne vengono presentate come delle poverette che vengono maltrattate, ma non è così: abbiamo anche manager, che viaggiano per il mondo e guadagnano bene. Usciamo dallo stereotipo, iniziando con una comunicazione diversa. Basta cultura di pietismo e paternalismo. Anche le donne forti possono subire abusi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso