14 Maggio Mag 2019 1617 14 maggio 2019

Il corpo della sposa, il film che racconta il rito del gavage

A tu per tu con la regista Michela Occhipinti, che ha portato al cinema la tradizione diffusa in Mauritania di sottoporre all'ingrasso forzato le ragazze per piacere al futuro marito. 

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Il Corpo Della Sposa Michela Occhipinti

Immaginate di essere svegliate nel cuore della notte da vostra mamma, che lo fa dicendovi subito due cose: la prima è che ha trovato un marito per voi, la seconda è che per piacergli dovete prendere peso al più presto. Una scena surreale in Italia, ma in realtà piuttosto comune in Mauritania, almeno nelle sue zone più rurali. È con lo straniante risveglio di Verida, costretta al ‘gavage’ (l’ingrasso, in parole povere) per raggiungere l’ideale di bellezza e lo status sociale che la tradizione del suo Paese le impone, che inizia Il corpo della sposa, primo lungometraggio diretto da Michela Occhipinti, in tour nelle sale italiane fino al 22 maggio dopo la presentazione in anteprima mondiale all’ultima Berlinale: «La pellicola nasce da una riflessione sul mio corpo, che si stava trasformando con l’età: pur ritenendomi libera da certe imposizioni culturali, mi davano fastidio le rughe», spiega a LetteraDonna la regista. «Mi sono resa conto che noi donne facciamo di tutto per cambiare la nostra immagine: aggiungiamo pezzi e li togliamo, li gonfiamo e li stiriamo, con l'obiettivo di soddisfare canoni estetici in continuo cambiamento, diversi in ogni Paese. Volevo raccontare questo in un film e non sapevo come».

DOMANDA. Poi ha scoperto il gavage.
RISPOSTA.
Mi sono imbattuta per caso in un trafiletto che parlava di questa pratica, rendendomi conto che alla fine, seppur con metodi e obiettivi diversi, siamo tutte molto simili alle donne della Mauritania, che ingrassano per apparire belle agli occhi del futuro marito.

In percentuale in quante lo affrontano?
Parliamo di un Paese giovane, grande il doppio della Francia ma con appena tre milioni di abitanti: è difficile condurre degli studi antropologici in tal senso. Direi comunque il 20% delle donne che abitano in città e il 40% di quelle che vivono nel deserto. Si tratta di una tradizione nata per dimostrare che il capofamiglia era in grado di nutrire bene le sue donne, che potevano permettersi di stare sedute in casa, senza lavorare, all’ingrasso.

Il gavage viene fatto solo dalle promesse spose?
Non c’è una regola fissa. Vi si sottopongono le future mogli in occasione del primo matrimonio, ma ci sono anche donne che lo ripetono successivamente perché in carne si piacciono di più, magari aiutandosi addirittura con farmaci solitamente usati per l’ingrasso del bestiame, acquistati al mercato nero. C’è chi lo fa liberamente, chi è costretta, chi l’ha fatto e chi non vuole rifarlo. Come viene accennato nel film, viene imposto anche alle bambine, affinché sviluppino precocemente per darle prima in sposa.

Perché un film sul gavage e non un documentario?
Proprio perché volevo essere in grado di portare sullo schermo tutte le sfaccettature di questa pratica e della società mauritana. Ad esempio il wangala, una merenda tra donne che viene fatta subito dopo pranzo, a cui ho anche partecipato. È una vera festa: se ne stanno lì sedute a mangiare per ore e se un’amica una volta non può andare, quella dopo deve portare dolcetti e cioccolatini per far contente tutte le altre.

Come si è documentata per realizzare Il corpo della sposa?
Innanzitutto con ricerche su Internet, leggendo articoli e reportage, soprattutto in francese e inglese. Poi nel 2012 sono andata in Mauritania. Inizialmente mi ha aiutato un signora che là si occupa di una Ong, ma le cose non stavano progredendo come avrei voluto. Poi ho conosciuto Sidi, che ha recitato anche nel film, il quale mi ha fatto da assistente, guida, traduttore e autista: mi ha portato nelle case di amiche, famigliari, parenti anche molto lontani. A un certo punto ho incontrato Verida (i personaggi hanno gli stessi nomi degli attori non professionisti che li hanno interpretati, ndr), che aveva vissuto il gavage a 16 anni, prima del suo matrimonio combinato.

Poi cosa è successo?
Un po’ di tutto. Nel 2012, quando l’ho conosciuta, Verida era divorziata. Una volta tornata in Mauritania nel 2016 mi hanno detto che si era sposata di nuovo, stavolta con un uomo turco, e che viveva appunto in Turchia. A quel punto mi sono disperata un po’ e ho iniziato a fare di nuovo i casting per la parte della protagonista. Per fortuna poi si è ripresentata, dicendo che aveva divorziato ancora. Volevo fortemente Verida: non avendo attrici professioniste, abbiamo girato molte scene nel suo ambiente famigliare, con la zia nella parte della madre e la vera sorellina, appunto, in quello della sorella minore.

Come si capisce dalle sue parole e dal film, il divorzio è molto comune in Mauritania.
È l’ennesima contraddizione di una società complessa e stratificata. Ho viaggiato e vissuto parecchio nei Paesi arabi, ma niente è come la Mauritania. Metti all’ingrasso tua figlia per un matrimonio combinato, ma dopo pochi mesi lei può lasciare il marito. Che senso ha? Non solo: più le donne divorziano e riprendono marito, più sono appetibili perché significa che hanno maggiore esperienza. La ragazza che interpreta Amal, la migliore amica di Verida, si è davvero sposata giovanissima, per poi divorziare dopo un mese. Oggi è single e vive da sola.

Che città è la capitale Nouakchott in cui è ambientato Il corpo della sposa?
Una città giovane, vicina al mare ma in mezzo al deserto, con poche strade in asfalto e molte di sabbia, di cui poche con un nome. Di giorno è piena di sabbia, caos e rumore, poi di sera si accendono le luci e diventa un’altra città, più moderna. Somiglia a tante città del Maghreb e dell’Africa subsahariana, ma alla fine è diversa da tutte le altre.

Nel film viene messo in evidenza il contrasto tra modernità e tradizione che c’è in Mauritania.
Esatto, tutte le ragazze hanno ad esempio lo smartphone ed è davvero così. Possono vedere quello che c’è fuori, ma rimangono comunque attaccate alla loro cultura. Dell’Occidente amano più che altro le borse griffate e le creme di bellezza.

Amal fa uso di una crema sbiancante. È una pratica diffusa?
Dipende. Le ragazze più chiare provano a sbiancarsi, come noi facciamo le lampade per essere più scure. La cosa non riguarda invece le mauritane nere, che vanno in giro senza velo, non fanno il gavage e sono nella maggior parte dei casi magre. Proprio come una della amiche di Verida.

Ma alla fine, la società mauritana è patriarcale oppure no?
L’ho chiesto direttamente ai mauritani. La risposta è che c’è patriarcato in società e matriarcato in casa. Per questo gli uomini nel film sono marginali: il gavage viene fatto in casa, con donne che alimentano altre donne.

Uno dei pochi uomini è Sidi, che porta la bilancia a casa di Verida per pesarla. Esiste davvero questa figura?
Più nel passato magari, oggi in fondo una bilancia costa poco e ogni famiglia può permettersela. Curiosamente, in quella di Verida però non c’è: «Non siamo mica dal macellaio», mi ha detto quando gliel’ho chiesto. Ennesima contraddizione: tutti ti giudicano in base al peso però dici che non conta?

Il film ha un finale aperto. Qual è il suo messaggio?
Non mi piace parlare di messaggi. Vorrei che uscendo dal cinema gli spettatori si facessero delle domande, più che darsi delle risposte.

Possiamo dire che Il corpo della sposa è un film femminista?
Sì. Tra l’altro io stessa in passato sono stata restia a definirmi tale, perché il termine aveva una connotazione negativa. Invece dobbiamo dire grazie a quelle ‘rompiscatole’ e ‘zitelle acide’, perché è così che le chiamavano, per le battaglie che hanno portato avanti.

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