3 Maggio Mag 2019 1541 03 maggio 2019

Intervista all'unica pilota italiana selezionata per la W Series

Il 3 maggio inizia a Hockenheim il primo campionato europeo di monoposto riservato alle donne: «Discriminazione? L’ho sentita, ma so che non si può pretendere di entrare in uno sport maschile e cambiarlo dal giorno alla notte».

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Vicky Piria Pilota W Series

Tutto pronto per il debutto della W Series, competizione europea riservata ai piloti di sesso femminile, che alla guida delle monoposto Tatuus T-318 si apprestano a contendersi la vittoria in sei gare, con debutto il 3 maggio sullo storico circuito tedesco di Hockenheim. Tra le 18 pilote selezionate, dopo una serie di test svolti ad Almeria, c’è anche un’italiana. Si tratta di Vittoria ‘Vicky’ Piria, 25 anni e un curriculum di tutto rispetto nel mondo del motorsport, Formula 3 compresa, felice di tornare al volante di una monoposto: «Ho corso con vetture turismo e gran turismo, ma è tutta un’altra storia, per velocità, tempi di reazione, modo di affrontare le curve». La W Series, nata per dare spazio e opportunità alle donne che si sono messe in luce al volante nelle varie serie in giro per il globo, ha fatto discutere fin dal suo annuncio: se da una parte c’è chi come il tutor David Coulthard (vicecampione F1 nel 2001) è fermamente convinto della sua necessità, dall’altra arrivano critiche feroci. Un esempio? La pilota Pippa Mann, prima britannica a correre la 500 Miglia di Indianapolis, ha detto alla BBC che con questa competizione «è stata fatta la scelta di segregare anziché supportare le donne pilota». Vicky Piria, coinvolta in prima persona, è di tutt’altro avviso rispetto alla collega: «Le W Series stanno già aiutando le donne nel motosport. Se non ci fosse questa competizione io quest’anno non avrei corso. In più darà più speranze alle giovani che arrivano dai kart».

DOMANDA. Quando è nata la tua passione per le corse?
RISPOSTA. A otto anni, quando mio fratello iniziò a girare proprio con un go kart che gli aveva comprato papà. All’epoca facevo equitazione… Provai anche io e mi innamorai follemente delle corse. Lui smise poco dopo, io invece ho continuato.

Insomma, sei passata da un cavallo a qualche cavallo in più.
Esatto (ride, ndr). Però alla fine l’equitazione e il motorsport hanno molto in comune: servono fiducia nel ‘mezzo’, grande concentrazione e capacità di adattarsi velocemente a ogni cambiamento. Anche le sensazioni che regalano sono simili.

Sei del 1993, dunque avevi otto anni nel 2001. Da piccola seguivi le imprese di Michael Schumacher al volante della Ferrari?
Sono cresciuta esattamente così: passando le domeniche a guardare la Formula 1. A proposito di Schumi, ricordo che mio padre mi disse che beveva tanto succo di mela… ecco, da quel giorno iniziai a berlo anche io, perché volevo diventare come lui! In generale sono un’amante delle belle storie che è capace di regalare il mondo dei motori e quella di Schumacher in Ferrari lo è sicuramente.

Per caso ti rivedi un po’ nel suo stile di guida?
Se devo indicare un mito in questo senso dico Ayrton Senna, che rivoluzionò proprio la figura del pilota. Schumacher ha segnato un’epoca ma non mi ci rivedo come approccio alla gara.

Insomma, non sei una pilota metodica?
Diciamo che cerco di esserlo, ma ci riesco solo prima di iniziare. In gara ci vuole anche istinto, con il giusto equilibrio. Questo perché all’interno di una stessa gara possono cambiare le condizioni meteo, delle gomme, della vettura stessa, dell’asfalto del circuito…

A proposito, quale dei sei circuiti si adatta meglio alle tue caratteristiche?
Ne conosco solo due, tra cui quello di Misano, dove mi sono sempre trovata bene. In generale ti posso dire che sono difficili e tecnici, più di quelli della F1: ci sono poche vie di fuga, carreggiate più strette, curve cieche… Insomma, saranno tutti e sei delle belle sfide.

C’è una favorita tra le 18 donne pilota che prendono parte al campionato?
No, non c’è una favorita assoluta. Personalmente credo di poter fare una buona figura, ma ora come ora è difficile fare una previsione.

Conoscevi già le tue colleghe e rivali?
Alcune sì, altre invece per niente: c’è ad esempio anche una giapponese, Miki Koyama, che finora ha corso solo nel suo Paese. C’è grande curiosità: sono abituata a essere sempre l’unica donna o quasi, in questo caso invece nel paddock saremo in 18.

​Non ci sarà però l’altra italiana Francesca Linossi.
Purtroppo non ha superato l’ultima selezione, nonostante la buona esperienza nel Gran Turismo. Con lei e con la spagnola Marta Garcia è nata una bella amicizia: all’inizio c’è stata un po’ di diffidenza, essendo in competizione. Ma alla fine siamo ragazze simili, con la stessa passione.

Come hai detto, sei abituata a essere l’unica pilota donna nel paddock. Sei mai stata vittima di discriminazione?
Diciamo che l’ho vista e l’ho sentita, ma so che non si può pretendere di entrare in uno sport che è sempre stato maschile e cambiarlo dal giorno alla notte. L’unico modo per superare queste cose è non farle diventare un problema: nel momento in cui vedo che al posto della meritocrazia c’è sessismo, non devo fissare questa cosa nella mia testa, altrimenti il problema non farà che diventare più grande.

A proposito di sessismo nel motosport, tu come vedi la figura dell’ombrellina?
Se parliamo di una bella ragazza che va all’università e che vuole guadagnare qualche centinaio di euro in un weekend reggendo un ombrello prima di una gara, che male c’è? Alla fine le ragazze non sono mica nude in griglia. E in ogni caso sta alle ragazze dire di no o accettare il lavoro. Non ci vedo nulla di sessista.

E nel fatto che di te venga messo in risalto la bellezza anziché le capacità di pilota?
Questa cosa me la faccio scivolare addosso, non è il caso di farlo diventare un problema. Più che altro sembra che una pilota di 25 anni non possa fare ciò che fanno le ragazze della sua età. Pensiamo a Lewis Hamilton invece: vince gare e mondiali, ma va anche alle fashion week ed è appassionato di musica, insomma è molto più di un uomo che va in macchina. Ecco, allo stesso modo anche noi donne possiamo essere femminili e andare veloci.

Ma solo in pista, ricordiamolo.
Sai che odio guidare in strada? Non c’è nessuna somiglianza con quello che faccio in gara. Se mi dai un’auto di un certo tipo e una bella strada di montagna… Ma non sopporto guidare nel traffico o in autostrada. L’unica cosa positiva di un’auto ‘normale’ è che ti rende indipendente.

A proposito, ho letto che sei single. Pensi che il tuo lavoro sia un problema?
Non che stia cercando, ma sicuramente il fatto che giri così tanto limita il tempo che potrei spendere in una relazione, anche se alla fine conta la qualità del tempo trascorso insieme più che la quantità. Al momento penso alla carriera, la persona a cui starà bene ciò che sono e cosa faccio arriverà.

Vediamo se sei preparata. Quante donne hanno corso in F1?
Quattro: Maria Teresa De Filippis, ‘Lella’ Lombardi, Giovanna Amati e Desiré Wilson (negli Anni 70 la britannica Divina Galica si iscrisse a tre Gran Premi, senza poi mai qualificarsi, ndr).

Tre italiane su quattro. Sarai tu la quarta?
Eh, magari! Mai dire mai, ma la F1 non è il mio sogno: vorrei semplicemente essere una pilota professionista, riuscire a vivere insomma di questa passione. In fondo è quello che sto già facendo. L’obiettivo è salire di livello.

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