27 Aprile Apr 2019 0830 27 aprile 2019

Donne che aiutano i migranti

L'80% delle persone che operano nell'accoglienza sono di sesso femminile. Come Elena, una delle quattro protagoniste del docufilm Dove bisogna stare. L'intervista.

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Dove Bisogna Stare Donne Migranti (2)

In un Paese che sembra aver sempre più paura dello straniero, affidandosi a promesse di porti chiusi e a una retorica fatta di respingimenti e rimpatri, esistono ancora persone che scelgono di occuparsi dei migranti, di aiutarli, sostenerli, ospitarli a casa loro. Secondo un rapporto di Medici senza Frontiere, l'80% di queste persone sono donne, come Delia Buonomo, come le quattro protagoniste di Dove bisogna stare, docufilm di Daniele Gaglianone e Stefano Collizzoli prodotto da Zalab Film. Le protagoniste sono Georgia da Como, Lorena da Pordenone, Jessica da Cosenza ed Elena da Oulx (Torino). Elena vive in una zona di confine già fortemente segnata dalle tensioni sul Tav, in Val di Susa, a due passi da Bardonecchia, uno dei punti di passaggio che i migranti cercano di attraversare per approdare in Francia, sfuggendo ai controlli della frontiera tra Ventimiglia e Mentone. Ha sotto gli occhi tutti i giorni il dramma umano di persone che con vestiti troppo leggeri e scarpe da tennis inadatte provano a passare valichi di montagna innevati, eppure a LetteraDonna racconta che tutto ciò avviene in un'indifferenza volontaria. Perché «se non si informa e non si lascia coinvolgere, generalmente il Paese non vede». Lei, invece, ha scelto di aprire gli occhi, le braccia e le porte di casa sua.

DOMANDA: Da quando aiuti i migranti?
RISPOSTA:
Dal 2017, tra novembre e dicembre.

Perché hai scelto di farlo?
Avevano cominciato a mettere in piedi questa rete informale all'interno del movimento No Tav. All'inizio avevo detto che non ce la facevo a partecipare per i troppi impegni, ma abito proprio nella zona di passaggio, ho cercato di capire se riuscivo a fare qualcosa.

Come è nato il tuo impegno?
Un ragazzo ha cercato di passare un valico stagionale. Era un giorno di tormenta, si è perso, ha vagato prima con le scarpe, poi solo le calze, poi a piedi nudi. L'hanno dovuto portare all'ospedale e lì ci hanno chiamati.

Poi cosa è successo?
Si è creata una rete intorno a lui per aiutarlo, portargli qualcosa da mangiare, parlare con lui. Fargli visita come a un parente. Ma quando, dopo 40 giorni, è uscito dall'ospedale, non bastava più.

Cosa è stato necessario?
Lui non sapeva dove andare, poteva andare a Settimo che è a 70 chilometri da qui, ma aveva bisogno di cure e si era particolarmente legato a noi. Così ho deciso di portarlo a casa. Era traumatizzato e avevo bisogno di sostegno per evitare che lui potesse andare in depressione.

Nella tua realtà territoriale vivi quotidianamente lo scontro tra Italia e Francia, un terribile scaricabarile sulla pelle dei migranti. Com'è questa situazione vista da vicino?
Se una persona per propria sensibilità o scelte non si informa o non viene coinvolta, non si accorge di questa realtà. Al massimo può vedere ragazzi di colore in stazione o transitare lungo il paese nella via principale. Anche se alla fine ci sono decine di persone che tentano di passare tutti i giorni, e molte di queste vengono rimpallate fra polizia italiana e francese, generalmente il paese non vede.

In Dove bisogna stare a essere protagoniste sono quattro donne. Nella tua esperienza personale è più comune che sia una donna a impegnarsi in questo genere di attività?
Sì, anche nella mia realtà la situazione ricalca la statistica del rapporto di Medici senza frontiere che vede l’80% dell’impegno al femminile.

Quali sono le difficoltà che hai incontrato e incontri in ciò che fai?
Tendenzialmente le difficoltà sono centrate in primis sulla comunicazione, per problemi di lingua. Conoscere il francese e l’inglese non basta in quanto iniziano ad arrivare persone che non comprendono queste lingue.

Poi?
Poi ci sono problemi di comprensione del problema o della difficoltà della persona che richiede aiuto su aspetti burocratici. Bisogna conoscere la giusta risposta e farla comprendere correttamente.

Secondo te c'è la giusta sensibilità sul tema?
Se parliamo di migranti non c’è, e suppongo in modo voluto, la giusta sensibilità, anzi un serio discorso sui flussi migratori non viene fatto ma vengono fatti spot a uso e consumo dell’umore dell’elettorato. Ecco il motivo per cui ho accettato di partecipare con la mia esperienza alla realizzazione del docufilm.

Com'è stato partecipare al documentario?
Interessante. Inizialmente ho fatto fatica a familiarizzare con l’idea perché non mi piacciono i riflettori, poi mi sono resa conto che era un’ottima opportunità per far sentire una voce diversa, “fuori dal coro”, ricollegandomi a ciò che ho detto prima, e quindi mi ci sono buttata a testa basta. Ora continuo ad andare, ogni volta che mi viene richiesto, a presentarlo e a parlare con le persone.

Perché spesso la gesta non è disposta ad accogliere i migranti?
Perché non c’è la conoscenza, non ci si pongono le domande, quindi si ha paura.

Come ci si oppone alla politica dell'odio e della diffidenza?
Con l’accoglienza in senso lato, che prevede anche l’esperienza, l’informazione, e la conoscenza.

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