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Diritto all'aborto

26 Aprile Apr 2019 1500 26 aprile 2019

Dopo un aborto si può stare benissimo

Lo storytelling sull'interruzione volontaria di gravidanza è errato e patriarcale: fa sempre sentire in colpa le donne che la scelgono. Ne parliamo con Federica di Martino, curatrice di un blog che prova a sfatare i falsi miti.

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L’aborto è una scelta difficile e dolorosa per ogni donna. Un assunto, questo, che abbiamo sentito chissà quante volte e che ormai diamo per scontato. Peccato che non rappresenti (non necessariamente, almeno) la verità: non è certo una procedura che si affronta a cuor leggero, ma dove sta scritto che debba essere per forza un trauma? Questione di storytelling. «Anche chi è favorevole alla 194 ne parla in questi termini», spiega a LetteraDonna la psicologa Federica di Martino. Insieme alla ginecologa Lisa Canitano e all’ostetrico Alessandro Matteucci cura il blog IVG, ho abortito e sto benissimo: «L’idea era quella di proporre una contro-narrazione sul tema. Perché le donne non ne parlano? E perché c’è chi lo fa al posto loro? Stiamo dando loro voce e in tante oggi ci scrivono: ‘Non mi sento più sola’». Il blog, lanciato a fine 2018 e approdato poi su Facebook, è diventato rapidamente una sorta di polo informativo su interruzione volontaria di gravidanza e altre tematiche femministe, che dà anche la possibilità alle donne di raccontare e condividere le proprie esperienze positive.

DOMANDA. Perché in Italia esiste uno stigma nei confronti dell’aborto?
RISPOSTA.
Perché è uno Stato vetero-cattolico. Avere il Vaticano in casa non è cosa da poco: tutti ne subiscono l’influenza. Viviamo in una società patriarcale in cui la donna deve procreare o essere potenzialmente madre, un’incubatrice insomma. Nel momento in cui agiamo liberamente in senso contrario, facciamo dunque qualcosa che non è corretto. Non sai di quante ci hanno scritto: «Mi sono sentita in colpa perché non mi sentivo in colpa».

Quanto è importante imbattersi nelle persone giuste per evitare che l’esperienza sia davvero traumatica?
È fondamentale. Se mi reco a fare un’interruzione di gravidanza e mi sento dire: «Perché non rinunci all’aborto per dare poi il neonato in adozione?», se non addirittura: «Stai ammazzando un bambino», ovviamente vivrò malissimo questa esperienza. In generale, non vogliamo affermare che ogni donna starà benissimo dopo una scelta di questo tipo: è qualcosa di privato su cui non ci può essere un pensiero unico. Vorremmo però che ognuna fosse libera di viverlo nel miglior modo possibile, con tutte le informazioni del caso e una rete di supporto.

Invece al momento l’aborto viene visto da molti non solo come un’esperienza dolorosa, ma anche come una scelta sbagliata.
Nella percezione comune la donna che opta per l’interruzione volontaria di gravidanza è una persona cattiva, che non merita di avere figli: secondo i dati del Ministero della Salute, l’aborto viene scelto nel 56% dei casi da chi invece è già mamma! Ognuna di noi deve essere libera di scegliere per quanto riguarda il proprio corpo: l'aborto è un diritto.

Ci sono altri miti da sfatare per quanto riguarda l’interruzione di gravidanza?
Certamente. Uno è la correlazione tra aborto e cancro al seno: una narrazione delinquenziale che punta solo a terrorizzarci. Un altro falso mito è quello della depressione post-abortiva, quando in tanti casi ci sono patologie pregresse e il 95% di chi ha interrotto una gravidanza dice di non essersi pentita della scelta. Tra l’altro vanno più facilmente in depressione quelle che hanno avuto problemi ad accedere ai servizi. In Croazia il 70% dei medici è obiettore, ma nemmeno noi siamo messi benissimo…

Un altro mito da sfatare è quello che equipara il feto, se non addirittura l’embrione, a un bambino.
Esatto. Nel primo trimestre il sistema nervoso non è ancora formato, dunque l’embrione o il feto non può sentire dolore durante la procedura abortiva. Spesso poi la donna gravida viene definita già ‘madre’. La terminologia in questo ambito è importante. Pensiamo all’espressione stessa ‘pro life’.

In che senso?
Secondo loro una persona favorevole all’aborto è ‘anti life’, ma ti posso assicurare che sono molto più ‘pro life’ io di tutti quelli che erano al Congresso delle Famiglie di Verona, visto che credo nella libertà di scelta.

Visto che siamo in tema, che opinione hai del ddl Pillon?
È una merda. Così come è stato proposto non sarà mai approvato. Ma perché siamo arrivati alla sua esistenza? Colpa di un certo clima culturale che c’è al momento in Italia. Per ora la legge 194 non è in pericolo, ma attraverso iniziative del genere prima o poi potremmo arrivare a svuotare il senso della norma e alla fine modificarla. Sempre per quanto riguarda il ddl Pillon, so che è necessario riformulare il diritto di famiglia, ma da qui alla bigenitorialità perfetta o alla possibilità che padre violento possa far parte della vita di un bambino ce ne passa.

Sul blog parlate di come Sex Education abbia raccontato l’aborto nel modo giusto. Una corretta narrazione al cinema e in tv potrebbe contribuire a cambiare la percezione sul tema?
Sì, la serie di Netflix ad esempio è stata una piccola grande rivoluzione, che ha spiegato ai giovani come l'interruzione di gravidanza possa essere un’esperienza nella vita di una donna. Il suo contraltare è Unplanned, film basato sui racconti dell’ex direttrice di Planned Parenthood, che avrebbe lasciato l'organizzazione dopo aver assistito ad un aborto di 13 settimane su un'ecografia. Il fatto è che nelle diverse narrazioni ognuno cerca di portare l’acqua al proprio mulino, come se ci fosse un mulino… Di sicuro servirebbero più prodotti televisivi e cinematografici con la donna protagonista e non il feto: c’è sempre o quasi una ‘lei’ che piange toccandosi la pancia. Ecco, la speranza è di avere rappresentazioni e storie maggiormente provocatorie, che possano raccontare una storia differente.


A proposito di storie, IVG, ho abortito e sto benissimo raccoglie le testimonianze positive di donne che hanno scelto l’interruzione di gravidanza. Eccone una.

Io ho abortito 11 anni fa, a 22 anni, quando Facebook era appena nato e non era facile trovare un gruppo di ascolto che facesse sentire più normale e adeguata una studentessa universitaria che aveva deciso di interrompere una gravidanza. [… ] Sono rimasta incinta per un mio errore nell'utilizzo del metodo anticoncezionale […] A 36 giorni dall'ultima mestruazione ho fatto un test di gravidanza che ha dato esito positivo. Nel momento in cui ho visto il risultato del test ricordo di aver provato un profondo senso di vergogna. Vergogna per la mia leggerezza, imbarazzo perché non mi consideravo una sprovveduta né un'ignorante in materia di prevenzione della gravidanza […] Con il senno di oggi, mi sento di dire che mi sia effettivamente comportata in modo avventato e stupido. Questo, però, non autorizza nessuno a pensare che, da quel momento, il mio corpo fosse destinato a dover mettere al mondo un bambino. Passato il primo momento di confusione, ho preso subito appuntamento con il consultorio e avviato l'iter per l'aborto. Da quando avevo cominciato ad avere una vita sessuale attiva, mi ero posta la domanda: «Cosa farei se rimanessi incinta?». La risposta era sempre stata chiara e limpida: «Abortirei». Ancora oggi, a 33 anni, in procinto di sposarmi, con varie amiche già mamme, credo che un figlio sia una scelta profonda e meditata che richiede certamente una grande dose di coraggio, ma soprattutto la volontà di donarsi a un altro essere umano. In quel momento, a 22 anni, con la mia vita davanti, io non volevo un figlio, non ero interessata a quell'esperienza e mi sarei sentita menomata dal diventare madre. Vivendo a Bologna, devo dire che le procedure di visita che mi hanno condotto all'aborto sono state efficienti e veloci. Non mi sono sentita giudicata, non ho trovato sulla mia via persone dei movimenti pro vita. L'unica persona che mi ha approcciato è stato il medico del consultorio che mi ha detto: «Lei sa ovviamente che ci sono altre strade?». A cui io ho risposto: «Lo so, ma sono perfettamente convinta della mia scelta». Vorrei spendere due parole sulle due signore che erano in camerata con me il giorno dell'aborto. Una era sui 40 anni, sposata: abortiva perché soffriva di gravi problemi alla schiena, che avrebbe potuto essere compromessa dalla gravidanza. L'altra era sui 35 anni, aveva già due figli e non voleva il terzo. Questo a mio avviso ci dimostra che le ragioni per abortire non sono necessariamente legate a drammi personali, ma anche a scelte razionali e consapevoli. Il corpo è mio. Posso scegliere di non figliare anche per preservare me stessa o perché ritengo che la mia famiglia abbia raggiunto la dimensione ideale per me. Aver abortito su di me non ha lasciato segni. Due giorni dopo ho dato un esame, sono uscita a bere qualcosa con le amiche, mi sono sentita di nuovo me stessa, libera, consapevole, certo, della disattenzione che mi aveva portato a vivere quell'esperienza, ma ancora me stessa, di nuovo serena.

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