24 Aprile Apr 2019 1610 24 aprile 2019

Andrea Delogu: «Racconto la (mia) dislessia in un libro»

Per la conduttrice questo disturbo dell’apprendimento, che ha scoperto di avere a 30 anni, è solo una caratteristica, nulla di più. Però parlarne e scriverne è importante. L'intervista. 

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Andrea Delogu Libro Dislessia

Quando ha scoperto che quel disturbo dell’apprendimento che la accompagnava da sempre aveva un nome, Andrea Delogu avrebbe tanto voluto leggere qualcosa che la rassicurasse, magari proprio l’esperienza di persone in qualche modo simili a lei. Un po’ per dare ad altri quella mano in più alla quale aggrapparsi e un po’ per squarciare almeno in parte il velo di non conoscenza che avvolge la dislessia, ha deciso di mettere nero su bianco la propria esperienza, nel «piccolo manuale di sopravvivenza», come lo chiama lei, Dove finiscono le parole. Storia semiseria di una dislessica, edito da Rai Libri. Una prova ancora una volta autobiografica, come quella del primo libro scritto insieme ad Andrea Cedrola nel quale raccontava dell’infanzia vissuta nella comunità di recupero di San Patrignano. «Allora ero mossa dalla voglia di dare un punto di vista personale a una storia non solo mia, ma italiana. Questo scritto invece è arrivato quasi per caso, dopo una serie di eventi concatenati iniziati nel 2018 con la mia partecipazione come relatrice al TedX di Caserta», racconta a LetteraDonna l’autrice, nonché conduttrice e speaker radiofonica.

DOMANDA. Cos’è successo in quell’occasione?
RISPOSTA.
Ho parlato per la prima volta della mia dislessia ma senza enfasi o particolare drammaticità, in un modo tanto sereno da non rendermi conto della portata che le mie parole avrebbero avuto. Subito dopo però è iniziato un flusso enorme di messaggi di persone con disturbi di apprendimento, madri e insegnanti che mi ringraziavano per aver finalmente portato all’attenzione di tutti un argomento che in Italia si conosce solo marginalmente e di cui si parla ancora troppo poco. Ho deciso quindi di scriverne e parlarne ogni tanto attraverso i social e quando mi è stato chiesto se mi andasse di lavorare a un altro libro non ho avuto dubbi sull’argomento.

La principale definizione di dislessia però è difficoltà nella decodifica del testo, parlarne attraverso uno scritto è una scelta quanto meno singolare.
È vero, però ho scelto un carattere di scrittura facilitato, molto più comprensibile se si ha un disturbo di questo tipo. Inoltre nella premessa dico alle persone con questa neuro-diversità di non sentirsi in colpa se non riescono a finirlo perché l’importante è assimilarne il messaggio, ovvero che non ci si debba mai sentire stupidi o inferiori a nessuno.

Prima di scoprire della dislessia ti è mai successo?
No, ho sempre avuto la certezza di non esserlo. Grazie alla faccia tosta e a genitori che non pretendevano l’eccellenza scolastica non ho mai creduto di valere meno di altri bambini, semplicemente andavo a una velocità diversa. Sentire le maestre dire che ero intelligente ma non mi applicavo, quando in realtà mi impegnavo tantissimo, a volte è stato frustrante ma ciò che mi feriva davvero era non riuscire a identificarmi. Sapere di avere una caratteristica diversa dallo standard ma non darle un nome è disorientante, soprattutto in infanzia e adolescenza.

Quando, invece, hai scoperto che si trattava di questo disturbo?
A 26 anni. Mentre viaggiavo su un autobus a Rimini ricevetti sul cellulare da mia madre il link a un video che simulava il modo in cui i dislessici vedono un testo scritto. Osservando le parole interrotte, storpiate e capovolte scorrere velocissime ho capito che era esattamente come le vedevo io tutti i giorni. Da quel momento ho iniziato a informarmi e a 30 anni ho avuto la certezza.

Oggi per un adolescente è più facile essere dislessico?
Sicuramente: gli insegnanti sono preparati e di conseguenza lo diventano anche i compagni di classe, anche se nel mio caso devo dire di non aver avuto difficoltà con gli amichetti dell’epoca. A fare la grande differenza sono però le tecnologie e la Rete, che ancora oggi per me rappresentano un alleato insostituibile, sia a livello pratico con videoscrittura, correttore ortografico e t9, che per conoscere le cose senza obbligatoriamente passare da un testo scritto.

Un’infanzia con questo disturbo e in una comunità di recupero, qualcuno potrebbe definirlo il peggiore dei mondi possibili.
Invece sono stata una bambina molto serena e anzi San Patrignano mi ha aiutato perché non ero mai sola ma sempre circondata da tanti coetanei. Se fossi stata seguita da un insegnante di recupero individuale a casa sarebbe stato molto più difficile non sentirsi diversa.

È cambiato l’atteggiamento delle persone da quando hai raccontato la tua storia?
In alcuni casi abbastanza. Ci rido sopra ma è surreale sentirsi dire «mi dispiace» o «non me ne sono mai accorta» visto che non c’è nulla di cui accorgersi. E non si guarisce nemmeno dato che la dislessia non è una malattia ma una caratteristica, come qualunque sfumatura fisica o caratteriale.

Conduci da anni Stracult su RaiDue e dal 23 aprile è iniziata la nuova avventura nella squadra di The Voice of Italy. Che ruolo ti sembra ricoprano le donne in tv oggi?
Lavoro attivamente da soli 5-6 anni quindi non ho un’esperienza così lunga per poter esprimere un giudizio significativo però posso dire che il mio percorso è stato molto lineare e di non aver mai visto ne percepito nemmeno l’ombra di qualcosa di squallido o ambiguo. Mi è sempre stata data massima fiducia, forse anche più di quella meritata come successo quando ho lavorato con Renzo Arbore e Nino Frassica, due mostri sacri che mi hanno lasciato carta bianca su tutto. Non voglio generalizzare però, spesso leggo storie ben più complesse e meno serene delle mie e mi rendo conto di essere stata molto fortunata.

Hai iniziato come Letteronza con la Gialappa’s Band nel 2002 e non ti sei mai pentita. Una o più correnti femministe avrebbero qualcosa da ridire.
Però sbagliano. Sono totalmente a favore delle donne, della conquista e rivendicazione dei diritti, ma uno dei più importanti è proprio la libertà di poter fare ciò che si vuole, anche e soprattutto con il proprio corpo. È vero, ho mosso i primi passi in tv con addosso solo slip e reggiseno ma è stata una scelta mia quindi è sbagliatissimo dire che vendevo il mio corpo, cosa che invece succede in altri contesti ben più gravi.

Tutto sta anche nel non considerarlo l’unico mezzo per poter emergere.
Assolutamente. Non ho mai puntato solo sulla fisicità e il mio percorso lavorativo lo dimostra, ma ho un ottimo rapporto con me stessa e non ho mai provato imbarazzo nel mostrarmi. Fosse per me andrei in giro nuda o con minigonne inguinali perché non ci trovo nulla di scandaloso, disdicevole o legato per forza a una sessualità morbosa. È il nostro corpo, cosa c’è di più bello?

Che rapporto hai con i social network?
Ottimo, le dimostrazioni di affetto sono tante ma ovviamente non manca chi decide di insultare, spesso senza nemmeno entrare nel merito delle argomentazioni. In quei casi raramente mi butto nella mischia perché, pur amando il confronto, credo sia utile solo se coinvolge persone in carne e ossa e non identità astratte, mi limito quindi serenamente a bloccare chi esagera.

La tua amicizia con Ema Stokholma è talmente bella e di dominio pubblico da sembrare un inno alla sorellanza. Non è vero allora che noi donne sappiamo solo farci la guerra.
Per quanto mi riguarda no, visto che ho più amiche femmine che maschi. Noi ci siamo scelte nell’anima, infatti mio marito (l'attore Francesco Montanari, ndr) dice sempre, a ragione, che oltre a me ha sposato lei e il mio cane. A San Valentino scrivo lo stesso messaggio d’amore a entrambi e anche nei ringraziamenti del libro è in cima alla lista. Sono molto legata anche a Silvia Boschero con la quale conduco ogni giorno in radio La versione delle due, anche se ci conosciamo solo da pochi mesi si è creata una sintonia pazzesca, forse possibili solo tra donne.

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