16 Aprile Apr 2019 1229 16 aprile 2019

Natasha Linhart: «La parità di genere è un problema culturale»

A tu per tu con la fondatrice e Ceo dell'azienda che esporta il meglio del food made in Italy. Il 50% dei dipendenti è donna: «Non ho problemi ad assumere giovani che avranno figli».

  • ...
Natasha Linhart Ceo Atlante Intervista

Sfogliando un atlante, si possono vedere le mappe di circa 200 Paesi. Uno di essi, l’Italia, è noto in tutti gli altri per le sue eccellenze alimentari, come pasta, olio extravergine d’oliva, formaggi, aceto balsamico e tartufi. Dal 2002, in questo settore opera (con un nome tutt’altro che casuale) Atlante, che esporta specialità nostrane all’estero ed è partner strategico delle principali catene per l’import di prodotti alimentari da ogni angolo del globo. Alla sua guida c’è Natasha Linhart, classe 1957, svizzera di nascita, cittadina del mondo per formazione e italiana d’adozione. «Mi sono fermata a Bologna perché era la città dell’uomo di cui mi sono innamorata e che poi ho sposato», racconta a LetteraDonna l’imprenditrice: «Prima di fondare Atlante lavoravo per una multinazionale olandese. Erano anni in cui la grande distribuzione italiana aveva problemi a dialogare con produttori esteri, ed è quello che abbiamo iniziato a fare noi». Con successo verrebbe da dire, dato che l’azienda oggi opera in Svizzera, Regno Unito, Stati Uniti, India e Giappone, effettua 45 mila consegne l’anno ed ha un fatturato di 150 milioni di euro. Il tutto, cosa da sottolineare, seguendo una precisa filosofia: «Esportiamo il meglio del made in Italy, garantendo la sicurezza della catena alimentare, ma niente che sia a base di carne: sono vegetariana».

DOMANDA. È una decisione recente o Atlante ha sempre operato così?
RISPOSTA.
Operiamo in questo modo fin dalla fondazione di Atlante. Al di là del fatto che io non la mangi, penso che a livello globale sia necessaria una riduzione del consumo di carne affinché l’alimentazione possa essere sostenibile. Altrimenti presto non ce ne sarà abbastanza per tutti.

Atlante valorizza le eccellenze italiane, esportando mele trentine in India e Lambrusco in Giappone. C’è qualche prodotto apprezzato più all’estero che da noi?
Sì, ad esempio l’aceto balsamico, il cui mercato è all’80% fuori dall’Italia. Alcune specialità, come il vino e l’olio d’oliva, vengono comprese meglio all’estero che da noi, perché in altri Paesi sono più disponibili a spendere per un prodotto di qualità. Gli italiani tendono invece a comprare ciò che è in offerta.

Quali sono i valori della sua azienda?
Da noi ci sono dipendenti di ogni età, orientamento sessuale e religione, che dimostrano di apprezzare un ambiente dove ognuno è libero di essere ciò che è. Atlante cerca di mettere al centro le persone e di crescere insieme a loro: credo che questo multiculturalismo sia un beneficio, una sorta di vero socialismo.

Quante donne ci sono?
Praticamente la metà: 27 su 53 dipendenti. Alcune di loro con incarichi di rilievo. Tra l’altro, so che ci sono imprenditori terrorizzati alla sola idea, ma non ho nessun problema ad assumere donne giovani che potenzialmente faranno figli. Ho avuto dipendenti che hanno partorito, vivendo un momento bellissimo ma anche difficile per certi versi, che una volta riorganizzata la loro vita sono poi tornate a lavorare, più motivate che mai. Ad ogni modo ho un ottimo rapporto con gli uomini e non intendo favorire le donne: se ne ho assunte così tante è perché sono persone e lavoratrici fantastiche.

Pensa sia giusto ampliare il congedo di paternità?
Certamente. Ad Atlante non abbiamo problemi a dare uguali permessi ai due genitori, ma alla fine i papà non vanno in paternità, perché dei figli alla fine se ne occupano sempre le mamme. È una questione culturale di cui non è facile parlare.

A proposito di uomini e donne, che ne pensa del gender gap?
Che esista è un dato di fatto e, anche questa, è una questione culturale: le donne sono ancora viste come assistenti degli uomini e questo deve certamente cambiare. Cambiando un po’ discorso, devo dire che per alcune mansioni, magari più remunerative ma che prevedono impegni come la visita di siti produttivi di notte, ho riscontrato più disponibilità da parte degli uomini.

Mi ha parlato di mansioni. Crede che una donna manager abbia qualcosa in più rispetto ai colleghi?
No. Più che dal sesso dipende tutto dalle persone. Ci sono donne che hanno spiccate capacità manageriali, altre più creative. E questo vale anche per gli uomini. Ecco, forse le donne dialogano meglio perché sono meno competitive. In generale io ho un buon rapporto con tutti. L’importante è che ci sia passione, amare ciò che si fa.

Immagino lei ami essere imprenditrice.
Certamente. Lo sono sempre stata. Ho organizzazione, capacità di gestione del personale e ricerca di potenziali business nel Dna.

Ma nel suo lavoro è stata mai discriminata in quanto donna?
Mai, sarò stata fortunata? Devo dire che ho avuto un grande vantaggio, se così si può chiamare: ho avuto il primo bambino a 17 anni e il secondo a 18. Mi sono ritrovata a 30 anni con due figli già grandi e quando ho fondato Atlante ero decisamente libera. In Italia le donne fanno figli sempre più tardi, quando dovrebbero essere nel pieno della carriera: normale che una gravidanza sia in qualche modo un freno, soprattutto se devi viaggiare spesso all’estero e lavori 14 ore al giorno come me.

14 sono tante. A che ora inizia?
Alle 8.15 sono in ufficio, dove sono a disposizione di tutti per parlare dei progetti in corso e risolvere eventuali problemi. Prima, però, vado a fare una bella nuotata in piscina alle sette di mattina.

A proposito di attività fisica, è vero che il motto di Atlante è ‘Mens sana in corpore sano’?
Proprio così. Offriamo ai dipendenti l’opportunità di usufruire in modo gratuito di strutture sportive, perché pensiamo che il benessere fisico sia un valore fondamentale. Molti non avevano fatto sport e grazie ad Atlante lo fanno perché hanno un incentivo. Insomma, è un piccolo benefit che tutti apprezzano. Anzi, quasi tutti (ride, ndr)!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso