11 Aprile Apr 2019 1858 11 aprile 2019

Il corpo femminile approda al Fuorisalone

All'interno della mostra Una stanza tutta per me tre artiste espongono le loro opere. Tra queste ci sono le foto di Francesca Piovesan: storie fatte di cicatrici e smagliature.

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Francesca Piovesan Fuorisalone (1)

Nel saggio Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf raccontava come fosse difficile vivere di cultura, soprattutto per le donne. Quasi un secolo dopo le cose non sono cambiate più di tanto, così Sabino Maria Frassà ha deciso di coinvolgere tre artiste diverse vincitrici e finaliste del premio Cramum per un'esposizione che si opponga al gender gap. Si chiama Una stanza tutta per me ed è ospitata a Ventura Centrale nell'ambito degli eventi del Fuorisalone. Francesca Piovesan, Giulia Manfredi e Flora Deborah hanno concepito le loro opere, divise in tre stanze e osservabili in un unico percorso. Ci sono le colture batteriche di Flora Deborah, che ricordano uteri materni e ricreano un ciclo vitale permanente, le piante morte intrappolate nella resina di Giulia Manfredi, le fotografie di Francesca Piovesan, che ritraggono corpi femminili segnati da cicatrici e smagliature, malattie e gravidanze, coperti da una patina nero che può essere superata solo dal calore umano. «È una specie di metafora», ha spiegato Francesca Piovesan a LetteraDonna, «se si ha tempo e voglia di interessarsi all'altro si può accedere a un livello più approfondito e personale della storia delle persone, una sorta di empatia che vada oltre la superficialità».

DOMANDA: Perché ha deciso di ritrarre corpi dopo malattie e interventi chirurgici?
RISPOSTA:
È stata la conseguenza di un lavoro che faccio da anni sulla pelle come confine tra interno ed esterno, sulle impressioni che si creano su di essa, cicatrici e segni. Per me è come una superficie di confine che racconta delle storie sul nostro rapporto con noi stessi.

Perché proprio il corpo femminile?
Perché è quello che conosco meglio. Per anni ho lavorato sul mio, in questo caso, per la prima volta, con corpi diversi dal mio. Li ho immaginati come mappature, con le loro cicatrici di storie e di vissuto sedimentate.

Le sue opere appaiono nere, coperte, per vederle bisogna toccarle e trasmettere loro calore.
Penso che alcune cose debbano ancora essere trattate con discrezione anche se oggi siamo esposti a tantissime immagini, anche violente ed estremamente esplicite. Poi questa superficie nera è una specie di metafora della vita in generale, in cui il calore umano è la chiave.

Tutta la sua arte è legata ai temi del corpo delle donne?
Sì, è una specie di naturale conseguenza, nel senso che io ho sempre utilizzato il mio corpo. L'ho sempre pensato come strumento d'indagine, il primo che abbiamo per relazionarci al mondo.

Quando e come ha iniziato a elaborare questo genere di opere?
Nei miei penultimi lavori avevo iniziato a usare lo specchio, mettendoci sopra le impronte intrappolate del mio corpo. Qui è iniziato un rapporto con l'altro, perché queste impronte si fondevano con l'immagine di chi si specchiava. Poi sono rimasta affascinata da questo materiale che si attivava col calore umano e lì ho pensato subito al corpo degli altri.

Perché?
Perché io sul mio corpo non ho molti segni di storie, ma ho vicino a me delle persone che hanno sofferto. E anche gioito, perché nelle foto esposte ci sono cicatrici date da malattie ma anche segni lasciati dal parto, un evento piacevole con cui bisogna comunque imparare a convivere.

Qual è il ruolo svolto dalla società nell'accettazione del proprio corpo?
Da quello che vedo io risulta sempre più difficile, soprattutto dal punto di vista femminile. Nel quotidiano vedo moltissime donne soffrire, soprattutto del tempo che passa, o nascondere parti che oggi non siamo più abituati a vedere, come cicatrici o segni che non sono più considerati come parti di una storia ma come qualcosa di cui vergognarsi. Siamo sempre alla ricerca della perfezione e una donna è molto esposta a questa problematica, spero che prima o poi ci sia una controtendenza.

Come è nata la sua partecipazione a Una stanza tutta per me?
Avevo vinto anni fa il premio Cramum, che mi ha dato la possibilità di fare una mia personale. Di lì si è aperta una collaborazione col curatore Sabino Maria Frassà.

Nel suo lavoro artistico ha sperimentato il gender gap?
No, anche se è una domanda che mi è stata fatta tantissime volte. Ho avuto la fortuna di fare un percorso accademico in cui non mi è mai stata preclusa alcuna ricerca artistica perché ero donna.

E la sua attenzione alle tematiche femminile da cosa nasce?
Sono cresciuta artisticamente con l'obiettivo di avere un'idea e realizzarla nel miglior modo possibile. Poi va da sé che, essendo donna, ho una sensibilità non maggiore ma differente rispetto a quella di un uomo. Uomini e donne sono diversi, questo non lo si può negare.

Quali saranno i suoi prossimi progetti?
Adesso vorrei ritornare un po' al vetro e al discorso delle impronte, magari cercando di abituarmi a lavorare con altri corpi perché è stata una bella esperienza.

Sempre e solo femminili?
Non escludo il coinvolgimento anche di uomini. Al momento i progetti sono un po' nebulosi, devono ancora prendere forma.

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