10 Aprile Apr 2019 0800 10 aprile 2019

Le donne di San Marino costrette ad andare ad abortire in Italia

Due mila euro di intervento e quella sensazione di essere ripudiate. Perché nella piccola Repubblica, dove la parola IVG non si può neanche nominare, sono considerate «sterminatrici di vite». Le storie di Carolina ed Emily.

  • ...
San Marino Aborto In Italia

Immaginate di scoprire di aspettare un bambino e decidere che non volete o non potete portare a termine la gravidanza. Immaginate di essere spaventate, addolorate, e di non essere così informate sull’intervento a cui dovrete sottoporvi per interromperla. Immaginate di avere molte domande ma non poterle porgere al vostro medico di base, né al vostro ginecologo, né al vostro specialista di turno perché dove vivete la parola «aborto» non si può nominare. Immaginate di dovervi recare all’estero perché nel vostro Stato l’interruzione di gravidanza è punita con il carcere. Immaginate di dover sborsare due mila euro per affrontare un intervento che, anche se frutto di una scelta consapevole, probabilmente segnerà comunque uno dei giorni peggiori della vostra vita. E di essere costrette a utilizzare metà delle vostre ferie annue al lavoro per la convalescenza. Immaginate di non poter dire al vostro datore di lavoro che avete bisogno di un periodo di malattia, perché il motivo per cui dovreste usufruirne è configurato come reato (dagli articoli 153 e 154 del codice penale). Immaginate poi che questa surreale situazione avvenga mentre vivete a 20 chilometri dalla ridente Rimini. Siamo a San Marino, una delle Repubbliche più antiche al mondo. E molte di quelle donne oggi non solo reclamano i loro diritti, come dimostra la proposta di legge avanzata da Vanessa Muratori, ma non hanno nemmeno paura di parlarne, come dimostrano le loro storie volontariamente raccontate in prima persona, con nomi e cognomi, per rompere quel silenzio assordante.

CAROLINA: «QUI SIAMO PARAGONATE A STERMINATRICI DI VITE»

Carolina Baldini ha 30 anni e già due bambini piccoli, di due e quattro anni. Non pensava neanche lontanamente di poter rimanere incinta una terza volta, perché usava un anticoncezionale semipermanente che avrebbe dovuto agire per cinque anni: una spirale priva di ormoni, che le aveva inserito la ginecologa in ambulatorio. «Quando sono andata a fare la visita e mi hanno accertato la gravidanza ho chiesto: Dove è andata a finire la spirale?», mi racconta al telefono. Le hanno risposto che si era spostata. Carolina sotto choc decise di abortire, per lei non era decisamente il momento per un terzo figlio. E qui inizia il calvario. Un calvario così impattante da indurla a rinunciare a una causa contro la ginecologa: «Non me la sono sentita», mi spiega. «Quando ho fatto questa scelta sono stati categorici qui a San Marino, perché guai, non se ne può neanche parlare». Fortunatamente ha un’amica ostetrica alla quale poteva permettersi di chiedere indicazioni: «Senza di lei sarei stata in balia di me stessa. Mi rapportavo con una realtà che non mi riguarda perché con la sanità italiana non avevo mai avuto a che fare», mi dice a tratti ancora incredula. Ma il suo è stato un consiglio da amica, perché in qualità di ostetrica non avrebbe potuto parlare. Come tutti i medici di San Marino. Quando Carolina disse al ginecologo di non voler tenere il bambino la risposta fu: «Io questa frase non la voglio neanche sentire». Certo, hanno le mani legate, riconosce, ma quella che l’ha ferita di più è stata la totale mancanza di umanità: «Giusta o sbagliata si tratta di una scelta sempre molto difficile».

Cittadina italiana ma residente a San Marino, Carolina prese appuntamento in ospedale a Cattolica tramite il consultorio di Rimini. «Quel giorno sembravamo più numeri che persone. So che è un’intervento, ma non parliamo di una protesi a un ginocchio». Nella sua memoria di quella giornata resta una sensazione glaciale e un «approccio schematico» del personale sanitario, «dall’arrivo alle 7 del mattino a noi pazienti ammucchiate tutte in una sala d’aspetto». Al consultorio le avevano detto che per l’intervento avrebbe dovuto affrontare una spesa di due mila euro da pagare in contanti il giorno stesso. «Sono partita da casa con tutte quelle banconote e una volta dimessa mi sono recata all’accettazione per pagare. Ma mi dissero che non ne sapevano nulla, quindi sarei dovuta tornare. Lì sono diventata una iena», mi racconta, «ho detto all’inserviente che non capiva che in quell’ospedale non avrei più messo piede per il resto della mia vita». Non solo: alle insistenze di Carolina la donna rispose: «Se vive a San Marino allora doveva rivolgersi la sua sanità!». Non conosceva nemmeno le leggi. «Alla fine ho aspettato sei mesi per pagare, quando mi è arrivata una lettera con tanto di spesa aggiuntiva di 1,50 euro di spedizione», mi spiega. Oltre il danno, la beffa.

E poi c’è stato un altro calvario: quello lavorativo. Il suo è considerato un impiego a rischio (è dipendente in un’impresa di pulizie) quindi non le è permesso lavorare in stato di gravidanza. Dopo poco avrebbe abortito, ma burocraticamente come si risolve un caso simile? Èstata obbligata a comunicare al suo datore di lavoro di essere incinta e lui l’ha invitata a restare a casa. «Le scelte erano due: o mi mettevo in malattia o mi mettevano in ferie. Non ho potuto avere la maternità anche se in quel momento ne avevo diritto perché avevo fatto una scelta, tutti la conoscevano, quindi me l’avrebbero negata». Così è stata costretta a prendere una settimana di ferie prima dell’intervento (l'azienda non poteva fare altro). «Sono tornata al lavoro una settimana dopo per grazia divina». Dopo l'aborto, l’infermiera del medico di guardia le disse che non avrebbe potuto concederle la malattia perché sarebbe andata in carcere. «Alla fine l’ho ottenuta perché il mio compagno che è un infermiere ha parlato con un medico fiscale donna, che gli ha risposto: Siamo all’età della pietra. Questa ragazza dovrebbe stare a casa più di 10 giorni». Denaro e lavoro a parte, c’è la dolorosa questione del gigantesco tabù che avvolge San Marino. Carolina è stata attaccata anche su Facebook da alcuni sanmarinesi ultra-cattolici per via della sua scelta: «Io avevo i miei sacrosanti motivi per farla. Ho parlato con la persona con la quale ho concepito questo bambino, padre dei miei figli e compagno, e abbiamo deciso di non tenerlo. Basta? Sì, basta».

EMILY: «TI FANNO SENTIRE SBAGLIATA E SPORCA»

«Io per cultura sono una donna libera. Quando decisi di abortire volevo parlarne, ma percepivo che per San Marino era un argomento fuori luogo»: a parlare è una donna di nome Emily Bartekovà. La sua è un'altra storia, ma simile a quella di Carolina per il trattamento ricevuto e le difficoltà incontrate. Nella vita ha affrontato due aborti volontari, e conosciuto due questioni culturali molto diverse. «Come sentirai dall'accento sono straniera, e mi ritengo fortunata nel poter constatare due realtà: sono nata nella Repubblica Ceca nel 1969. Il mio primo aborto è avvenuto lì quando avevo 19 anni. Il secondo quando ne avevo 26, ma per la legislazione di San Marino, dove vivo dal 1997, non ho potuto avere assistenza». Nella Repubblica Ceca, 30 anni fa, Emily ebbe la possibilità di interrompere la gravidanza senza problemi né domande inquisitorie (in Cecoslovacchia l’aborto è legale e disciplinato dalla legge 68/1957, ndr). Sette anni dopo, quando viveva a San Marino, rimase incinta di un uomo che era sposato con tre figli, e non si prendeva cura di loro. «Era una situazione molto difficile e mi resi conto che erò già in difficoltà con una figlia sola. Cosi decisi di abortire».

Il problema, mi racconta consapevole e agguerrita, è che «ti fanno sentire due volte strana». Ma «l’aborto è un intervento chirurgico, nascono paure e preoccupazioni. Vuoi metterti nelle mani di qualcuno che conosci, di cui ti fidi. Questo qui non è possibile. Devi abortire in Italia a pagamento. Allora costava un milione di dire, oggi due mila euro. Non è cambiato niente», dice amareggiata. E pensare che 30 anni fa nella Repubblica Ceca Emily ha avuto diritto a una settimana di malattia. Sul documento era scritto chiaro e tondo: «Per intervento di interruzione di gravidanza». E poi un sostegno psicologico offerto gratuitamente, un lusso anche qui in Italia. «A San Marino invece mi sentivo sporca, era come se mi dicessero: Fuori di qua, aborti non ne vogliamo, non sei desiderata».

Per sottoporsi all'intervento Emily si è recata a Riccione accompagnata da un’amica di San Marino che è restata con lei una notte in ospedale. «Mi ha dato supporto, ma non è sufficiente per superare quel momento. Ti senti rifiutata dal Paese in cui vivi e vuoi creare un futuro, ti trovi davanti un muro altissimo e senti addosso un macigno di pregiudizi. Non parlo solo del medico, ma tutta l’atmosfera». Emily crede che in questi 12 anni una piccola evoluzione culturale ci sia stata, ma «la legge è sempre quella, siamo in pieno Medioevo. E il problema non è la mentalità delle donne, ma l’influenza dei pochi che governano».

E poi c’è chi si a San Marino è sentita rifiutata per una semplice pillola del giorno dopo (e non succede solo lì, purtroppo). Questo è il testo di una mail che ho ricevuto:

Gentilissima Giulia, dopo aver letto il Suo post su facebook, ho deciso di 'arricchire' le Sue informazioni/casistiche con quella accaduta a mia figlia, la quale si era recata dal nostro medico di base per la pillola del giorno dopo e si è sentita rispondere «io non sono d'accordo, devi andare da qualcun altro». Quindi prova con la sua ginecologa ma niente, anche lei più o meno, stessa risposta. Le ore passavano e ho preso in mano la cornetta per chiamare il nostro medico di base e dopo averlo 'strapazzato' un po' (riesco ad essere aggressiva, all'occasione), si è deciso a prescriverle il farmaco. Ma il peggio è successo in farmacia: nel momento in cui il farmacista prende in mano la ricetta, ha tenuto a precisare a mia figlia «ti hanno detto, vero, che hai tre giorni di tempo per prenderla?!» a voce ben alta in modo che le molte persone presenti in farmacia sentissero, alla faccia della privacy, facendo vergognare mia figlia, all'epoca 25enne, all'inverosimile. Questa è San Marino. Spero che l'articolo che farà riesca a togliere un po' di muffa dalle menti di questo popolo antico.

Questa è San Marino.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso