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Diritti

4 Aprile Apr 2019 1520 04 aprile 2019

Il sesso coniugale è un dovere?

In Uk un giudice ha stabilito che per un marito è un «diritto umano fondamentale». Nel codice civile italiano c'è una norma che lo confermerebbe. Il punto con l'avvocata Simona Napolitani. 

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Simona Napolitani Sesso Coniugale In Italia

«Non posso pensare a un diritto umano più ovvio e fondamentale di quello di un marito nel fare sesso con la propria moglie». Questa frase provocatoria sta facendo discutere la civile Inghilterra. A pronunciarla è il giudice Anthony Hayden chiamato a esprimersi sulla possibilità di emettere un ordine restrittivo nei confronti di un uomo che continuava ad avere rapporti intimi con la moglie pur essendo quest’ultima affetta da un disturbo mentale tale da mettere a rischio il consenso. La parlamentare labour Thangam Debbonaire ha ricordato come nel Paese il sesso coniugale non sia più considerato un diritto dal 1991, data dalla quale è stato affermato definitivamente il principio del consenso al rapporto sessuale dentro e fuori dal matrimonio. Un matrimonio bianco insomma non deve per forza colorarsi di un’altra tinta più accesa. E a dirlo è la legge. Eppure l’obbligo di assistenza morale dopo le nozze, inteso come il dovere all’intimità, trova posto come principio anche all’interno di una norma del nostro Codice Civile. In particolare nell’articolo 143 riservato ai ‘Diritti e doveri reciproci dei coniugi’. Nel 2012 la Cassazione Civile ha previsto, in una sentenza molto discussa, che il sottrarsi unilateralmente e ripetutamente a tale obbligo possa dar luogo all’addebito della separazione. I tempi però sono cambiati. Nel 2017 la Corte di Cassazione chiariva che costringere il partner ad avere un rapporto sessuale è violenza sessuale e che specialmente in presenza di crisi coniugale in atto, l’intimità fisica non poteva affatto essere imposta. Fortunatamente, come ci ha spiegato, l’avvocata Simona Napolitani, presidente dell’associazione Codice Donna e giudice della trasmissione televisiva Forum, un conto è la norma, un conto è la sua applicazione. Per questo «la giurisprudenza va oltre il legislatore». Quest’ultimo è infatti «rimasto indietro mentre la giurisprudenza interpreta le norme adattandole all’evoluzione della società e della famiglia, luogo dove, purtroppo, si verificano molte condotte violente per mano del marito o del compagno e che per questo non deve essere più vista come un qualcosa di chiuso».

DOMANDA. Quali altre leggi la preoccupano?
RISPOSTA. Sicuramente il ddl Pillon. Quando alcune forze politiche dicono che sarà ‘archiviato’ a mio parere è solo uno slogan per calmare gli animi e per trovare consenso in un momento difficile. Vanno ritirati tutti i disegni di legge che questo Governo sta portando avanti in materia di separazione e di affido dei figli minori. Ce ne sono altri, altrettanto pericolosi. Con il Pillon i diritti dei minori non sono presi in considerazione: è una proposta ideologica per salvare la famiglia indissolubile da cui però le donne sono espulse, togliendo loro l’assegno di mantenimento per i figli e – ove necessaria – l’assegnazione della casa coniugale. I figli sono divisi al 50% del tempo con ciascun genitore, minando ogni forma di stabilità di cui hanno bisogno. Non si può applicare una struttura rigida valida sempre e comunque, il diritto di famiglia è un diritto vivente e ci vuole un intervento mirato, strutturato e studiato per ogni situazione specifica, per ogni singolo nucleo familiare.

«Quando alcune forze politiche parlano di archiviazione del ddl Pillon, lo fanno per calmare gli animi e per trovare consenso in un momento difficile».

L'alienazione parentale (PAS) viene invece chiamata in causa nel disegno di legge De Poli-Binetti-Sacconi, oltre che in quello del senatore leghista. Ogni volta che un figlio respinge il genitore si potrà parlare di una manipolazione psicologica da parte di uno dei due coniugi.
Non si può generalizzare. Va visto caso per caso. La sindrome ideata da Richard Gardner non è riconosciuta e non è inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Osserviamo un attimo i figli vittime di violenza e i quelli che hanno assistito a violenza domestica. Questi minori crescono nel timore di quello che hanno visto, percepito e respirato nell’atmosfera maltrattante della loro casa grazie alle condotte paterne. E quindi nella paura nei confronti del papà. Se i genitori si separano e i bambini poi non vogliano andare dal padre, quella non è alienazione parentale ma è un rifiuto dovuto al loro trascorso.

La ‘diagnosi’ di PAS può essere strumentalizzata contro le donne?
Accade. È una distorsione degli strumenti processuali. Purtroppo ci possono essere alcuni casi in cui, in assenza di violenza, i bambini possono essere manipolati da entrambi i genitori specialmente quando la conflittualità è alta. Ma è un grave errore codificare in questo modo l’alienazione parentale.

Nel disegno di legge Codice Rosso approvato alla Camera è previsto un obbligo di trasmissione degli atti penali al giudice civile che deve decidere sulle separazioni.
Sicuramente rappresenta un’innovazione nell’ambito dei processi che si aprono in caso di violenza. Perché si attivano i tribunali di minorenni, la Procura e il Tribunale ordinario; tre istituzioni che di solito non colloquiano tra di loro. Ci sono delle separazioni che terminano con una sentenza in cui il magistrato non sapeva assolutamente di una condanna in sede penale. Speriamo quindi che tale presupposto sia applicato nel concreto.

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