Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

4 Aprile Apr 2019 1916 04 aprile 2019

La mamma di Tiziana Cantone: «Non chiamiamolo Revenge Porn»

Per Maria Teresa Giglio l'espressione rimanda a qualcosa di sporco, «ma non c’è nulla di tutto ciò negli attimi più intimi nella storia tra due persone». L'intervista. 

  • ...
Maria Teresa Giglio Tiziana Cantone Revenge Porn

Non si piange addosso Maria Teresa Giglio, mamma di Tiziana Cantone, la ragazza napoletana che nel 2016 si tolse la vita a seguito della gogna mediatica che la travolse dopo che il suo ex fidanzato aveva diffuso in rete filmati privati a contenuto sessuale. Forse le lacrime le ha esaurite, o più probabilmente le lascia scendere nella solitudine della propria abitazione. In pubblico invece è una guerriera, che sta trasformando il dolore di una perdita senza senso in quella che lei stessa definisce una missione «volta ad avere giustizia e a vedere approvata una legge che punisca davvero chiunque si macchi di reati così gravi». Una legge che ancora non c’è, la cui assenza è tamponata solo in parte dall’emendamento sul Revenge porn interno al Codice Rosso approvato il 2 aprile, ma che da solo non può bastare. Serve di più, per Tiziana e per tutte le donne libere. «Intravedo il primo spiraglio di luce da quando mia figlia non c’è più. In oltre due anni, nonostante chiunque si sia riempito la bocca con la volontà di contrastare la violenza sulle donne, ogni appello alle Istituzioni è stato ignorato, quello fatto quindi è un, se pur parziale, importante passo», ci ha raccontato Maria Teresa a poche ore dall'ok della Camera.

DOMANDA. ​Nello specifico si parla di pene dagli 1 ai 6 anni di reclusione e fino 15 mila euro di multa per chi, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate. È sufficiente?
RISPOSTA. No, siamo solo all’inizio di un percorso che spero porti all’approvazione di una legge come quella presentata dalla senatrice Cinque Stelle, Elvira Evangelista e che prenda in considerazione ogni aspetto di una questione ormai fuori controllo. Io che purtroppo porto sulle spalle il peso di una simile disgrazia so con esattezza cosa abbia funzionato e cosa no a livello legale, e su quali aspetti focalizzarsi in modo prioritario.

Ovvero?
Nessuno o quasi prende in considerazione la responsabilità dei giganti del web, dai motori di ricerca ai social network, che mentono sostenendo di non riuscire ad arginare un fenomeno così vasto ma che avrebbero tutti mezzi per bloccare e impedire la diffusione di contenuti illeciti. Sembra quasi manchi la volontà politica di attaccarli e un chiaro esempio di ciò è che il garante della privacy, al quale tramite l’avvocato Andrea Orefice a ottobre 2016 ho presentato un ricorso per chiedere fosse dichiarata illegale la presenza in rete di migliaia di video e immagini riguardanti mia figlia, debba ancora esprimersi.

Contenuti che in buona parte sono ancora lì.
Sì, e che generano ogni tipo di depravazione e guadagno sulla pelle di una ragazza come tante, oltre a incidere sul mio stato emotivo fortemente provato. Tiziana era diventata un fenomeno a sua insaputa sul quale in tanti si sono arricchiti, anche i siti porno. Pensi che esistono perfino cover per smartphone a tema. Non riesco ad accettare la violenza che l’ha uccisa e continua a infangarne memoria, portata avanti anche da un certo tipo di giornalismo che non ci ha pensato due volte a rivelarne nome e cognome e da politici che su di lei imbastiscono campagne elettorali.

Se un uomo, una volta terminata una relazione, ma a volte anche a prescindere da essa, si sente legittimato a compiere determinate azioni, siamo però di fronte a un problema culturale che non è risolvibile con la sola pena.
Certamente, credo sia giusto parlare di percorsi educativi e formazione degli adolescenti sull’uso di chat e social network, ma sono anche convinta che purtroppo le persone non cambino, chi nasce con una certa idea resta così tutta la vita. Senza contare che i più attivi in certi gruppi chiusi di Facebook sono adulti insospettabili che certo non possono essere educati dallo Stato, ma puniti sì.

Alla base di tutto è nuovamente la visione della donna subordinata agli ordini e al piacere maschile.
Purtroppo nel 2019 dobbiamo ancora fare i conti con una cultura retrograda e maschilista che non ci abbandona. Non è la fragilità femminile che porta a non sostenere certe situazioni ma questa mentalità. La vergogna è indotta da un retaggio sociale che a parità di esposizione penalizza sempre la donna rispetto all'uomo. Il web dovrebbe rappresentare il progresso ma sta portando alla ribalta idee da Medioevo.

Come quella che ancora oggi molti hanno: «certe foto o video non vanno fatti».
È un errore pensare di limitare la libertà personale per paura delle azioni altri. Seguendo questa logica dovremmo smettere anche di scattare selfie visto che esistono gruppi social dove vengono caricate foto normalissime di ragazze poi subissate dai commenti più squallidi, che a volte sfociano perfino nel reato di pedopornografia.

Proposte di legge a parte la politica si è mai interessata concretamente alla sua storia?
No, non ho mai avuto nessuna dimostrazione di vicinanza. Sono sempre stata io a fare appelli ogni volta al governante di turno perché si arrivi ad una legge veramente completa e giusta, a partire dal nome del reato che deve essere cambiato.

Perché?
Revenge porn porta in sé il concetto di pornografico, ma non c’è nulla di tutto ciò negli attimi più intimi e belli di una relazione tra due persone. Etichettare in questo modo la sfera privata e sessuale di ognuno è molto riduttivo.

«Dobbiamo ancora fare i conti con una cultura retrograda e maschilista che non ci abbandona».

È da poco uscito il libro Uccisa dal web: Tiziana Cantone. La vera storia di un femminicidio social, scritto da Luca Ribustini e Romina Farace sulla base delle sue testimonianze, cosa si legge in quelle pagine?
Nero su bianco tutte le lacune enormi da parte di chi avrebbe dovuto difendere una ragazza che stava subendo una gogna mediatica ininterrotta da 15 mesi. Tanti reati come diffamazione aggravata, stalking, furto d’identità erano già in vigore ai tempi del fatto, ma nonostante ciò nessuno ha fatto nulla. È un atto d’amore nei confronti di mia figlia, ennesimo tassello di quello che vivo come un dovere. Se sono sopravvissuta a questa enorme perdita è perché ho deciso di incanalare tutto il dolore che provo dando ad esso un significato.

Ci sta riuscendo?
È difficilissimo, sto facendo appello ad una forza che non sapevo di avere e alla fede rinata dopo un periodo di appannamento. Si dice che Dio affidi le battaglie più dure ai suoi migliori soldati e forse io sono uno di questi.

Per farlo ha creato anche l’associazione Tiziana Cantone per le altre.
Sì, mi batto perché nessuna ragazza o madre subisca più ciò che è toccato a noi o debba rinunciare alla propria identità, come fece Tiziana che chiese ed ottenne anche il cambio di cognome. Per questo porto in giro la mia testimonianza il più possibile, anche se farlo mi devasta sia psicologicamente che fisicamente. Sono sola in questa lotta non avendo un compagno e avendo perso da poco anche mia madre, ma quando lo sconforto ha il sopravvento penso a Tiziana e sento come sia proprio lei da lassù a darmi la forza per non lasciarmi andare.

Sono tante le ragazze che le scrivono?
Sì, e più leggo i loro messaggi, molti dei quali con richieste di aiuto, più mi carico perché so di non poterle lasciare sole.

Cosa si sente di dire a chi ha il potere di rendere concreta la sua battaglia?
Che se chi ci governa vuole davvero fare politica non si limiti alle parole ma passi ai fatti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso