3 Aprile Apr 2019 1807 03 aprile 2019

Bianca Guaccero: «Ecco Il tuo cuore è come il mare, il mio libro»

Voleva condividere con la figlia e i lettori le sue esperienze, ma soprattutto ciò che ha imparato da conquiste e sconfitte. Intervista alla conduttrice di Detto Fatto che si ribella al gossip.

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Bianca Guaccero Intervista Libro

Nemmeno un racconto sulle emozioni sotto forma di lettera a una figlia è immune da strumentalizzazioni. Viviamo in un mondo che ogni giorno punta a renderci più vulnerabili, alimentando la sete di chi ci vorrebbe diversi, sempre. Lo sa bene Bianca Guaccero, attrice, presentatrice e oggi anche scrittrice, che alla sua prima prova letteraria con Il tuo cuore è come il mare si è trovata a doversi difendere da storpiature di esperienze fortissime vissute in prima persona, come attacchi di panico in età adolescenziale, banalizzate in poche righe da una certa parte di web. Un episodio spiacevole che tuttavia non ha scalfito la personalità di una donna contemporanea che rivendica la propria unicità e dice a tutte le bambine di «non avere paura di essere se stesse esprimendo idee fuori dal branco, senza ingabbiarsi in sovrastrutture che non le rispecchino».

DOMANDA. È da poco uscito il tuo primo libro, com’è nata l’idea?
RISPOSTA.
Probabilmente è sempre stata dentro di me visto che la passione per la scrittura mi accompagna fin da piccola, quando sognavo di essere giornalista e tenevo un diario nel quale annotavo tutte le emozioni che non riuscivo a esprimere a voce. A 15 anni iniziai a scrivere un vero e proprio libro ma, pur provandoci mille volte, arrivata a pagina 40 non riuscii più ad andare avanti così a un certo punto pensai: «Lo finirò quando avrò 40 anni», come se fossi consapevole di avere in quel momento troppe domande e poche risposte.

Adesso che sei più vicina a quell’età quindi sono arrivate le risposte?
Forse, ma in realtà si è trattato più di un incastro del destino. Quando Rai Libri mi ha proposto il progetto mi sono stupita perché non avevo mai parlato a nessuno di questa storia e anche se l’idea sul tavolo era quella di scrivere un’autobiografia classica, ho sentito subito la voglia di tornare a quello scritto abbandonato, condividendo con mia figlia e i lettori parte delle mie esperienze di vita, ma soprattutto ciò che ho imparato da conquiste e sconfitte.

E cosa hai imparato?
Per prima cosa a non avere paura delle proprie fragilità e a vivere accettando ogni emozione perché questo ci rende più forti e meno attaccabili dall’esterno, un aspetto fondamentale, soprattutto da giovane quando ogni critica può diventare un macigno.

«Quello che ho vissuto è stata una prigionia mentale dovuta a quel vuoto di identità che spesso prende il sopravvento in adolescenza».

Nel libro racconti infatti che a 15 anni hai sofferto di attacchi di panico. La storia è stata ripresa da molti siti e pagine social che hanno sentenziato ti fossero passati una volta fidanzata. Una tesi che hai completamente smentito, lo confermi?
Nel modo più assoluto, magari bastasse così poco per risolvere certi problemi. Leggendo quei rilanci sono rimasta sgomenta perché un conto è fare gossip, un altro è affrontare con leggerezza tematiche delicate solo per creare sensazionalismo, senza pensare alla pericolosità di lanciare messaggi superficiali e sbagliati.

Com’è andata esattamente invece?
Quella che ho vissuto è stata una prigionia mentale dovuta a quel vuoto d’identità che spesso prende il sopravvento in adolescenza. È vero, ho scritto di essermi fidanzata in quel periodo e di credere che gli attacchi di panico fossero passati, ma ho anche specificato come mi fossi sbagliata e avessi semplicemente spostato l’attenzione da una cosa all’altra. Non era colpa di nessuno, ero io ad essere infelice e vedere ridotto tutto ciò a una cotta tra ragazzini mi ha ferito.

Infatti hai risposto con un post su Instagram.
Sì, solitamente non replico mai ma mi è sembrato talmente sbagliato il messaggio che stava passando che ho voluto farlo. A volte sembra che chi scrive si dimentichi che oltre agli adulti ci leggono anche i giovanissimi, ai quali per troppa leggerezza rischiamo di fare seri danni.

Che rapporto hai con i social network?
Mi piacerebbe seguirli di più ma non ho nessuno che se ne occupi al posto mio e rispondere a ogni messaggio è impossibile dopo una giornata di lavoro e con una figlia da seguire. Quando posso però lo faccio, altrimenti cerco di scrivere post che racchiudano risposte complete.

In uno hai pubblicato una foto di dieci anni fa in cui sfoggi qualche chilo in più rispetto ad oggi e la maggior parte dei commenti arrivati sono stati del tipo «sei troppo magra, stavi meglio prima». Che effetto ti ha fatto?
Quasi nullo perché sono felice di come sono e non tornerei mai indietro. Non sono dimagrita tanto, semplicemente oltre a perdere la naturale rotondità del viso giovanile sto più attenta all’alimentazione e vado in palestra ogni tanto, ma senza impazzire. Oggi ho un’identità forte e certe cose non mi toccano ma sicuramente se fossi più giovane sarebbe diverso, per questo ribadisco che si debba stare molto attenti all’uso delle parole.

Anche alla luce di molti avvenimenti non proprio positivi sul corpo e l’identità femminile che si stanno verificando negli ultimi periodi, in che mondo pensi si troverà a vivere tua figlia da grande?
È impossibile prevederlo ma sicuramente le donne di domani sapranno affrontare ogni cosa con una tenacia nuova. La mia generazione di donne nate a inizio anni Ottanta vive a cavallo tra due mondi e rappresenta un ponte per le bambine di oggi perché a sua volta figlia di madri cresciute in un’epoca e con una mentalità molto più restrittiva dell’attuale; ma allo stesso tempo siamo moderne e desiderose di affermarci senza rinunciare a priori al ruolo di mamme e moglie. Il problema è che dobbiamo dimostrare di saper fare bene tutto, ed è molto più difficile per noi che per un uomo.

Nel libro parli di fiabe. Ha ancora un senso educare al culto delle principesse o certi racconti suonano ormai anacronistici?
Diciamo che sono tempi duri per le principesse in attesa del principe azzurro e che le favole con cui sono cresciuta come Biancaneve e Cenerentola siano affascinanti ma ormai obsolete perché veicolano l’idea della femmina fragile che debba essere salvata dal ragazzo di turno. In quelle attuali è diverso, basti pensare a Frozen, dove l’uomo non ha nessuna importanza ma è solo una figura sullo sfondo. Questo la dice lunga su come le spettatrici di oggi cresceranno, sicuramente non la sindrome di Candy Candy.

Ti definiresti femminista?
Non estrema, sono per l’uguaglianza tra esseri umani e l’affermazione del diritto di ognuno di fare e amare ciò che vuole. Credo però anche nel rispetto dei ruoli e della diversità, che significa rivendicare la propria libertà ma senza diventare uomini, inibendo l’altro sesso mostrandosi sempre come novelle wonder women in trincea.

Hai mai vissuto episodi di sessismo, discriminazione o avuto la sensazione di essere giudicata solo per la tua bellezza?
No ma credo dipenda dal fatto che fin da ragazzina ho lottato per far sentire la mia voce. Probabilmente sono stata anche fortunata e non voglio certo minimizzare episodi gravissimi che purtroppo accadono, ma credo che mostrarsi sicure di sé allontani almeno in parte potenziali personaggi pericolosi. Per tutelarsi è fondamentale non prestare il fianco alla logica maschilista dominante ma battersi per essere ascoltate e non solo guardate. Essere presa in considerazione perché si ha un bel viso non dà nessuna soddisfazione, anzi è una mortificazione credere che basti quello per aprire tutte le porte.

Dopo la trasmissione Detto Fatto che si avvia verso le settimane conclusive dove ti vedremo?
A maggio al cinema, nel film Il grande spirito che ho girato nel 2018 per la regia di Sergio Rubini.

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