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Diritti

23 Marzo Mar 2019 0824 23 marzo 2019

Farian Sabahi racconta le vite appese a un filo in una mostra

A tu per tu con la scrittrice e giornalista i cui scatti sono i protagonisti dell'esposizione Safar: viaggio in Medio Oriente in programma al Museo d’Arte Orientale di Torino.

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Farian Sabahi

Libano, Siria, Iran, Iraq, Emirati Arabi, Azerbaigian, Uzbekistan, Yemen sono i Paesi protagonisti della mostra fotografica Safar: viaggio in Medio Oriente in programma al Mao, il Museo d’Arte Orientale di Torino, fino al 30 giugno 2019. A immortalarli nei suoi scatti è stata Farian Sabahi, scrittrice, accademica e giornalista esperta di questioni mediorientali. Nata da uno dei primi matrimoni misti di casa nostra, da madre italiana e padre iraniano, la donna ha voluto cristalizzare in immagini luoghi in cui stavano per scoppiare o erano appena finite guerre violente, cogliendo il senso di precarietà sintetizzato nel sottotitolo della rassegna «Vite appese a un filo». Il termine Safar in persiano e arabo indica il viaggio che nell'esposizione torinese non è solo sul piano geografico, ma anche a livello culturale ed emotivo. «Ogni scatto ferma un momento della mia vita. Sono tantissimi i ritratti, soprattutto di donne e bambini, di entrambi i sessi», ci racconta Farian a poche ore dopo l'inaugurazione della mostra. E proprio di donne le chiediamo, ma generalizzare sulla condizione femminile dei Paesi in cui la fotografa è stata non è facile: «Vivono in modo diverso a seconda dello Stato e del momento storico. Dopo la caduta di Saddam Hussein, le irachene sono state liberate dal giogo di un dittatore, ma non hanno certo acquisito maggiori diritti, in una realtà lacerata dalla guerra».

DOMANDA. E lei invece come affronta i viaggi in posti in cui non abbiamo gli stessi diritti e libertà degli uomini?
RISPOSTA.
Non ho mai avuto particolari problemi in quanto donna. Al contrario, in quanto donna giornalista ho sempre avuto accesso sia al mondo femminile sia a quello maschile. Anche in Paesi conservatori e complessi come lo Yemen.

La sua infanzia e la sua famiglia come hanno inciso sul suo interesse per il Medio Oriente?
Aver viaggiato tanto da bambina mi ha senza dubbio condizionato. E ancor più il fatto che di punto in bianco, con la Rivoluzione iraniana del 1979 e la guerra scatenata da Saddam l’anno successivo, non sono più potuta tornare a Teheran per parecchi anni. È rimasto il sapore di un mondo che avevo conosciuto e avevo dovuto smettere di frequentare. Sapori, odori, affetti.

Ci sono alcuni scatti della mostra ai quali è particolarmente legata?
Trovo bellissima l’immagine della bimba di circa tre anni che cammina svelta mentre gli adulti si intrattengono poco lontano. Sono i nomadi Qashqhai, nel Fars, ovvero nella regione centrale dell’Iran. E poi la donna yemenita in rosso nel villaggio di Beit Boss, abitato soprattutto da ebrei emigrati in Israele e quindi quasi disabitato. L’avevo fotografata usando l’obiettivo mentre camminava a una certa distanza, a viso scoperto. Quando mi ha vista, non ha esitato a sedersi e a lasciarsi riprendere per un altro scatto. Senza remore, ma tirandosi su il velo nero, in modo da coprire parte del viso.

Con un background internazionale, come vive le recenti polemiche sull'immigrazione?
Come scrisse Machiavelli nei Discorsi, alla base di una sana vita repubblicana esistono le infinite dissensioni tra le parti della città, e perciò rischio e conflitto sono ingredienti strutturali di una società civile. Coloro che condannano la società multiculturale auspicano una società senza rischio, vale a dire senza il rischio insito nella diversità. Ma la tradizione liberale e democratica non teme il rischio: l’appello a una società senza rischio, senza conflitto e quindi senza diversità, è in linea con il pensiero totalitario del secolo breve che ci siamo lasciati alle spalle.

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