21 Marzo Mar 2019 1656 21 marzo 2019

Ramona Parenzan: «Ecco l'Alfabetiere contro il monolinguismo culturale»

Nel 2018 il senatore Pillon l'aveva accusata di stregoneria. Un anno dopo torna con un libro che ha come protagonisti 26 personaggi della favolistica mondiale.  

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Alfabetiere Interculturale Ramona Parenzan Libro

Nel 2018 Simone Pillon (esatto, sempre lui), l’aveva accusata di stregoneria, perché nell’ambito di un laboratorio interculturale in una scuola del bresciano aveva donato ai bambini delle conchiglie da nascondere sotto il cuscino: secondo il senatore leghista si trattava di pericolosissimi amuleti nigeriani, in grado di traviare i giovani italiani. «Ho pianto tanto, in quel periodo mia madre che stava morendo di tumore ed è stata una bomba. Non ho potuto fare dei laboratori in Brianza, già fissati, e in generale ho perso tanti lavori come performer», racconta a LetteraDonna Ramona Parenzan, che a distanza di un anno torna con un nuovo progetto, finanziato con il crowdfunding, «nato come risposta alla negatività di quei mesi» e dalla collaborazione con Silvia Bertussi: l’Alfabetiere Interculturale, un testo illustrato per bambini e bambine che celebra la diversità con 26 racconti, in cui i protagonisti sono altrettanti personaggi della favolistica mondiale: «In questo periodo di chiusura ho deciso di fare militanza politica non con un linguaggio politico, ma con dispositivi che, nei contesti giusti, potessero spezzare il monolinguismo culturale». Insomma, Pillon (qui il nostro speciale sul suo controverso ddl) se ne faccia una ragione. Le streghe, anzi la strega è tornata. Più agguerrita che mai.

DOMANDA. Da dove vengono i protagonisti dell’Alfabetiere Interculturale?
RISPOSTA.
Come docente di lingua italiana da anni lavoro a stretto contatto con donne e bambini stranieri: questo mi ha dato l'opportunità di avere direttamente da loro materiale narrativo non tradotto, che ho poi rielaborato per questo progetto, con racconti in prima persona da parte di 26 personaggi della favolistica internazionale, nella maggior parte dei casi sconosciuti in Italia.

Hai rielaborato anche Cappuccetto Rosso?
Sì, la storia è ampliata con un finale ambivalente. Ci sono la mamma e la nonna, che si era solo finta malata perché voleva mangiare delle pietanze preparate con le carote dell’orto. Insomma c’è una sorta di matriarcato, ma non manca il punto di vista del lupo.

26 personaggi, uno per ogni lettera dall’alfabeto. A come?
A come Ananse, dio ragno ghanese, B come Baba Jaga, creatura della mitologia slava, C come il ‘nostro’ Cappuccetto Rosso, D come Dadoo, personaggio della Guinea, e così via. Tutti protagonisti che, raccontandosi in prima persona, danno visibilità ad aspetti valoriali e credenze che, con il nostro eurocentrismo, altrimenti non avrebbero ospitalità.

Ad esempio?
Nella favolistica balcanica e zingara chi è abile a fregare gli altri è un vincente, perché in quelle culture saperla ‘raccontare’ è un valore. Invece Liang, personaggio tratto da 101 Storie Zen, dice che in ogni catastrofe si può gustare una fragola rossa: un insegnamento filosofico che ci aiuta a filtrare il mondo in modo diverso, sicuramente più positivo. Alla fine di ogni racconto dell’Alfabetiere c’è uno slogan, una sorta di consiglio, presente anche sui tarocchi che accompagnano il libro.

C’è un messaggio che predomina rispetto agli altri?
Sì, ed è il principio che più mi piace passare: l’invito all’ilarità, all’essere in balia della vita, ad imparare a danzarci dentro senza soccombere, provando a creare momenti di godimento anche all’interno di un dramma.

I 26 racconti sono accompagnati dai disegni di 12 illustratrici. È un caso?
No, tutt’altro. È proprio una cosa voluta. Mi trovo meglio con le donne perché so che con loro posso persino imparare di più.

Che cosa possiamo trovare nell’appendice dell’Alfabetiere?
La traduzione di alcuni racconti in altre quattro lingue (inglese, spagnolo, francese e serbo, ndr) e otto dialetti, come il trevigiano o fanese: tutto questo è stato possibile grazie all’aiuto di volontari che mi hanno dato una mano. Insomma, nell’Alfabetiere possiamo trovare Baba Jaga che parla in siciliano: mi piace proprio creare queste situazioni.

Per te la commistione di varie culture è un must.
Adoro sdoganare altre culture perché i bambini sono in generale molto italianizzati, spinti ad assimilarsi. Per ‘sperimentare’ ho portato le illustrazioni dell’Alfabetiere nelle scuole: un bambino, nato in Italia in una famiglia originaria della Russia, tra i disegni ha riconosciuto Kolobok, personaggio del folklore russo che, altrimenti, non avrebbe mai trovato in un laboratorio scolastico. Lo stesso vale per le canzoni napoletane o albanesi, che propongo con i miei progetti.

Le classi delle scuole primarie ormai ospitano bambini di ogni nazionalità. Quanto bisogno abbiamo di progetti come quelli che curi tu?
Molto. Prima, l’interculturalità veniva fatta solo perché di moda. Poi si è fermata e dal 2005 nelle scuole preme solo insegnare l’italiano ai bambini di nuovo arrivo. L’intercultura non è più una pratica quotidiana, forse nemmeno annuale. Ogni tanto viene organizzata una festa dove è servito il cous cous, ma didatticamente non c’è nulla. Insomma, non è così che fai scoprire il Marocco. Per dare diritto di cittadinanza ad altre culture servirebbe qualcosa di meno superficiale.

In generale, nel nostro Paese a che punto è l’integrazione?
Da noi gli stranieri sono visti come minus habens, da ogni punto di vista: economico, politico, culturale. Personalmente sposo la tesi del pensatore sloveno Slavoj Žižek, secondo cui il risentimento nasconde in realtà invidia per l’eccesso di godimento e libertà. In parole povere, chi non vede di buon occhio la donna nigeriana che urla al telefono e si veste con colori vivaci, in realtà vorrebbe vivere come lei. Se da una parte c’è una devalorizzazione dello straniero, inchiodato a una maschera, dall’altra c’è da dire che questa cosa fa comodo ai migranti.

In che senso?
Nel senso che in questo modo possono giocare la carta della vittima. È una specie di follia a due. E te lo dice una che se ne intende, visto che il mio ex marito è ivoriano. Non rivendicare la bellezza e chiudersi nella propria comunità fa sì che non venga creata una terza via, quella dell’integrazione e della Coccolena.

Di cosa, scusa?
Della Coccolena, il coccodrillo che sposa una balena. È il logo del progetto all'interno del quale io e Silvia Bertussi vorremmo creare progetti artistici e letterari, organizzare laboratori e performance per promuovere l’interculturalità.

D come Dadoo. Ecco il racconto che, sull’Alfabetiere Interculturale, ha come protagonista questa piccola orfana, personaggio della tradizione orale guineana.

Mi chiamo Dadoo e vivo a Doucky, un piccolo villaggio all’interno di Fouta Djallon, una bellissima regione montuosa nel cuore della Guinea. Qui siamo quasi tutti del popolo Fula. In tutta la Guinea, da secoli, le mamme e le nonne raccontano ai loro figli e alle loro figlie la mia storia. Quando avevo sei anni la mamma si è ammalata e dopo pochi mesi è morta. Mio padre, per non rimanere da solo, si è risposato con una donna del villaggio che aveva una figlia della mia età. Noi due non ci siamo mai sopportate. Lei era una vera pigrona. Trascorreva le giornate sul letto a sonnecchiare e io ero costretta a fare da sola tutte le faccende di casa. La mattina mi svegliavo all’alba, macinavo il grano e andavo al fiume a prendere l’acqua; preparavo il pranzo e nel pomeriggio portavo le capre a pascolare; una volta tornata, pulivo la casa. La sera, prima di cena, andavo a parlare con la mamma. M’inginocchiavo sulla sua tomba vicino al fiume e le cantavo una ninna nanna. Tornata a casa non trovavo mai niente da mangiare: mia sorella aveva divorato tutto! Un giorno, mentre cantavo la ninna nanna a mia madre, ho sentito una fame fortissima. Mi sono messa a cercare qualcosa da mangiare e ho scorto, non lontano dalla sua tomba, un maestoso albero di fico. Stavo per arrampicarmi sui suoi rami quando ho udito un sussurro: «Dadoo avvicinati, non temere! Prendi e mangia i miei frutti succosi, sono tutti per te!». Quell’albero non era come tutti gli altri, era magico! Infatti, dopo aver pronunciato quelle parole, i suoi rami si sono abbassati così tanto che io sono riuscita a raccogliere alcuni frutti e a mangiarli con voracità. Da quel giorno, ogni volta che tornavo a far visita alla tomba di mia madre, l’albero abbassava i suoi rami fino a carezzarmi le guance, proprio come faceva lei, poi mi offriva i suoi buonissimi fichi. Era bello mangiare seduta sotto i suoi rami, lontano dal villaggio e da tutti i miei problemi. Ogni volta sentivo forte la presenza della mia mamma che mi teneva compagnia ed era come se fosse lei stessa a nutrirmi per farmi stare bene e rendermi più forte. Tuttavia, per il carattere che ho sempre avuto, non amavo l’idea di tenere tutto per me, così, un pomeriggio, ho deciso di far assaggiare un po' di quei frutti anche a mia sorella. Lei, appena ha saputo dell’albero magico e dei suoi fichi, è saltata fuori dal letto, si è vestita velocemente, ha indossato i suoi sandali e poi, senza dire nulla a nessuno, si è messa correre in direzione del fiume. Sapevo benissimo dove sarebbe voluta andare e cosi anche io mi sono messa a correre dietro di lei senza farmi scorgere. Quando mi sono accorta che era arrivata ai piedi del fico e aveva cominciato maldestramente ad arrampicarsi su per il tronco ho urlato all’albero: «Allungati!». L’albero, come per incanto, ha disteso tutti i suoi rami fino quasi a toccare il cielo! Mia sorella non poteva credere ai suoi occhi, stava salendo sempre più in alto aggrappata ai rami del fico. A un certo punto, per il terrore di non riuscire più a scendere da lì, ha cominciato a implorare i passanti, pregandoli di fare qualcosa per aiutarla a tornare a terra. Fosse stato per me l’avrei lasciata lì penzoloni, ma una folla di persone che erano arrivate ai piedi dell’albero mi scongiurava di aiutarla, nessuno di loro sapeva, infatti, come fare ad arrestare la sua ascesa al cileo. I rami dell’albero crescevano senza sosta e quasi non si riuscivamo più a scorgere il corpo di mia sorella che era divenuta un piccolo puntino perso nel cielo. Così ho chiuso gli occhi, ho sentito le carezze calde della mia mamma sul mio viso, e ho chiesto all’albero di abbassare i suoi rami. Il fico, amorevole come sempre, ha esaudito il mio desiderio e così mia sorella è potuta scendere lentamente dall’albero. Quando ha finalmente toccato terra, ha messo i suoi sandali e poi, in silenzio, è ritornata a casa. Da quel giorno io e lei siamo inseparabili. Io dormo di più e lei mi aiuta a fare tutto quello che serve dentro e fuori casa. In fondo il mondo non è altro che un grande albero di fichi i cui frutti è bello raccogliere e gustare insieme.

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