12 Marzo Mar 2019 1606 12 marzo 2019 Aggiornato il 22 agosto 2019

Marta Cartabia, la donna prima della vicepresidente della Consulta

È una delle sole cinque giudici elette alla Consulta, ma si vede «anzitutto come donna, moglie e madre». Cosa ci aveva raccontato la giurista che potrebbe essere uno dei nomi più accreditati per guidare il prossimo governo.

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Marta Cartabia

Indossa un foulard color blu reale, in tinta con il cielo invernale che dal Colle Quirinale si apre oltre le finestre del suo ufficio sulla Capitale. La stanza è una delle più istituzionali del Palazzo della Consulta, dal 1955 sede della Corte costituzionale. Siede su un divano damascato giallo ambrato ed è depositaria di una sapienza dorata che ben si concilia con la pregevolezza del contesto. Lo sguardo è quello dolce di una madre, disciplinato di un giudice e lungimirante di una donna. La terza ad essere stata nominata giudice costituzionale nella storia repubblicana. Entra a Palazzo della Consulta nel 2011 e ricopre dal 2014 l’incarico di Vice Presidente. Certamente la più giovane. Si chiama Marta Cartabia ed è nata a San Giorgio su Legnano nel 1963. È professoressa ordinaria di Diritto costituzionale e, ora, siede tra i «custodi» della Costituzione. Ancora oggi, a settant’anni dal vaglio della «Magna Carta», le istituzioni di vertice della Repubblica non hanno avuto alcuna presidenza femminile: «Bisogna avere pazienza. È stato fatto un grande cammino, soprattutto se pensiamo che la prima legge che ha permesso alle donne di accedere alla magistratura risale al 1963», ci ha detto la professoressa, la quale in tema di emancipazione femminile si dice davvero fiduciosa. Anche se dall’alto della sua posizione, la vera sfida, assicura, «non è tanto, o soltanto, imparare a essere donna in una Corte suprema o costituzionale, ma, più in generale, imparare a essere sempre se stessi».

DOMANDA. Oltre a essere Giudice costituzionale, chi è Marta Cartabia?
RISPOSTA. Diciamo che mi penso anzitutto come donna, moglie e madre di tre figli. Sono diventata una giurista quasi per caso e mi sono appassionata a questo mondo strada facendo, nel periodo degli studi, non tanto per degli obiettivi professionali specifici, ma per il bisogno urgente e pungente che sempre ho avuto di soddisfare la mia sete di giustizia. Come tanti bambini, anch’io sentivo molto forte il senso d’ingiustizia e volevo contrastarlo. Il mio, ci tengo a sottolinearlo, è stato un percorso che si è realizzato rispondendo a occasioni che si sono presentate senza mai progettare nulla.

Avrebbe mai immaginato di diventare Vice Presidente della Corte costituzionale?
Neanche per sogno! Mai, neppure il giorno prima di quel 31 agosto 2011 quando il Capo dello Stato mi convocò al Quirinale. Qualcuno mi aveva accennato l’eventualità qualche settimana prima, poiché si aspettava una nomina presidenziale, ma ci avevo riso sopra: una carica impensabile per una donna di 48 anni. Non avevo esperienza d’incarichi pubblici, il mio era un profilo puramente accademico, ma ricordo che non ebbi nessuna esitazione ad accettare. Non mi sono mai tirata indietro davanti a nulla, proprio perché sono convinta che ciò che accade nella realtà racchiuda una promessa da esplorare.

Lei è giudice delle leggi. Solitamente i giudici non giudicano le leggi, le applicano.
Mi viene in mente una domanda che qualche anno fa mi fecero dei ragazzi e che trovai di una profondità e di un’intelligenza estreme: «È più difficile giudicare le leggi o giudicare gli uomini?». Rispondo che per giudicare al meglio le leggi si devono sempre avere negli occhi le persone alle quali quelle leggi si rivolgono.

Da giudice donna, qual è il più grande insegnamento che pensa di lasciare ai giovani?
Vivere sempre intensamente la realtà così come ci si presenta davanti, custodendo nel cuore gli ideali che ci fanno ardere. Una realtà vissuta come amica, animata da una grande idealità. Dove l’idealità deve diventare realismo per non trasformarsi in violenza o prepotenza e dove il realismo non diventi scetticismo, cinismo o frustrazione. Strada facendo bisognerebbe imparare che c’è sempre qualcosa di più grande dei nostri pensieri. Come diceva Shakespeare: «Ci sono più cose in cielo e in terra […] di quante ne sogni la tua filosofia». Ciò non vuol dire che la tua filosofia sia sbagliata, ma che questa deve sempre essere messa alla prova con quello che c’è senza mettere da parte i grandi sogni e i grandi ideali.

Esiste un articolo della Costituzione che per lei ha valore supremo?
L’articolo 2 («La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», ndr). Trovo sia quasi poetico. È il faro, perché è frutto della cultura italiana e della condizione peculiare in cui il Paese era venuto a trovarsi al momento della fondazione della Repubblica. Il suo centro è la persona che viene prima di ogni legge e di ogni istituzione dello Stato e in vista della quale tutto il resto deve essere ordinato. La persona come individuo e nella sua vita sociale. Ma il punto focale è sempre la persona.

Potrà sembrarle paradossale questa domanda, proprio perché lei è una paladina della Costituzione: Marta Cartabia è ribelle alle regole?
Come indole non sono certamente un’anarchica, ma neppure una che affronta la vita con rigidità. La flessibilità è una virtù che coltivo sia nel quotidiano sia nelle leggi. Non sono mai stata una persona che esige la precisione fine a se stessa. Serietà e impegno sono ingredienti essenziali, ma non serve impuntarsi sugli schemi. Questo insegnamento lo devo anzitutto a mia mamma: regole sì, ma con ragionevolezza, che è anche un principio cardine del nostro sistema di giustizia costituzionale

Nella storia repubblicana sono state elette giudici costituzionali solo cinque donne. Questa situazione di minoranza all’interno di un collegio tradizionalmente maschile come vi fa sentire?
Intanto ho vissuto due stagioni: nella prima ero sola con 14 uomini; nella seconda il clima è cambiato perché non ero più l’eccezione. Per me è stata una fortuna trovare in alcuni uomini di grande valore degli alleati leali. A loro sono veramente grata, perché mi hanno corroborata, non per un atteggiamento di paternalismo, ma perché riconoscevano il valore del mio apporto al lavoro della Corte e mi hanno dato molta sicurezza. Imparare a farsi rispettare in un ambiente dove si è totalmente in minoranza è un compito personale, di ciascuno. Ma l’aiuto degli altri è altrettanto indispensabile. Certo, ci vogliono pazienza, coraggio e un po’ di lavoro in più poiché bisogna superare qualche pregiudizio, ma non bisogna pensare che gli uomini siano tutti nemici. Anzi, se devo dire la verità non è tra le mie prime preoccupazioni quella di sottolineare la differenza di età, di sesso o di condizioni sociali.

Non pensa che quella italiana sia una democrazia imperfetta perché non abbastanza rispettosa dello spirito plurale, aperto alle differenze, tipico della nostra Costituzione?
Dobbiamo sempre tutti «imparare a imparare» dall’altro; è importante educarsi a guardare la cultura altrui con occhio valorizzatore, trattenendo tutto ciò che è buono. Dovremmo allenarci a usare questo sguardo perché è è fonte di ricchezza.

A proposito di uguaglianza, ultimamente, in occasione del Viaggio nelle carceri della Corte costituzionale, è entrata a San Vittore per testimoniare che la Costituzione è scritta anche per i detenuti. Che cosa le ha regalato quell’esperienza?
È stata una delle giornate più forti vissute negli ultimi tempi. Innanzitutto, per l’affetto e l’attesa con cui sono stata accolta. I detenuti mi hanno insegnato che la vita può ricominciare sempre, in qualunque situazione. E Dio solo sa quanto abbiamo bisogno – tutti! - di rinascere in continuazione, perché tutti facciamo errori. Magari non sono sbagli che portano alla condanna penale, ma se non ci fosse questa possibilità di ripresa continua, avremmo tutti quanti un velo di tristezza mortale addosso.

In merito alla tutela degli immigrati quale contributo ha dato la Consulta?
Sono numerosissime le decisioni prese. La Corte parte dal principio che lo Stato ha il potere di controllare i confini e di regolare l’immigrazione garantendo che questa avvenga dentro un certo ordine. Tuttavia, nella giurisprudenza della Corte, sicurezza, eguaglianza e solidarietà formano un trinomio che non si può disgiungere; sono tre perni che, come ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, vanno tenuti insieme, perché dove c’è solidarietà e uguaglianza ci sono anche meno problemi di sicurezza.

A che cosa non rinuncerebbe di se stessa?
A un vero ascolto dell’altro. È un insegnamento che si è consolidato proprio durante questi anni di esperienza alla Corte. Il nostro è un collegio di 15 persone dotate di grande personalità. In un contesto così, sono due le strade percorribili: o mettersi in guardia per preservare le proprie ragioni contro l’altro oppure abbassare veramente le difese e ascoltare fino in fondo le ragioni dell’altro. «Concediti di cambiare idea!» direbbe Sofocle nella bellissima tragedia di Antigone. Perché in fondo siamo tutti esseri finiti, limitati. Credo che questo atteggiamento nel lavoro della Corte sia un collante nei rapporti fra noi, un metodo prezioso per giungere a decisioni più sagge e anche un fattore di grande serenità interiore perché se guardo l’altro come una potenzialità, come un valore – e non come un possibile nemico – sono distesa e non ho nulla da perdere.

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