8 Marzo Mar 2019 1420 08 marzo 2019

L'8 marzo Cristina Comencini racconta il suo docufilm Sex Story

Mostra come la tv, attraverso il sesso, ha narrato l'emancipazione dagli Anni '70. «Ho voluto ricordare la svergognata prassi di accostare la fisicità di belle ragazze a messaggi subliminali, oggi inaccettabili».

  • ...
Sex Story Cristina Comencini

«Ti dispiace che un compagno ti tocchi»? «Da una parte sì ma dall’altra prima o poi bisogna imparare per forza a vivere con un uomo». Una delle ultime scene del documentario di Cristina Comencini e Roberto Moroni, Sex Story, in onda su Rai Tre l’8 marzo in seconda serata è tra le più forti ma non è l’unica. Protagonisti di questo scambio di battute un giornalista e una bambina approssimativamente di dieci anni seduta al banco di una classe del Sud Italia, circondata da compagne che annuiscono e compagni che anche se non verbalmente confermano. Lo spazio temporale non è quello del Medioevo, sono gli Anni 80, decade di ostentazione di un benessere largamente diffuso ma anche ricca di contraddizioni perché se da un lato si guardavano le starlette semi nude di alcuni varietà, dall’altro soprattutto in alcune zone d’Italia la sessualità era ancora un tabù e la donna poteva pensare solo a soddisfare l’uomo e a metter su famiglia, che lo volesse o meno.

CRISTINA COMENCINI: «QUANDO LE DONNE IN TV DOVEVANO SOLO ESSERE GUARDATE»

«Questo docu-film mostra come la tv pubblica sia stata influenzata e allo stesso tempo abbia influenzato i costumi italiani e per questo rappresenti lo specchio di ciò che siamo», spiega Cristina Comencini, che con LetteraDonna ha voluto riflettere sui passaggi più incisivi di una pellicola dove sesso e approccio all’erotismo rappresentano la cartina di tornasole di un popolo e, ancor di più delle proprie donne, visto come nonostante lo scorrere del tempo la subalternità del ruolo femminile dinanzi a quello maschile resti inossidabile. La narrazione parte da una carrellata di vallette mute a fianco di presentatori âgée e da Mike Bongiorno che indugia sulla bellezza delle gambe di Sabina Ciuffini. «A quei tempi parlare apertamente di certi argomenti era impensabile ma gli ammiccamenti e le battute velate erano ovunque e le ragazze esistevano in televisione solo per essere guardate». Nulla di nuovo, sono cose che già sappiamo bene, ma rivedere certe immagini oggi fa sicuramente un certo effetto.

DOMANDA. Quando le cose hanno iniziato a cambiare?
RISPOSTA.Il Sessantotto e gli Anni 70 con l’avvento della minigonna e lo sdoganamento della libertà sessuale rappresentarono una rottura con il bigottismo che aveva dominato l’Italia fino a quel momento ma la vera rivoluzione avvenne la decade successiva, con la nascita della tv commerciale e show come Drive In che con linguaggi e immagini esplicite portarono il livello a sfiorare quasi il pornografico. Il film, tuttavia, sviluppandosi non cronologicamente ma per argomenti mostra due Italie: da un lato Cicciolina e il liberismo assoluto, dall’altro la signora calabrese che fa la maglia seduta su una sedia davanti casa e il permanere di certi cliché difficili da scalfire.

Come l’importanza della verginità e di arrivare pure al matrimonio.
Esattamente. Uno dei passaggi più significativi è proprio quello che documenta una pratica in voga negli Anni 60 soprattutto nel napoletano ma non solo, la visita ginecologica imposta alle ragazze per testarne la verginità o, ancora peggio, che la perdita di essa fosse avvenuta recentemente, in modo che il partner potesse essere quasi sicuro di essere stato il primo. L’intervista a una ragazza costretta a descriverla in tv e la testimonianza di un ragazzo in lacrime e vicino al tentativo di suicidio temendo il contrario sono emblematiche.

Per fortuna a un certo punto arrivarono il femminismo, la nascita dei consultori e la lotta per la legalizzazione dell’aborto.
Poter scegliere di non rimanere incinte se non lo si volesse è stata una conquista epocale in termini di libertà femminile, che ha messo in moto tutta una serie di meccanismi di paura negli uomini che hanno visto così sfuggirsi di mano il potere.

Un’altra scena sulla quale riflettere è quella degli adolescenti degli Anni 80 interrogati in materia di erotismo. Le risposte che emergono sono molto diverse da quelle che si raccoglierebbero oggi?
Forse sì, anche se in un certo senso, nonostante l’apparente spavalderia, siamo tornati a una forma di paura verso alcune tematiche, soprattutto da parte dei giovanissimi. Il ragazzino che non si mostra e dice di masturbarsi diverse volte al giorno ma che se gli capitasse davanti una donna non saprebbe cosa farci fa molta tenerezza ma l’idea provvidenziale che eros e sessualità siano qualcosa di misterioso rimane tutt’ora.

Anche la pubblicità ha avuto un peso. Nonostante il fenomeno non si sia del tutto placato, oggi qualsiasi campagna a sfondo sessista finisce alla gogna mediatica, mentre fino a poco tempo fa negli spot presenza di corpi semi nudi era imprescindibile.
Ho voluto inserire gli spot della tv in bianco e nero proprio per ricordare l’estrema e svergognata prassi di quell’epoca di accostare la fisicità di belle ragazze a messaggi subliminali che oggi sarebbero inaccettabili e al limite del #MeToo. Inutile nasconderle però, veniamo da quelle storie ed è fondamentale non dimenticarselo.

Come ne esce la donna da questa panoramica sociale?
Come un soggetto forte, in grado di causare un’enorme trasformazione dei costumi che ha investito tutto il Paese e che gli uomini hanno da un lato provato a contrastare, per poi arrendersi ad esso, chi più chi meno.

Dagli anni in cui un protettore poteva parlare liberamente in tv delle prostitute che gestiva come fossero carne da macello al #MeToo il salto è stato enorme.
Sì, anche se credo che, fermo restando l’inammissibilità dell’uso del corpo della donna se non voluto da quest’ultima e l’assoluta importanza di denunciare casi di violenza o molestie in ogni ambito compreso quello lavorativo, il movimento #MeToo non debba portare a un regime di mancanza di gioia e paradossalmente di possibilità di libertà sessuale.

In che senso?
L’abuso del corpo altrui è tra i reati più ignobili ma questo non significa che in stato di libertà di scelta non si possa essere leggeri e lasciare fuori dalle dinamiche private tra due persone consenzienti le note cupe. Sarebbe auspicabile po’ di ritorno alla spensieratezza nel desiderarsi, guardarsi e sperimentare cose che magari nel tempo sono cambiate ma che oggi fanno parte della sfera dell’intimità.

Il documentario si apre e chiude con Amanda Lear che canta Follow me. Come mai questa scelta?
La canzone è bellissima e unita a un personaggio così controverso per l’epoca trasmette un ambivalente erotismo, una chiave di lettura perfetta per raccontare quegli anni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso