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Diritti

7 Marzo Mar 2019 1645 07 marzo 2019

L'urlo delle femministe di Bulgaria: «Basta alle violenze sulle donne»

A tu per tu con le ragazze del collettivo LevFem, che l'8 marzo scende in strada a Sofia per combattere la misoginia: «Gli abusi possono assumere molte forme». 

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Femministe Levfem Bulgaria

Sofia, abbiamo un problema. Anzi, da un punto di vista femminile e femminista, la Bulgaria di problemi ne ha parecchi. La sua società è smaccatamente patriarcale e misogina, se non in pubblico, di sicuro tra le mura di casa: basti pensare al fatto che, secondo alcune ricerche, nel Paese una donna su quattro ha subito violenza domestica. Un’altra emergenza, correlata, è rappresentata dall’alto numero dei femminicidi: quello della giornalista Victoria Marinova, ha fatto notizia ma non sempre è così. A fine 2018 c’è stata la percezione che il limite fosse stato superato e le cittadine sono scese in strada. Era il 26 novembre. Tra di esse, le esponenti del collettivo femminista LevFem: «Il gruppo si era formato un mese prima per tentare di sostenere gli organizzatori della protesta, ma anche per richiamare l'attenzione sugli aspetti strutturali e le condizioni socio-economiche della violenza di genere, che non è solo domestica», spiegano le ragazze di LevFem a LetteraDonna. «Anche lo sfruttamento economico, il razzismo e il sessismo, l'omofobia e la transfobia sono forme di violenza, che donne e persone queer devono subire ogni giorno, in tutto il mondo».

DOMANDA. Chi sono le donne che fanno parte del collettivo LevFem?
RISPOSTA.
Il nostro collettivo è una formazione dinamica di donne, queer e genderqueer. Siamo in tutti dieci, per la maggior parte impiegate precariamente in contesti accademici, con una formazione in discipline come sociologia, studi culturali o scienze politiche.

È vero che una di voi vive attualmente in Italia?
Sì, si è recentemente trasferita a Napoli, dove rimarrà fino all'estate, per scrivere la sua tesi di dottorato. Frequenta alcune assemblee di Non una di meno, ma non sta organizzando attività femministe a Napoli.

Torniamo in Bulgaria. Nel vostro Paese la violenza di genere è un’emergenza?
Sì, basti pensare agli abusi domestici, per cui non ci sono dati certi, e al loro legame con i femminicidi: come ha mostrato una mappa interattiva del Comitato Helsinki per i Diritti Umani (organizzazione non governativa che esiste in molteplici paesi europei ed asiatici, ndr), In Bulgaria il 95% delle uccisioni è stato commesso da un parente o da una persona che era comunque nota alla vittima. In un terzo dei casi di femminicidio, inoltre, le donne uccise erano state in precedenza sistematicamente abusate.

In tutto questo, la Bulgaria è tra i Paesi che non ha ratificato la Convenzione di Istanbul.
Esatto, non l’ha ratificato dopo un grottesco dibattito pubblico a cui hanno partecipato la Chiesa Ortodossa, partiti di estrema destra così come i ‘socialisti’ (usano le virgolette, ndr), uniti da argomentazioni omofobe e transfobe.

LevFem è un piccolo collettivo. In generale in Bulgaria esiste un movimento femminista?
Ci sono sempre più persone che riconoscono l'importanza del tema della disuguaglianza e della violenza di genere. A novembre del 2018 siamo riuscite a portare in piazza diverse centinaia di manifestanti, bloccando una delle vie principali di Sofia. Non esiste però un movimento coeso e organizzato: stiamo lavorando con altri gruppi e collettivi per i cortei dell’8 marzo ma, sfortunatamente, ci sono state delle discussioni in merito a quali richieste comuni presentare.

E quali sono le vostre richieste?
Tra di esse ci sono asili nido gratuiti sovvenzionati dallo Stato, uguali diritti per i migranti privi di documenti, riconoscimento legale dei diritti delle persone LGBTQ, contrasto alla strumentalizzazione della figura della ‘giovane madre rom’: queste richieste sono state considerate dai membri più liberali dei coorganizzatori come troppo radicali!

Avete parlato di madri rom. A cosa vi riferite?
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un consistente tentativo di trasformare la comunità bulgara rom in capri espiatori, in particolare attraverso calunnie razziste provenienti dai più alti ranghi politici. Ad esempio, l'ex viceministro Valery Simeonov ha definito i rom «arroganti, presuntuosi umanoidi, che richiedono il diritto al salario senza realmente lavorare, il diritto all'assistenza sanitaria senza essere effettivamente malati, che desiderano contributi per i bambini che giocano con i maiali sul strade e chiedere aiuto alla maternità per donne con l'istinto di cagne».

Simeonov è andato incontro a qualche sanzione?
È stato accusato per la prima volta di discriminazione, ma poi in tribunale è stato prosciolto. Questo è solo un esempio, particolarmente sfacciato, di quanto sia pervasiva e legittimata la calunnia anti-rom in Bulgaria. I politici usano costantemente il luogo comune dei ‘rom pigri che vogliono solo benefici’ per legittimare i tagli nella sfera sociale. Questo naturalmente è dannoso per tutti, ma molti bulgari etnici sono pronti ad accettare questa giustificazione perché vedono i rom, e non i politici che avanzano misure di austerità, come i veri nemici. Siamo pronte a combattere al fianco dei Rom contro i fascisti al potere e contro la costante erosione dei loro diritti. Questo non sarà una lotta ‘per’ i diritti di qualcun altro ma, piuttosto un combattimento ‘con’.

Cosa avete in mente per l’8 marzo?
Stiamo organizzando una manifestazione di fronte al palazzo del Consiglio dei Ministri, a Sofia. Dopo aver sostenuto attivamente lo sciopero nazionale delle infermiere del primo marzo, organizzato per chiedere migliori condizioni di lavoro, pubblicheremo anche una serie di testi che raccontano le esperienze di donne che vivono spesso ai margini della società e in difficoltà: migranti bulgare che lavorano all'estero e migranti straniere in Bulgaria, ragazze di colore o di altre minoranze etniche, prigioniere, precarie, disoccupate, etc.

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