6 Marzo Mar 2019 1600 06 marzo 2019

Federica Vinci, presidente di Volt Italia: «L’Ue non è un nemico»

Ha 25 anni. Viene dal Molise ma è cittadina del mondo. Oggi guida la sezione italiana del movimento paneuropeista che, nato dopo la Brexit, presenta i suoi candidati alle elezioni europee. 

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Elezioni Europee 2019 Candidati Italia Volt Francesca Vinci

Fino a 23 anni Federica Vinci non aveva mai pensato di scendere in politica. Poi arrivò la Brexit: «Ero in Scozia, da un’amica, che si risvegliò fuori dall’Europa come tanti altri giovani britannici, per i quali l’Ue non era mai stata un nemico». A due anni di distanza da quel referendum, Federica è la presidente di Volt Italia, sezione di un movimento più ampio paneuropeo e progressista, che ha come traguardo quello di presentare alle Elezioni Europee del 2019 i proprio candidati in sette Stati membri. Galeotta insomma fu la Brexit. E l’ascesa del Front National di Marine Le Pen: «Vengo dal Molise, una regione piccola e povera di opportunità», spiega a LetteraDonna. «L’Ue mi aveva dato modo di studiare, di frequentare un master in Amministrazione pubblica e internazionale, di lavorare nelle istituzione europee. Stavo vivendo il mio sogno, e qualcuno che non mi rappresentava me lo voleva togliere». Doveva fare qualcosa per il suo amato continente. E qualcosa ha fatto: entrata nelle rete di Volt, ha iniziato facendo raccolta fondi, diventando coordinatrice del movimento e, infine, presidente nazionale.

DOMANDA. Chi sono le persone che fanno parte di Volt?
RISPOSTA.
Il nostro movimento è stato fondato da un ragazzo italiano (Andrea Venzon, ndr), da uno tedesco e da una ragazza francese. All’inizio eravamo tutti giovani. Con il passare del tempo l’età media si è alzata: in Italia è attorno a 35 anni, nel resto d’Europa arriva a 40. Abbiamo sostenitori di 14 anni, ma hanno aderito anche anziani che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale.

Ci sono delusi di destra e di sinistra?
Sì, ci sono delusi provenienti dai fronti moderati, dunque centrodestra e centrosinistra. Qualcuno arriva inoltre dal M5s. Siamo un movimento progressista: vogliamo prendere il meglio da entrambe le parti per ottenere il meglio.

Facciamo qualche numero. In Italia quanti siete?
Gli attivisti sono più o meno tremila, distribuiti in oltre 50 città italiane. Il 2 e 3 febbraio c’è stato il primo congresso nazionale di Volt Italia. Il nostro è un movimento non tradizionale, che unisce attivismo in rete e sul territorio, per un community organizing che richiama quello di Barack Obama e Alexandria Ocasio-Cortez. La nostra politica è attivismo civico.

Come vi state muovendo in vista delle Europee?
Dobbiamo raccogliere 150 mila firme, perché in un Paese come il nostro dove ci sono barriere demografiche enormi per presentarsi come partito indipendente è questo il requisito. Quanto ai soldi, che ovviamente sono necessari in campagna elettorale, ricorriamo al crowdfunding.

Qual è la sfida più importante che attende l’Europa?
Difficile indicarne una sola. L’Ue deve non solo non disgregarsi, ma al contrario stringersi attorno ai suoi valori fondanti: pari opportunità, solidarietà, rispetto dei diritti umani, uguaglianza, libertà, integrazione, tutti messi a rischio da populismo e antieuropeismo. Nei prossimi anni dovrà fronteggiare flussi migratori, cambiamenti climatici, nuove potenze economiche: solo un’Europa compatta può affrontare tutto questo.

Come si pone Volt di fronte all’emergenza dei flussi migratori?
Siamo europeisti, ma europeisti critici. Se da una parte non possiamo negare che i Paesi affacciati sul Mediterraneo siano un po’ abbandonati a loro stessi, dall’altra non sosteniamo la politica dei porti chiusi di Salvini, che è disumana. L’accordo di Dublino va modificato: i migranti e rifugiati devono essere redistribuiti e accolti da tutti i Paesi europei e chi non accoglie deve essere sanzionato. Noi di Volt possiamo davvero realizzare una politica di questo genere a livello europeo, perché condivisa da ogni Paese in cui siamo presenti. Così come abbiamo scritto insieme il nostro programma europeo, la dichiarazione di Amsterdam, così insieme possiamo decidere e implementare politiche altrimenti divisive come quelle migratorie.

Quali sono i sette Paesi in cui Volt si presenta alle Europee?
Correremo come partito in Italia, Francia, Germania, Olanda, Bulgaria, Belgio e Austria, ma siamo presenti come movimento in 30 Stati. Lo faremo portando come programma politico la dichiarazione di Amsterdam.

Siete un movimento paneuropeo, ma Volt Italia in futuro penserà anche ad amministrative e politiche?
Ovviamente. Le Europee sono un trampolino di lancio, perché il nostro orizzonte politico va ben oltre e le nostre sono sfide generazionali. Vogliamo correre a livello nazionale, regionale, locale. Anzi, è proprio nel locale che ci sono le sfide più concrete.

Sei agli inizi, ma hai la sensazione che per una donna sia più difficile fare carriera politica?
Non so se sia più facile o difficile fare carriera. Di sicuro può essere complicato l’approccio alla politica. Siamo un movimento inclusivo, ma ai nostri incontri ci sono sempre più uomini che donne. Abbiamo perciò lanciato l’iniziativa ‘Donne in Politica’ per provare a capire quali siano le barriere: una è il fatto che devono occuparsi dei figli, e infatti abbiamo spostato gli orari dalle serate infrasettimanali al sabato pomeriggio.

Come siamo visti in Europa per quanto riguarda diritti di genere e pari opportunità?
Non positivamente: abbiamo poche donne nei ruoli di potere, in generale ci sono meno opportunità lavorative e persiste il divario salariale. Una delle politiche che vorremmo portare avanti è quella del congedo di paternità obbligatorio. Oggi in Italia è di appena due giorni: vorremmo allungarlo a quattro settimane, aggiungendo in più un ‘tesoretto’ di 150 giorni da dividere tra i genitori. Ora come ora le madri sono danneggiate, perché con cinque mesi di congedo praticamente vengono allontanate dal lavoro, mentre i padri ci tornano subito. Abbiamo poi anche un’idea per abbattere gli stereotipi di genere.

Quale?
Innanzitutto dovremmo dovremmo insegnare nelle scuole l’uso di un linguaggio neutrale. Poi vorremmo l’introduzione un ‘future day’ alla tedesca, un’alternanza scuola-lavoro in cui i ragazzi delle superiori vanno a fare lavori ‘da donne’ e le ragazze quelli da ‘da uomini’.

Che idea ti sei fatta del ddl Pillon?
Credo che sia un passo indietro di 50 anni, in un mondo che invece dovrebbe guardare avanti, ai prossimi 50. Non che in Europa non ci siano stati provvedimenti che lo ricordano, sia chiaro. Il problema è che non considera la realtà italiana. Prevede ad esempio l’affido condiviso con mediazione famigliare obbligatoria a pagamento: con il divario salariale che c’è in Italia e con le donne che lavorano meno degli uomini, non si può pensare di proporre un ddl del genere. A rimetterci sono solo le donne, che statisticamente rappresentano la parte debole.

E per contrastare la violenza sulle donne che proposte avete?
È un argomento di cui ovviamente parliamo molto. Dobbiamo favorire la denuncia dei maltrattamenti. Ma per permettere alle vittime di sentirsi libere di denunciare occorre introdurre strutture dedicate, in grado di fornire alloggio e supporto psicologico. Il messaggio deve essere chiaro: ogni abuso è reato.

Chiudiamo con una curiosità. Il colore di Volt è il viola. C’è un motivo?
Sì. Lo abbiamo scelto perché era il ‘dress code’ della prima Women’s March di Washington.

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