4 Marzo Mar 2019 1300 04 marzo 2019

Sara Cardin: «Molestie nel karate? Il problema è ovunque»

La campionessa mondiale sugli abusi nelle palestre finiti sui giornali: «Non è normale, ma le violenze sulle donne e sui minori, sono in ogni settore». L'intervista. 

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Sara Cardin Karate

L’ultimo caso è quello di Alberto Evangelista, maestro di karate di oltre 80 anni agli arresti domiciliari da dicembre 2018 per aver abusato delle sue allieve, sia minorenni che maggiorenni, nel quartiere Monteverde di Roma. Ma c’è anche la storia dell’allenatore condannato a tre anni di carcere per aver molestato quattro minorenni durante gli esercizi in palestra. E quella di Carmelo Cipriano, titolare di una palestra a Lonate del Garda, nel Bresciano, responsabile di decine di abusi su minori, tutte sue allieve, prima di finire in manette, nel 2017. «Tutto questo non mi sorprende per niente. Non perché sia normale, più semplicemente perché le violenze sulle donne, e sui minori, sono ovunque». Sara Cardin, 32 anni, veneta, di Ponte di Piave, vicino Treviso, è il volto italiano del karate, campionessa mondiale nel 2014 e vicecampionessa nel 2010, tre medaglie d’oro agli Europei, tre d’argento, una di bronzo e due volte vincitrice del K Rosso, l’ultimo nel 2019, massimo riconoscimento assegnato al miglior atleta in assoluto della propria categoria, in questo caso, quella sotto i 55 chili. Sara è la numero uno e dovrà dimostrarlo presto, quando si tratterà di qualificarsi a Tokyo 2020, dove il karate diventerà finalmente disciplina olimpica. Per lei non ha senso parlare di ambiti più o meno aperti agli episodi appena elencati. Esiste sempre un Harvey Weinstein da cui stare attenti. Che sia nello spettacolo, nello sport o in qualsiasi altro settore: «Sono fortunata, non è mai capitato di trovarmi in questa situazione. Parlo di fortuna perché ho messo piede per la prima volta sul tatami a sette anni. E perché il mio insegnante di karate, Paolo Moretto, l’ho sposato», racconta lei a LetteraDonna.

DOMANDA. Avete deciso di unire amore e lavoro, insomma.
RISPOSTA.
Non è una cosa che si decide. Succede e basta. In questo caso mentre io seguivo la mia prima lezione, lui già allenava. Abbiamo 19 anni di differenza.

Ti è andata bene. Invece dell’orco, in palestra hai trovato il tuo principe azzurro.
È stato graduale. Da maestro è diventato un secondo papà. Poi un amico. Quindi un confidente. Infine fidanzato e, da qualche anno, marito.

Hai detto di non aver mai subito abusi né proposte proibite. Qualche tuo conoscente o collega?
Francamente no. Ma ricordo bene il caso dell’allenatore che abusava delle sue allieve 14enni, credo che alla fine fu arrestato, ne parlarono anche Le Iene in televisione. Cito questo caso perché mi colpì parecchio. Ci tengo però a dire una cosa.

Prego.
Dal punto di vista prettamente sportivo, il karate è uno sport molto pulito.

Cioè?
Cioè ai Mondiali ci vai se sei brava. Se non lo sei, rimani a casa. Nessuno dirà mai: se vieni con me in camera ti do un pass per i Mondiali. Soprattutto a livello agonistico, la meritocrazia è totale.

La tua preparazione verso le Olimpiadi come procede?
Molto bene. Mi sono operata al ginocchio a novembre 2018 e sono ancora in fase di riabilitazione ma i tempi sono quelli giusti. Finora ho fatto molta corsa, piscina e bicicletta. Da poco sono tornata sul tatami, inoltre ne ho approfittato per ripulire e migliorare un po’ la mia tecnica.

Conta più la tecnica o la potenza, nel karate… A patto che questa domanda abbia senso.
Conta dosare precisione e potenza. Molti accostano questa disciplina al judo o al kung fu. Ma non è così. Siamo molto più vicini alla scherma. Perché l’obiettivo è colpire il proprio avversario, senza esagerare. Per intenderci: se provoco un livido con un pugno o un calcio, invece del punto mi danno un’ammonizione. Insomma, non dev’essere un cazzotto alla Bud Spencer, ma nemmeno una carezza.

L’autodifesa può essere una buona soluzione per le donne vittime di abusi o di violenze? I casi più frequenti sono quelli in ambito familiare.
Sì e no. Sicuramente aiuta. Le violenze sono ovunque e non sempre dire «no» è sufficiente. Ma credo non si debba sottovalutare il momento in cui bisogna fronteggiare il pericolo. Posso allenarmi mille volte in palestra e ripetere lo stesso movimento a memoria. Ma se vengo aggredita e la paura mi paralizza, non serve a nulla.

Tu sei primo caporal maggiore dell’esercito e tieni corsi di autodifesa. Cosa è meglio insegnare, in questo caso?
Credo occorra sviluppare il più possibile l’istinto. Fare in modo che la vittima reagisca in modo “automatico” per liberarsi e fuggire prima che subentri il terrore o la paralisi, ed è quello che insegniamo con il metodo di combattimento militare, detto anche Mcm.

Le violenze sono ovunque e non sempre dire «no» è sufficiente.

Sei mai stata in missione?
In Libano, in una zona al confine con Israele dove la religione è molto limitativa per donne e bambini. Ovvio che non abbiamo potuto insegnare loro a combattere. Però in questi casi anche solo mettere i più piccoli alla prova con lo sport diventa importante, o spiegare ad esempio ai maschi e alle femmine che non esiste discriminazione di sesso, insegnando loro il rispetto reciproco e quello verso il maestro. Così si mettono le basi per la ricostruzione di un tessuto culturale ed è quello di cui tuttora si sta occupando l’esercito.

Le donne che hai incontrato avevano mai visto una campionessa in divisa mimetica?
Mai. Mi hanno chiesto perfino se mio marito fosse d’accordo…

Chi comanda in casa? E sul tatami?
Sempre lui! In allenamento è molto esigente. E capita se ne parli anche quando siamo a casa. Insomma, può diventare un po’ pesante. Ma per fortuna io lo prendo in giro per altre cose.

Ad esempio?
A volte mi sembra di essere io il maschio della coppia! Io vorrei andare a vedere le partite della Juventus al pub, amo le auto sportive, tutto il contrario di lui. Sarà per questo che ci completiamo.

Maschiacci si nasce o si diventa?
Non saprei. Io comunque maschiaccio sì, ma fino a un certo punto. Nel senso che a un paio di scarpe con i tacchi non dico mai di no e amo ballare, soprattutto il latino americano. Però ammetto di aver preso molto da mio nonno. Con lui e mio padre da piccola guardavo sempre i film di Bruce Lee e Karate Kid. Sportivo come nessun altro, quando corro sull’argine del Piave mi segue sempre in bicicletta e mi sfianca, era innamorato di Pantani e per lui sport è innanzitutto fatica. Fu lui a regalarmi il mio primo sacco.

Sacco?
Era fatto di lenzuola e stracci. Era appeso sull’albero del giardino di casa dei miei e quando tornavo a scuola iniziavo a tirare calci e pugni. Passavo le giornate così, un po’ stavo con il cane, un po’ lottavo con il sacco e un po’ mi costruivo le armi.

Maschiaccio sì, ma fino a un certo punto: a un paio di scarpe con i tacchi non dico mai di no.

Che armi?
Arco e frecce in legno. Mia madre era disperata. Mi regalava gli abitini ma io li distruggevo arrampicandomi sugli alberi. A carnevale volevo sempre travestirmi da cowboy o da cavaliere, mai da ballerina. Un giorno lei scoprì dove nascondevo i miei giochi di guerra: me li buttò nel fuoco!

Più arrabbiata in quel momento o quando ha scoperto la tua storia con il tuo insegnante?
Tutt’altro. Per lei fu una consolazione. Vedendomi così maschiaccio, chissà in quali giri temeva mi fossi cacciata. Quando le dissi che uscivo con Paolo mi rispose: «Ma non potevi dirmelo prima?». Sapeva che lui mi ha sempre voluto bene.

Non dev’essere stato facile per lui gestire il vostro rapporto.
Non nego di essere sempre stata io a spingere. Lui era un po’ frenato, sia per il fatto di essere il mio allenatore, sia per la differenza di età. Non sapete quanto sia stato faticoso farlo uscire di casa! La proposta di matrimonio però me l’ha fatta lui… Almeno quella!

Chiudiamo con il momento più bello e il più brutto della tua carriera.
Sarei banale se vi dicessi l’oro mondiale di Brema. Preferisco ricordare il primo titolo nazionale, l’unico torneo a cui abbia mai assistito mia madre, peraltro ero appena diventata cintura nera. Ovviamente c’era anche mio nonno, con uno striscione un po’ maldestro, ma bellissimo, fatto con il pennarello.

E il più brutto?
Essere atleta e adolescente è stata dura. Invidiavo molto le mie amiche. Loro dopo scuola, si può dire? Cazzeggiavano! Io invece dovevo allenarmi e basta. Facevo i ritiri con le giovanili e anche con le senior, all’ultimo anno del liceo scientifico volevano bocciarmi perché avevo fatto troppe assenze, ma io mica me ne andavo al parco! In quel periodo, peraltro, avevo già il peso di adesso, circa 53 chili. Essendo anche molto piccola (è un metro e sessanta, NdR) volevo a tutti i costi scendere sotto i 50. Smisi di mangiare, poi ricominciai ma vomitavo. Misi sotto stress il mio corpo superando ogni limite. Ne sono uscita, con l’aiuto della mia famiglia e di uno psicologo. Una lezione importante è che ammettere di aver bisogno di aiuto non è una debolezza, anzi: può diventare la tua forza.

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