Sessismo

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28 Febbraio Feb 2019 1302 28 febbraio 2019

Martina Colombari: «Anche le donne possono parlare di calcio»

Dopo la candidatura alla presidenza non ha perso i contatti col settore femminile E contro il sessimo dice: «Basta con gli stereotipi di genere». 

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Martina Colombari Calcio Sessismo

A ottobre 2018 era stato fatto il suo nome per la presidenza della sezione calcio femminile. Poi l'elezione di Gabriele Gravina alla Figc ha frenato tutto. Ma Martina Colombari non ha smesso di seguire con attenzione gli sviluppi del movimento, continuando a tenersi in contatto con le società e restando a disposizione delle stesse. Il calcio, d'altra parte, lo conosce. Non è esperta di tattica e ci tiene a ribadirlo, ma segue le partite e le vicende da tempo. La sua relazione con Alessandro Costacurta, ex difensore del Milan, è iniziata nel 1996 e nel 2004 ha portato a un matrimonio. Per un anno, tra il fallimento mondiale dell'Italia maschile e l'elezione di Gravina, il marito è stato vicecommissario della Figc. Martina Colombari è una di quelle donne che vivono il mondo del pallone e l'alone di sessismo che lo circonda, e che vuole impegnarsi per cambiare lo status quo. Per non dover sentire più uscite «indecorose» come quella di Fulvio Collovati e riconoscere i giusti meriti alle tante figure femminili competenti che popolano il nostro calcio. Ma sul caso Wanda Nara è netta: «Lei ha sbagliato, io non avrei mai parlato così dei compagni di squadra di mio marito».

DOMANDA. Per anni abbiamo vissuto nella convinzione che il calcio sia uno sport per uomini. Perché?
RISPOSTA.
Perché eravamo ottusi e ancora non si parlava di emancipazione femminile. Proprio di recente leggevo di un libro delle elementari in cui il verbo accostato al soggetto “papà” è “lavora” e quello accostato al soggetto “mamma” è “stira”. L'altro giorno ero in casa, dovevo aggiustare una cosa, e mio figlio mi ha detto «tanto non sei capace», eppure l'ho educato in un certo modo.

E come ci si libera da questi stereotipi di genere?
La prima cosa da fare sarebbe non andare a identificare quello che è da uomo e quello che è da donna, ma pensare a due binari che si uniscono insieme, si prendono per mano, funziona tutto di più.

E questi stereotipi si trascinano nel calcio.
Sì, si pensa che una donna non debba giocare perché le vengono le gambe grosse, perché è uno sport pieno di lesbiche, da maschi, si perde la propria femminilità. Ma lo stesso vale per il rugby e a suo tempo pure per la pallavolo. Così come se prendi un ragazzo e lo porti a fare danza o ginnastica la cosa è vista come strana.

Ora la situazione sembra stia cambiando.
Certo. In primis le mamme hanno capito che il calcio non è uno sport solo per maschi. E che se pure ci fossero ragazze lesbiche ben venga, sono ragazze che amano, è un bel sentimento. Poi ci sono i risultati della nazionale a fare da traino: gli uomini non sono andati al Mondiale, le donne sì. E anche qui potrei allargare il discorso ad altri sport.

Prego.
Il rugby, per esempio, i risultati del Sei Nazioni femminile sono migliori di quelli del Sei Nazioni maschile. Il calcio femminile viene trasmesso quest'anno da Sky e la partita di punta fa più ascolti della Serie B maschile. Tutti conoscono Sara Gama, la Mattel ha fatto una Barbie a sua immagine. Ma non basta.

Cosa manca?
Bisognerebbe investirci di più. Mancano le strutture, fino a 12 anni maschi e femmine possono giocare insieme ma poi sono pochissime società con un settore femminile. Bisogna formare più tecnici per seguire le ragazze, perché lo sport è uguale, però un direttore sportivo che deve entrare in uno spogliatoio femminile non può essere un uomo. Servono modelli e spot perché le ragazze si identifichino. Una start up su cui investire.

Eppure il calcio resta un mondo a fortissima trazione maschile, no?
Perché da noi non c'è stata mai la cultura del calcio femminile. Se si fa un buon lavoro in questi anni, fra 20 avrà un'attenzione differente.

Il suo nome è stato fatto più volte per la presidenza della sezione calcio femminile. Che idee ha per lo sviluppo del settore?
Bisognerebbe che le società di Serie A e B avessero i loro vivai col femminile, servono più campi e più società. E poi andare a vedere quello che è stato creato in Francia, per esempio, dove c'è un movimento che funziona molto bene, copiare dai Paesi in cui vediamo che il calcio femminile funziona di più, cercare sponsor.

Rifondare il settore a 360 gradi, insomma.
Non dobbiamo pensare che sia solamente un campionato che si gioca la domenica, va curato, è nuovo e può portare a tanto, ma innanzitutto bisognerebbe riuscire a far diventare queste ragazze semi professioniste, per un discorso di tutele e garanzie per le loro vite. Si allenano tutti i giorni, chi non riesce di giorno si allena dopo il lavoro, devono essere riconosciute.

L'ingresso di grandi club nel calcio femminile aiuta?
Per quanto obbligato è stato un passaggio molto buono. Non l'unico: durante il commissariamento, con mio marito e Fabbricini, la gestione del calcio femminile è stata tolta dalla Lega Dilettanti e posta sotto la Figc. Ora non dobbiamo fermarci qui, al momento si pensa solo a mandare avanti i campionati, questo non è far crescere il movimento. Serve un lavoro di marketing e coi centri federali. Bisogna creare una divisione, un movimento che si occupi solo del femminile, nondeve essere la ruota di scorta di una federazione. Servono tempo, investimenti economici e persone.

Perché poi della sua candidatura non se n'è fatto nulla?
L'assemblea elettiva non c'è stata, sarebbe stata troppo a ridosso dell'elezione federale. Il presidente Gravina se n'è preso carico e dice di aver molto a cuore la questione. Il mio nome era stato fatto dalle società, con le quali sono rimasta in contatto, ogni tanto vado a vedere le partite, sono ancora presente. La volontà e la voglia mia di fare qualcosa per il calcio femminile c'è sempre.

Si sente pronta per farlo?
Sì. Non necessariamente bisogna sapere di calcio per questo ruolo, il presidente ha consiglieri e si appoggia alle società stesse. Bisogna avere una visione di insieme, ascoltare, parlare con le famiglie e le scuole. Si possono fare tantissime cose.

Poco più di un anno fa, in un'intervista al Giorno, diceva di non credere nella parità di genere, che non ci sarebbe mai stata. La pensa ancora così?
Io penso che l'uomo e la donna devono collaborare. Io non mi devo travestire da uomo per essere credibile quando devo essere ascoltata in un dibattito, non mi devo mettere i pantaloni a una scarpa bassa quando vado a parlare di beneficenza per i bambini di Haiti con la Fondazione Francesca Rava. Devo portare i miei valori da donna e tu uomo devi fare altrettanto. Non ci stiamo facendo la guerra, dobbiamo lavorare insieme.

Fulvio Collovati, un campione del mondo, ha sostenuto che le donne non possano parlare di tattica.
Quindi Milena Bartolini non ci capisce di calcio? Carolina Morace, Cristiana Girelli, Cecilia Salvai nemmeno? E gli uomini capiscono tutti di calcio? Io non ne capisco, nonostante stia con Costacurta da tutta una vita, ancora ho difficoltà a seguire se mi spiega un movimento in campo, ma perché non mi interessa e non mi ci applico. Questo non significa che non mi piaccia vedere una partita. Trovo poco decorosa l'uscita di Collovati, spero che non creda in quello che ha detto, che gli sia venuta male. È un po' come il luogo comune delle donne al volante: magari potremo essere meno portate per la guida, ma quanti uomini che guidano male si trovano?

Anche il caso Icardi-Wanda Nara ha riacceso l'attenzione sul tema sessismo nel calcio. Che idea si è fatta?
Quelle frasi non sono gravi perché le ha pronunciate una donna. L'atteggiamento che lei ha avuto non è un atteggiamento da professionista, non lo sarebbe stato nemmeno da parte di un uomo. Un procuratore non si può permettere di dare dei giudizi sui compagni di squadra del suo assistito.

Pensa che se lo avesse fatto Raiola ci sarebbe stata la stessa indignazione?
Il fatto che lei utilizzi un sacco i social amplifica certamente il tutto. E comunque, io non ho mai sentito il procuratore di mio marito, Oscar Damiani, criticare i suoi compagni di squadra. Se io faccio parte di un cast di un film che non funziona, il mio agente non si mette a discutere dei miei colleghi sul set.

Lei è sposata con un ex calciatore. Avrebbe mai fatto la sua procuratrice?
Per carità di Dio, non ci penso neanche minimamente. Io mi occupo delle mie cose, lui delle sue. Se mi vuole coinvolgere posso dare opinioni e suggerimenti, ma saranno sempre dal mio punto di vista. Non sono al suo posto, non posso prendere decisioni o dare consigli. Nei miei corsi di mindfulness ho imparato l'esercizio delle tre D: distacco, distanza e determinazione. Queste sono le tre cose che servono per prendere una decisione in maniera corretta.

Ha fatto discutere anche una frase di suo marito proprio a commento del caso Icardi-Nara. Poi lui ha chiesto scusa. Ne avete parlato?
È andata così: la sera, mentre andava in onda la trasmissione, dormivo già. La mattina dopo ha aperto Instagram e mi sono vista sommersa di messaggi. Non capivo cosa fosse successo e a colazione gli ho chiesto cosa avesse detto.

Insomma, avete chiarito.
La frase gli era venuta male, detta con un altro tono o altre parole, magari sarebbe stato diverso. Quello che lui voleva dire è proprio che quando lui giocava io non mi sarei mai permessa di criticare gli errori di Maldini o Tassotti, e se l'avessi fatto lui mi avrebbe detto di farmi i fatti miei, ovviamente non mi avrebbe sbattuto fuori di casa.

Una questione di rispetto dei propri spazi, dunque?
Esatto. Ognuno deve restare nel proprio mondo. Al centro dell'attenzione bisogna mettere la persona che hai davanti. Sempre, in qualunque contesto, per arricchire l'altro, essere utile, generare gratitudine e valore per qualcuno, non pensando sempre solo per noi stessi.

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