22 Febbraio Feb 2019 1703 22 febbraio 2019

Barbara Chichiarelli racconta la sua Livia in Suburra 2

Assicura che le donne avranno un «ruolo prepotente». E di #MeToo dice: «La storia ci ha insegnato, purtroppo, che non tutte le conquiste sono così solide come le avevamo immaginate».

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Livia Suburra 2 Barbara Chichiarelli

Credits: Alessandro Cantarini.

Chi ha avuto modo di ammirare Barbara Chichiarelli sul palcoscenico ha notato una grande versatilità e un timbro vocale molto riconoscibile, che l'attrice sta mettendo a frutto anche nei lavori cinematografici e televisivi. Da poco l'abbiamo vista ne La Compagnia del Cigno nel ruolo di Antonia, la madre naturale di Rosario e dal 22 febbraio la ritroviamo su Netflix nei panni di Livia, la sorella di Aureliano (Alessandro Borghi) nelle nuove puntate di Suburra. «I punti di forza di questa serie ambientata nel 2008 sono proprio i punti di contatto con l'attualità, senza dimenticare che ovviamente è un'operazione di narrazione e creazione. Suburra rimarrà una serie prepotente, non è un prodotto classico rispetto alle serie a cui siamo abituati in Italia», ha raccontato la Chichiarelli a LetteraDonna.

DOMANDA. È stato anticipato che in questa seconda stagione le donne avranno un ruolo decisivo.
RISPOSTA.
Effettivamente c'è un'entrata massiva di figure femminili rispetto alla prima. L'evoluzione della società viene riflessa anche nel prodotto. La decisione è legata a questo dare voce e spazio alle donne tenendo conto di ciò che sta avvenendo nel mondo perché è ora che vengano fuori, anche in maniera prepotente.

Cosa può dirci su Livia, che interpreta in Suburra?
All'inizio della prima stagione mostra una personalità forse un po' troppo rigida; pian piano fa entrare, suo malgrado, l'emotività che la porta a compiere degli errori; ma l'intento principe è quello di preservare il rapporto con suo fratello, proteggendo un «noi» ed è disposta a tutto per arrivare a questo.

Come si sono evoluti i ruoli femminili all'interno della nostra serialità?
Abbiamo superato gli anni in cui pensavamo di aver raggiunto indipendenza e tranquillità. Poi la storia ci ha insegnato, purtroppo, che non tutte le conquiste sono così solide come le avevamo immaginate, ma le cose sono suscettibili al cambiamento.

In che senso?
L'ondata di attenzione verso le donne, gli abusi, tutto ciò che è successo in America e a specchio in Europa (si riferisce allo scandalo Weinstein e al movimento #MeToo, ndr)fa sì che questo sia un momento di transizione dal punto di vista socio-culturale ed è difficile capire ora se stiamo tornando indietro o se ci stiamo riappropriando di qualcosa che pensavamo già di aver conquistato. Mi auguro che si stiano mettendo in chiaro delle cose che forse così chiare non erano. Tutto ciò che viene prodotto a livello artistico deve raccontare giustamente in che direzione sta andando il mondo, ovviamente adottando un punto di vista critico.

Barbara Chichiarelli in una scena di Suburra 2.

Si è interrogata su cosa potessero fare effettivamente questi movimenti e sull'aderirvi o meno?
Da un certo punto in poi non ho più seguito il dibattito, per cui sarei un'ipocrita nel dare un giudizio. Avevo sentito un vento di strumentalizzazione [ci tiene a precisare che non vuole generalizzare] per cui mi sono discostata dalla cronaca. Riconosco che alla base ci sia una reale e genuina voglia di mutamento, poi però ci si perde sempre nelle evoluzioni. Penso che il problema più grande sia la mancanza di fiducia nel concetto di aggregazione. Io sono figlia purtroppo di questa sfiducia nata circa 15 anni fa quando si sono distrutti volutamente tutti quei movimenti che stavano cercando di lottare non per se stessi ma per gli altri. Quando è venuta meno quella speranza, forse ha influito anche l'essere un'adolescente, mi sono un po' disamorata. In questi anni sto tornando a credere che uno non è paragonabile a cento e che è inutile stare da soli. È un processo di vita che sto affrontando.

Come pensa che si possa riconquistare quella fiducia?
Bisogna partire da se stessi per poi allargare alle persone a cui si vuole bene, agli amici degli amici, innescando un processo a macchia d'olio. Ormai siamo tutti monadi impazzite. Sarebbe fondamentale tornare a parlare, incontrarsi, discutere di quello che succede nel mondo e a casa nostra. Ci si vergogna di esprimere le proprie emozioni. Recuperando tutto ciò, tornando a dirci le cose importanti, comprese quelle scomode, potremo progredire.

Nel suo percorso professionale si è mai sentita trattata diversamente in quanto donna?
Ho molta più esperienza in teatro che nel piccolo e grande schermo dove mi sono affacciata da due anni a questa parte. E personalmente non mi è mai capitato di trovarmi in situazioni scomode, dalle avances al venire ostracizzata perché ero donna, non so se perché io caratterialmente non mi pongo mai come donna. Di fronte a un lavoro mi interrogo se posso farlo o meno, che sia dall'alzare un divano con un attore sopra come nello spettacolo Santa Estasi (regia di Antonio Latella) o guidare una macchina a 200 chilometri orari o sparare com'è avvenuto in Suburra.

E sul piano dei ruoli?
Purtroppo non si scrivono né per il cinema né per il teatro delle parti femminili all'altezza di quelle maschili. Questa è veramente una discriminazione e non so se ciò si verifichi perché non ci si fida nel lasciare a una donna questa responsabilità che, a volte, potrebbe essere enorme. In altri Paesi questo problema non esiste. Se non si ha la possibilità di fare qualcosa di ben scritto e organizzato, chiaramente è più difficile far emergere quelle che sono le proprie qualità.

In uno degli episodi di Santa Estasi dava corpo a Elena, che compie il suo percorso verso la perfezione. Cos'è per lei, Barbara, la perfezione?
È come l'orizzonte, l'utopia, ci serve ad andare avanti, ma non la raggiungeremo mai. Elena cercava una propria identità. Grazie anche al coro, scenicamente è stata tradotta molto bene la scissione interna di questa donna, per cui pirandellianamente era una, nessuno e centomila. È inutile puntare a una perfezione che non esiste. Bisogna essere contenti di oggi, di quello che siamo. Domani vediamo cosa diventiamo e cercheremo un altro limite che serve per camminare.

Dove la vedremo prossimamente?
Dal 3 al 29 aprile sarò in scena all’Eliseo Off con lo spettacolo Iphigenia in Splott di Gary Owen, una versione contemporanea dell'Ifigenia di Euripide. È la prima volta che lavoro su un monologo, sono in parte spaventata, ma al contempo è molto stimolante.

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