Femminismo

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20 Febbraio Feb 2019 1520 20 febbraio 2019

Lorenzo Gasparrini: «Il femminismo non è roba per sole donne»

L'attivista che si batte contro il sessismo e gli stereotipi di genere ha pubblicato il libro Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni. L'intervista. 

 

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Lorenzo Gasparrini Sessismo

Una grande battaglia va combattuta insieme, fianco a fianco, senza distinzioni di genere. Uomini e donne non sono due entità in competizione tra di loro, ma tutti devono tendere al conseguimento di una parità di genere che oggi non c'è. E per farlo bisogna formare le nuove generazioni di maschi al pensiero femminista. Lorenzo Gasparrini, laureato in Filosofia e dottore di ricerca in Estetica, ha deciso di dedicare la sua vita a questo, dando alle stampe un libro dal titolo eloquente: Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni (Settenove, 160 pagine, 15 euro). Attivista antisessista, studia e combatte gli stereotipi che opprimono le donne e limitano gli uomini, relegandoli a un modello di virilità che non scelgono. «Il femminismo è una battaglia di tutti», ha spiegato a LetteraDonna.

DOMANDA: Perché è importante che anche gli uomini partecipino ai movimenti femministi?
RISPOSTA:
Intanto perché quando si vive in una società nella quale a qualcuno è tolto un diritto, ne soffre tutta la società. Poi bisogna finalmente capire che queste lotte sono lotte per tutti e tutte.

In che senso?
Anche gli uomini eterosessuali, malgrado occupino un grado alto nella gerarchie dei generi, sono comunque oppressi da una serie di abitudini sociali che li costringono a ruoli che non hanno chiesto. E se è vero che alcuni di loro sono vincenti nella società, la stragrande maggioranza non arriva al vertice e subisce delle discriminazioni. Fin da quando si nasce, chi non si caratterizza come maschio etero subisce questo tipo di forzatura, viene considerato più lontano dalla normalità.

Perché è difficile che gli uomini partecipino a questo tipo di lotta?
All'inizio tutte le lotte che vogliono sovvertire un ordine cominciano da chi è più oppresso. L'uomo etero avverte il problema con ritardo. Piano piano, però, questa consapevolezza sale nella gerarchia sociale, facendo vedere che se si lotta per quella parità di diritti, in realtà ci si guadagna tutti. Anche io vorrei smettere di adeguarmi a un modello di virilità che continuamente mi mette in competizione coi miei simili per avere una serie di riconoscimenti e ruoli sociali totalmente inventati.

Esiste un solo femminismo?
No, perché le storie locali sono molto differenti. Ci possono essere Paesi, culture e civiltà più avanti su questa strada e altre più indietro. Ed è normale che sia così. La femminista nera americana non sarà portatrice dello stesso femminismo delle donne del Medio Oriente.

Che peso ha la società in cui cresciamo nell'alimentare questo tipo di contesto?
Gran parte di quella che noi pensiamo essere una educazione neutra non lo è affatto. Da quando siamo bambini ci viene detto che certe cose sono da maschio e altre sono da femmine, ed è normale adeguarsi a quelle che sembrano essere le regole. Non dobbiamo stare lì a puntare il dito e accusarci a vicenda ma questo è sessismo, sono comportamenti che si applicano con grande inconsapevolezza ma poi hanno dei danni sociali evidenti. Succede anche nella vita affettiva e relazionale.

Come si scardinano questi stereotipi?
Intanto riconoscendoli e chiamandoli così. Se già ci mettiamo in testa che è possibile fare altro senza perdere la nostra dignità e il nostro ruolo nella società, è facilissimo andare oltre gli stereotipi.

Lei come è diventato femminista?
Abbastanza casualmente, purtroppo. Nel senso che in Italia questo tipo di studi ancora non è molto istituzionalizzato nelle facoltà.

Proviene dal mondo accademico e ne ha denunciato il sessismo.
Nel mio percorso universitario mi sono reso conto che certi argomenti e certi libri erano oggetto di discriminazione. Mi dicevano che ciò di cui volevo occuparmi erano cose da donne ma io leggevo persone che parlavano anche della mia vita. Lì ho capito che c'era dietro una lotta sociale e culturale molto più grande di quello che può accadere in un'Accademia e ho deciso di occuparmene. Per ora ricavando molto di più di quanto pensassi.

Pensa che l'attenzione crescente degli ultimi anni, con movimenti come Non Una di Meno e #MeToo, possa smuovere qualcosa anche nelle coscienze maschili? Che ci sia già stato un aumento di sensibilità?
Sì, aumento di sensibilità è proprio l'espressione giusta. Il primo traguardo è uscire dall'indifferenza. Sta succedendo e funzionando anche molto bene. Se è vero che sui media generalisti ci sono linguaggi inadeguati e polemiche del tutto sterili rispetto alle problematiche da affrontare, sempre più persone si documentano e sempre più uomini lo fanno. Poi certo, bisogna ancora costruire una base consolidata, ma questo lavoro si farà.

Ha due figli, maschi entrambi, è preoccupato per loro?
Un po' sì. Molte persone mi dicono «chissà come sono fortunati i tuoi figli che nascono femministi». Ma a me non interessa questo, a me interessa che si facciano una coscienza critica rispetto a questi argomenti, che quando sentono che c'è una forma di potere che vuole indirizzare le loro scelte in quanto maschi, si fermino a pensare a quello che vogliono loro. Dobbiamo essere più consapevoli delle nostre scelte di genere, di come vogliamo vivere i nostri corpi e le nostre personalità.

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