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Diritto all'aborto

20 Febbraio Feb 2019 1132 20 febbraio 2019

Camilla Endrici: «Per parlare di aborto ho scelto di partire dalle storie»

In un libro sulla legge 194 ha raccolto 19 voci di donne che non avevano il coraggio di raccontarlo. Perché la società getta su di loro vergogna e senso di colpa. 

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Camilla Endrici 19 Modi Per Dirlo Aborto Intervista

La legge 194 compie 41 anni maggio 2019. Quarantun anni in cui il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza avrebbe dovuto sedimentarsi, consolidarsi, diventare assodato. E invece la 194 non è mai stata messa in discussione come appare ora, vittima di forze centrifughe sostenute da rappresentanti del governo nazionale e da mozioni che proliferano a ogni livello locale, nei Comuni e nelle Regioni, l'ultima in ordine di tempo in Liguria. Un processo che tende a gettare senso di colpa e vergogna su chi fa questa scelta. 194. Diciannove modi per dirlo (Giraldi, 120 pagine, 10 euro), dà voce a quelle donne che hanno scelto di non essere madri, permettendo loro di raccontare le loro storie, le difficoltà incontrate in un Paese in cui il 70% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza, le ragioni della loro scelta. Camilla Endrici ha deciso di scriverlo dopo aver vissuto da vicino l'aborto di una sua amica: «Mi sono resa conto di quanto sia ancora difficile parlarne in modo libero», ha spiegato a LetteraDonna, «al di là del dibattito politico e delle prese di posizione ideologiche, per le donne è molto difficile parlare serenamente di questa cosa».

DOMANDA: Perché per una donna è difficile parlare di aborto 41 anni dopo la sua legalizzazione?
RISPOSTA:
Perché se ne vergognano. E credo che in questo abbia molto influenzato il fatto che l'obiezione di coscienza, implicitamente o esplicitamente, colpevolizza questa scelta. Se il 70% dei medici non è disponibile a eseguire un'interruzione di gravidanza, chi la chiede si sente in qualche modo colpevole.

E il diritto a compiere questa scelta viene ancora messo in discussione.
Certo, perché l'obiezione di coscienza, prevista all'interno della legge, ecco perché se ne parla. Tra l'altro per molti medici non è nemmeno obiezione di coscienza ma obiezione di comodo.

In che senso?
È noto che fare carriera dentro il sistema sanitario senza essere obiettori è difficile, e così spesso si sceglie di rientrare tra gli obiettori. Ci sono casi documentati di medici obiettori dentro gli ospedali che praticano interruzioni di gravidanza nel privato. In Francia l'obiezione esiste ma è molto più bassa, sotto il 50%, forse proprio perché è una vera obiezione di coscienza, non uno strumento per perseguire il proprio interesse professionale. Ma per me l'obiezione non dovrebbe proprio essere possibile.

In nessun caso?
No. Se tu sei parte di un sistema che riconosce il diritto a una prestazione non puoi rifiutarti di fornirla. In molti Paesi del Nord Europa è così. Se non ti piace, non fai il ginecologo, scegli un'altra specializzazione. L'obiezione di coscienza genera situazioni di scarsa disponibilità di personale sanitario, le procedure rallentano, diventa difficile accedere a un'interruzione di gravidanza, i tempi si dilatano, aumenta il rischio di complicanze di cui i medici obiettori in qualche modo complici.

E la politica?
Certo, c'è anche una strumentalizzazione del tema. Il mio Libro non è assolutamente politico, ma devo ammettere che due anni fa, quando ho iniziato, c'era un altro governo e la situazione era in parte diversa, la 194 non era così sotto attacco.

Anche per questo ha scelto di pubblicare questo libro?
L'ho fatto per arricchire il dibattito politico con le storie, in realtà. Raccontare le storie dà spessore alle cose. Mi sembrava che poter ricominciare a parlarne passasse anche attraverso la narrazione di esperienze vissute. E anche una fetta di leghisti, di fronte a una storia umana, qualche domanda in più se la fa.

Ne è sicura?
Ne ho avuto riscontro, so di persone cattoliche che hanno letto questo libro e che dopo averlo letto mi hanno detto di aver capito sfumature che non erano chiare.

Come il dolore che comporta una scelta del genere?
All'interno del dibattito delle femministe qua si sta aprendo un altro capitolo, «IVG ho abortito e sto benissimo», che si propone come scopo quello di sottrarre alla retorica del dolore il discorso sull'aborto.

Lei non è d'accordo?
Io non sono così estrema, per me è un po' forte dire «ho abortito e sto benissimo», è una scelta che cambia la vita, c'è spesso una sofferenza che però viene ignorata da chi si schiera contro il diritto all'interruzione di gravidanza, come se si trattasse di una scelta di comodo perché devo andare in vacanza o perché oggi non ne ho voglia.

E invece spesso è una scelta dolorosa e faticosa.
Sì, ci sono storie di donne costrette a emigrare dalla propria regione per riuscire a ottenere un'interruzione di gravidanza. È noto il caso del Molise, in cui fino a poco tempo fa c'era un solo medico che praticava l'interruzione di gravidanza. All'inizio volevo fare un lavoro più rappresentativo statisticamente di tutte le realtà territoriali italiane, poi le cose sono cambiate.

Perché?
Perché mentre ne scrivevo, e le amiche e conoscenti lo venivano a sapere, venivano autonomamente da me per raccontarmi la loro storia. Così ho scelto di raccontare le loro, non per una scelta di comodo, ma per rendere il tutto ancora più umano.

Donne che magari prima non ne avevano mai parlato?
Esatto. Il 25% delle donne ha fatto ricorso all'aborto almeno una volta nella sua vita, ma non si ha nella percezione comune l'idea di questa diffusione. Da come viene trattato sembra sempre sia un fenomeno deviante, da emarginare e arginare.

Quindi dolore, fatica e?
Solitudine, nel senso che proprio che questa vergogna indotta fa sì che le donne che scelgono di interrompere si isolino, evitino di parlarne anche con le persone intime, e spesso si verifica anche l'aspetto dell'assenza di un compagno, che sia una assenza reale o si declini in una non disponibilità a esserci nell'eventuale portare avanti una gravidanza.

Uomini assenti, dunque.
Quando ne ho parlato con uomini, anche giornalisti, mi hanno spesso detto: «Io, da uomo, non ne capisco nulla». Questo è un tema che continua a essere considerato esclusivamente femminile e qui bisognerebbe fare una riflessione, perché è vero che il corpo è della donna e in ultima analisi la scelta è sua, ma se una donna rimane incinta c'è dietro anche un uomo. Bisognerebbe farsene carico in due, come di tutto il discorso che riguarda la maternità.

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