17 Febbraio Feb 2019 0838 17 febbraio 2019

Il femminile plurale in musica secondo La Rappresentante di Lista

A tu per tu con Veronica Lucchesi la cantante della band indie fondata con Dario Mangiaracina. «Raccontare il punto di vista della donne oggi è più che mai necessario».

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La Rappresentante Di Lista Veronica Lucchesi

La rappresentante di lista è una band che sfugge ogni tentativo di incasellamento. Emersi nel panorama dell’indie italiano con Bu Bu Sad del 2015, sono ritornati a dicembre 2018 con Go Go Diva, un album maturo e viscerale. In senso letterale: il corpo e i sentimenti vengono esposti senza il minimo pudore, e in particolare quelli femminili. Dopo un mini-tour all’estero, sono ora in giro per l'Italia con una serie di date sold-out. Veronica Lucchesi, cantante e fondatrice del gruppo insieme a Dario Mangiaracina, viene da una formazione teatrale e porta la sua presenza scenica sul palco arricchendo la dimensione del live. LetteraDonna l’ha raggiunta per parlare del progetto e del nuovo lavoro.

DOMANDA. Chi è La rappresentante di lista e da chi è composta?
RISPOSTA. Nasciamo come duo. Nel 2011 io (Veronica, ndr) e Dario avevamo scritto una manciata di canzoni presi da un grande entusiasmo, abbiamo iniziato a caricare dei video su YouTube. Le canzoni diventavano voce per qualcun altro: è stata una forte spinta per il nostro lavoro. È nato così il primo disco (Per la) Via di casa, registrato durante l'occupazione del teatro Garibaldi a Palermo. Durante la realizzazione di Bu Bu Sad ci siamo resi conto che il duo ci stava stretto. Così nel tempo siamo diventati tanti, una piccola comunità che si muove. Sia il progetto che le canzoni avevano bisogno di una coralità per essere espresse.

Vi siete definiti un gruppo «femminile plurale», infatti. Eppure vi chiamate al singolare. Perché questo nome?
Nel 2011 ero a Palermo, volevo votare ma ero fuori sede (essendo toscana) e sono stata rappresentante di lista. Questo nome ci sembrava un gioco, ma in realtà è come se avesse preso vita: è diventata la protagonista delle nostre canzone. È una figura al tempo stesso incoraggiante e coraggiosa. Nella scrittura di Go Go Diva interpreta Lady Godiva, a cui ci siamo ispirati. Oggi un punto di vista femminile ci sembra più che mai necessario. Non è detto che lo sarà anche in futuro, ma oggi il suo grido è molto forte.

Cosa rappresenta la femminilità per voi?
Non credo di essere in grado di darne una definizione breve ed efficace. Mi viene in mente un’intervista a Miyazaki su perché sceglie eroi donna. Lui spiega che la società accorda tradizionalmente il controllo, la forza all’uomo, mentre i personaggi femminili possiedono una maggiore flessibilità. Attraverso queste sognatrici nasce la poetica della meraviglia ed esplode in tutta la sua complessità e attrattiva. In queste giovani affiora l’urgenza di ristabilire un legame armonioso con la natura tradita e offesa. Inoltre Miyazaki in loro identifica le custodi di una sensibilità ecologica. Si confrontano con la morte e non vivono una realtà edulcorata.

Come è nato il titolo Go Go Diva?
Cercavamo qualcosa che fosse una prosecuzione di Bu Bu Sad e che fosse incoraggiante. Lady Godiva ha usato il suo corpo per manifestare, andare contro e infondere speranza, ci sembrava assolutamente calzante.

Com'è stato il processo di scrittura?
Non è mai stato uguale nei vari dischi. Per Go Go Diva, abbiamo fatto una cosa divertente: abbiamo aperto un unico foglio Word e abbiamo scritto al suo interno appunti, memo vocali, tracce di diario, ricordi di viaggi. Sia io che Dario li rimaneggiavamo e correggevamo, fino al punto che nessuno dei due ricordava più chi aveva scritto cosa. Un po' perché lui scrive di sè stesso al femminile e un po' perché evidentemente stavamo entrando in un flusso che ci stava avvicinando. Fatto sta che quando abbiamo riaperto il documento c'erano già moltissimi dei testi definitivi, come se si fossero scritti da soli. Ci apparivano davanti agli occhi in modo quasi magico.

Per lanciare il singolo Questo Corpo su Instagram avete usato una citazione di Gina Pane, performance artist che ha sempre lavorato sul concetto di femminilità, che si conclude con: «Il corpo è una scrittura a tutto tondo, un sistema di segni che rappresentano, che traducono la ricerca infinita dell'altro». Per voi invece che ruolo ha?
È fondamentale perché non solo diventa il motore delle azioni, ma è anche l'unico strumento per poterne fare esperienza. Lei è stata incredibile perché ha usato il suo corpo per dire quello che voleva, per contestare un certo tipo di classificazione della bellezza, il conformismo di determinate situazioni, contesti o ruoli sociali. Il corpo non è solo campo di battaglia, o teatro di situazioni disastrose, ma diventa lo strumento per stupirsi e mettersi in relazione. E se lo preservo eccessivamente non so quanto potrò riuscire davvero a provare quello che mi serve per scrivere. Senza di esso non potrei far niente. È il centro di tutto.

In effetti la performance è una componente molto importante per il vostro progetto.
Pensa che anche la copertina di Go Go Diva è frutto di una performance. Siamo stati davanti alla macchina fotografica di Claudia Pajewski e non avevamo deciso che ci saremmo spogliati. Indossavamo queste tuniche color carne e giocavamo con un tessuto messo tra noi e la camera, che ci impediva di vederla. Era come se girassimo attorno a qualcosa che ci stava ribollendo dentro. Ci siamo tolti i vestiti in modo molto spontaneo. In effetti è qualcosa che volevamo dire attraverso questo disco: la necessità di mettersi a nudo e di spogliarsi delle sovrastrutture, di abbandonare quei piccoli momenti in cui vorresti indietreggiare perché non sei sicuro. Abbiamo deciso di andare fino in fondo.

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