15 Febbraio Feb 2019 1256 15 febbraio 2019

La protesta dei pastori sardi raccontata da un'imprenditrice di Ittiri

Mariella gestisce un'azienda con 300 capi. Si sacrifica per dare un futuro ai figli. Ma con il latte non guadagna più. E su Matteo Salvini: «70 centesimi sono un'elemosina». 

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Pastori Sardi Protesta

«A fine mese mi ritrovo a fare delle scelte. Devo decidere se dare da mangiare alle bestie o ai miei figli. E le pecore, se non si cibano adeguatamente, muoiono di fame…». Per Mariella, 42 anni, mamma di quattro figli e pastora di Ittiri, che con l’ex marito gestisce un’azienda agricola nella regione sarda della Nurra, la scelta è pressoché obbligata. E la situazione, va da sé, è insostenibile. Per questo, come tanti colleghi, in questi giorni ha versato il latte per terra. Lo ha fatto con immenso dispiacere, immagino, ma senza piangere. Perché, l’ho capito parlando con lei, una pastora non piange. Una pastora si alza presto al mattino, praticamente di notte, per dare da mangiare alle sue pecore. Si rimbocca le maniche, con il freddo che le entra nelle ossa o sotto il sole cocente della Sardegna, senza fare una piega. Lo fa perché ama il suo lavoro e per dare un futuro ai figli. Ma di che futuro stiamo parlando, se ormai spende più di quanto guadagna? Mariella chiede rispetto, solo questo. E ben più dei 70 centesimi proposti da Matteo Salvini per ogni litro di latte: «Abbiamo detto di no. È un'elemosina, che fa guadagne solo gli industriali a cui viene ritirato il prodotto in eccedenza».

DOMANDA. Dopo il primo incontro ne è previsto un altro sabato 16. La protesta intanto continua?
RISPOSTA. Siamo arrabbiati e disperati. Non possiamo fermarci ora. Ormai è una guerra, in cui siamo pronti a tutto. Continueremo a fare presidi, ma abbiamo deciso di non gettare via più il latte: stiamo facendo il formaggio per donarlo alle Caritas.

Rabbia, guerra, disperazione. Termini forti. Di chi è la colpa?
Dei pochi che come al solito si stanno arricchendo sulle spalle di tanti. La politica regionale è poi assente, in una terra dove la pastorizia è tutto. La pecora ha fatto studiare la classe dirigente. Ci ha fatto la casa, ci ha mandati a scuola, ha fatto sì che la terra non venisse inquinata. Eppure siamo l’ultima ruota del carro. Più attenzione al prodotto, con leggi che ci tutelino: non puoi vendere il latte a 60 centesimi quando ti costa più del doppio.

Una situazione del genere non era mai successa prima?
È una cosa che si verifica ciclicamente. Prima accadeva ogni cinque anni, ora ogni due. E diventa insostenibile. Non si capisce perché il prezzo del nostro latte debba dipendere interamente dal pecorino romano, quando viene usato per produrre anche altro, come il pecorino sardo. Non siamo più i pastori di 30 anni fa: siamo preparati, ci informiamo. Per questo non crediamo alle storie che ci raccontano e vogliamo andare a fondo. Ogni tanto una svalutazione del latte può verificarsi, ma non ogni due anni.

In che modo può migliorare la situazione?
Bisogna diversificare e introdurre una legge che stabilisca un limite alla produzione del pecorino romano. Esiste un consorzio di tutela che però di fatto è inutile. Dovrebbe cercare nuovi mercati, ma non lo fa.

Lei sta partecipando alla ‘guerra’ del latte?
Ho preso parte alle riunioni, ai blocchi stradali ho buttato il latte per terra. Nei caseifici dell’isola ci sono vari presidi, a cui ho preso parte insieme a tante mogli di pastori. La donna in questo caso ha un ruolo importantissimo: mentre sono lontani per presidiare i caseifici o i porti dove arrivano le navi con latte estero, loro stanno a casa a gestire l’azienda, alzandosi presto per mungere le bestie.

Mariella qualche anno fa, alla mungitura e al pascolo, e oggi durante le proteste.

Quanto presto?
Alle 5 del mattino, a volte anche alle 4. Praticamente di notte, perché il bestiame trattandosi di ruminanti ha necessità di mangiare a certi orari. Ci alziamo di notte e torniamo a casa di notte. Va da sé che la vita sociale sia ridotta ai minimi termini. Le donne aiutano i mariti, vanno dal veterinario, si occupano della casa e dell’azienda. In più, devono seguire i figli.

Esiste quindi una netta distinzione dei ruoli?
Dipende. Ci sono anche donne che vanno al pascolo, che si fanno cinque o sei chilometri a piedi con bambini e cani, per portare le pecore alla mangiatoia e mungerle. Due volte al giorno, con in mezzo appena il tempo per mangiare. Nel mentre, magari, gli uomini arano il terreno, per seminare poi tutte le erbe necessarie per l’alimentazione del bestiame, che poi daranno il sapore al formaggio. Poi, ovviamente, ci sono anche donne che guidano il trattore.

Quanti capi ci sono nella vostra azienda agricola?
Attualmente ne abbiamo 300.

Più ne avete, più producete, più soldi perdete. È un paradosso.
In questo momento è impossibile fare progetti e pensare di espandersi ancora. In passato non era così. Per noi pastori il bestiame è sacro, dunque deve mangiare. Poi c’è da pagare le medicine. Ma i soldi sono sempre meno e in qualche modo dobbiamo far quadrare i conti. Così a rinunciare a qualcosa siamo noi e i nostri figli: niente scarpe nuove, niente gite e così via…

Come sei diventata pastora?
Ho iniziato a lavorare in campagna quando avevo 17 anni , raccogliendo olive e carciofi. Ho subito capito che mi piaceva lavorare all’aria aperta, sporcandomi le mani. Poi ho conosciuto il mio ex marito, che aveva la sua azienda agricola, e così abbiamo iniziato a lavorare insieme. Sono diplomata, potevo fare altro, ma ho voluto essere pastora. Una scelta di vita certo non comoda.

Una pastora va mai in vacanza?
Mai! E in generale sono sempre legata agli orari da rispettare: riesco a malapena ad accompagnare il mio bambino alla partita di calcio. Non è bello, ma sto facendo dei sacrifici per il futuro dei miei figli, per lasciare loro una terra pulita e, possibilmente, un po’ di soldi.

Quante sono le donne che fanno questo mestiere?
Più di quanto si potrebbe pensare. Alcune sono pure a capo di un’azienda, altre, come ho fatto io, lavorano insieme ai compagni, perché è impossibile fare tutto da sole. Secondo me il 40% delle mogli di pastori vanno in campagna con loro. E poi ci sono anche tante figlie che seguono le orme dei padri.

Ci sono sempre più donne, insomma. Ma quello della pastorizia rimane un ambiente maschilista?
Fortemente: è chiuso e con precisi codici comportamentali. Non puoi entrarci e cambiare tutto. Ti devi fare posto a gomitate. Quando dieci anni fa ho iniziato ad andare alle riunioni del Movimento Pastori Sardi non riuscivo a dire niente, perché tutti mi parlavano sopra.

Vorresti che i tuoi figli diventassero pastori come te?
Il mio sogno è vederli tutti e quattro in campagna. Loro che al mattino escono insieme dividendosi il lavoro e io che, a 70 anni, li guardo con orgoglio portare avanti l’azienda. Vorrei in particolare che le mie figlie non si fermassero al bestiame, ma che ampliassero la coltivazione e che studiassero, perché il nostro è un settore in cui è importante essere formati. In campagna puoi fare tante cose e una donna, con la sua fantasia e mentalità, ci può riuscire.

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