13 Febbraio Feb 2019 1409 13 febbraio 2019

Gabriella Pession: «La porta rossa non ha niente da invidiare alle serie Usa»

Il 13 febbraio torna la fiction di RaiDue che unisce realismo e sovrannaturale. Intervista all'interprete di Anna: «Quando abbiamo voglia di lavorare in gruppo, noi italiani sappiamo fare cose eccelse». 

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Gabriella Pession Porta Rossa

Dopo il successo della prima stagione, che ha fatto registrare una media di oltre tre milioni di telespettatori con più del 13% di share, il 13 febbraio torna su RaiDue La porta rossa. Ricominciano, dunque, le indagini del commissario Cagliostro, che interpretato da Lino Guanciale è rimasto nel mondo dei vivi anche dopo la sua morte, affiancato dalla moglie Anna, a cui presta il volto Gabriella Pession. «La narrazione riprende le fila della prima stagione, con trame molto intense, nuovi protagonisti e una figlia in più per noi due. Tutto si complica ancora di più», racconta a LetteraDonna l’attrice nativa di Daytona Beach, evitando anche il minimo spoiler. Qualcosa traspare però: è davvero innamorata del suo ruolo e di questa serie tivù, arrivata in un momento della sua carriera che, ci spiega, è davvero denso di soddisfazioni.

DOMANDA: Lino Guanciale nella serie interpreta un fantasma. Lei crede nell’aldilà?
RISPOSTA:
Ho una mia dimensione spirituale, a prescindere dalla religione. Credo che ci sia qualcosa e cerco di coltivare questa convinzione in modo personale. Da questo punto di vista trovo la serie molto profonda e commovente, perché lascia questa speranza, che esista insomma una congiunzione tra chi vive ancora e chi non c’è più.

La serie parla del confine tra vita e morte, in una città di confine appunto come Trieste.
La nostra Trieste è notturna, piovosa, misteriosa e con un’aura di solitudine. È di fatto protagonista della serie assieme alla colonna sonora. La città viene raccontata con grande amore dal regista Carmine Elina, che ha voluto renderle omaggio raccontandola nella sua contraddittorietà, dal vento gelido d’inverno al sole cocente d’estate. La gru Ursus, da dove Cagliostro guarda Trieste dall’alto, è addirittura diventata un'icona della città.

Qual è il punto di forza de La porta rossa?
In questa serie ogni ingrediente gioca all’identità di un progetto narrativo che è innovativo, moderno, con una chiave drammaturgica e con dei personaggi che si muovono in territori non usuali per l’Italia e assolutamente non stereotipati.

La porta rossa è la dimostrazione che si può fare un ottimo prodotto anche con un budget limitato rispetto, ad esempio, alle serie statunitensi?
Innanzitutto negli Stati Uniti c’è un’immensa linea generalista, che comprende anche prodotti davvero bassi. Più soldi non significa necessariamente più qualità. Dal punto di vista intellettuale, anzi, le serie europee sono persino più valide di quelle americane, perché hanno contenuti più interessanti. Noi italiani, poi, quando vogliamo lavorare di gruppo sappiamo fare cose eccelse, seppur con budget ridotti. Peccato che a volte ci sia troppo individualismo.

Un’attrice come lei che serie guarda?
Ho amato molto The End of the F***ing World. E poi Peaky Blinders, ma anche The Bridge, sia la serie originale danese che quella americana. Sono un’appassionata di cronaca nera, proprio come Carlo Lucarelli che insieme a Giampiero Rigosi è lo sceneggiatore de La porta rossa: dunque guardo molti docu-crime. Mi è piaciuto poi molto Wild Wild Country, il documentario su Osho.

Gabriella Pession e Lino Guanciale in una scena de La porta rossa.

©Gabriele Crozzoli

Prima ha accennato alla qualità dei nostri prodotti. Quali sono le serie tivù italiane che le sono piaciute di più ultimamente?
Il Cacciatore, che secondo me è una serie girata davvero molto bene. Poi anche Rocco Schiavone e L’Amica Geniale.

Al cinema va spesso?
Molto poco, avendo un bambino piccolo. In compenso vedo tutti i cartoni animati, ormai li so a memoria… Preferisco stare con mio figlio, guardare quello che gli piace alla tivù o raccontargli le favole.

C’è un ruolo che vorrebbe interpretare?
In realtà ho appena finito di interpretare a teatro un ruolo che sono andata a prendermi con le unghie a Londra, perché lo volevo fortemente: quello della protagonista di After Miss Julie di Patrick Marber, sceneggiatore di Closer e Diario di uno scandalo. SI tratta di una rilettura de La signorina Julie, tragedia di August Strindberg. Ho contattato l’autore inglese, fatto tradurre la sceneggiatura dal drammaturgo in italiano, trovato il produttore Franco Parenti e poi l’abbiamo messo in scena. Abbiamo finito un mese fa, di nuovo io e Lino Guanciale come protagonisti. È un ruolo che credo entrerà nella top 3 della mia carriera.

LetteraDonna affronta spesso il tema della violenza sulle donne. Cinema e tivù italiana potrebbero parlarne meglio e di più?
Forse, ma in generale è un problema di educazione. Sono i genitori a dover insegnare ai figli a tollerare fallimenti e a gestire la rabbia, a capire il confine tra loro e le altre persone. Guardando i dati, è ovvio che si tratti di un’emergenza. Il tema ovviamente mi sta a cuore e riaffermare la dignità della donna è fondamentale: personalmente, insieme a delle colleghe sono madrina di WeWorld Onlus, che ha fatto appunto campagne di sensibilizzazione come #potreiessereio e #unrossoallaviolenza.

Le posso chiedere perché non figura tra le firmatarie di Dissenso Comune, lettera-manifesto firmata da 124 attrici e lavoratrici dello spettacolo contro le molestie sul lavoro?
Semplicemente perché non ero a conoscenza di questa iniziativa. In quel periodo sarò stata sicuramente fuori dall’Italia per lavoro. Solo per questo.

Lei è già stata a Sanremo, nel 2009. Ci tornerebbe, magari come conduttrice, come hanno fatto in passato Antonella Clerici e Simona Ventura?
Ho cocondotto una delle cinque serate insieme a Paolo Bonolis, in un’edizione in cui ogni giorno era affiancato da una donna diversa. E mi è bastato (ride, ndr)! Io faccio l’attrice e il conduttore è un altro mestiere, tra l’altro anch’esso molto difficile. Mai dire mai, però la mia carriera adesso sta andando proprio verso altri lidi.

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