12 Febbraio Feb 2019 1305 12 febbraio 2019

La sceneggiatrice Monica Rametta racconta «Io sono Mia»

«Il luogo comune più forte su di lei è figlio della maldicenza e la ritrae come una persona molto triste e angosciata. È stato un lavoro bellissimo ma pieno di insidie». Il film va in onda il 12 febbraio su Rai Uno.

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Monica Rametta Sceneggiatrice Film Io Sono Mia 2

Ci vuole la sensibilità di donna e d'autrice per mettere nero su bianco tutte le sfumature di Mia Martini che vediamo in Io sono Mia, in onda il 12 febbraio su Rai Uno (per la regia di Riccardo Donna) e Monica Rametta ha dimostrato di averne, con questo lavoro e non solo. La sceneggiatrice, che ha scritto con Ivan Cotroneo tantissimi lavori di successo, non ultimo la fiction La Compagnia del Cigno, ci ha raccontato la sua ultima fatica intervistata in occasione della messa in onda del film tv dedicato all'artista di Almeno tu nell'universo, scomparsa il 12 maggio 1995. Ma come si riesce a realizzare un biopic senza scadere nell'elegia? «L'unico modo è cercare di carpire qual è l'anima di quel personaggio e restituirlo con estrema verità, facendo emergere anche i suoi difetti. Non è semplice trovare un equilibrio, ci sono stati anche una serie di paletti forniti dalle persone che l'hanno conosciuta. È stato un lavoro bellissimo ma pieno di insidie, a partire dal dover affrontare in 100 minuti un'intera esistenza», racconta Monica Rametta a LetteraDonna.

DOMANDA: Dal punto di vista artistico e di donna, cosa l'ha colpita della storia di Mia Martini?
RISPOSTA:
Come donna conoscevo quello che si sapeva di lei per cui soprattutto, purtroppo, la questione delle maldicenze e ciò che ne è derivato, compresa la sua impossibilità di cantare. È l'aspetto che mi premeva approfondire perché a tutt'oggi mi sembra una delle cose più terribili che siano state fatte, un danno spaventoso, una violenza psicologica.

Si è riuscita a dare una risposta su come si possa reagire?
È davvero molto difficile difendersi da un tipo di violenza simile, attuato in modo subdolo. Un uomo che ti aggredisce puoi denunciarlo, in casi come quello chi denunci? Lei non ebbe la forza di reagire frontalmente, e lo comprendo perché si trattava di una situazione devastante.

Cosa non conosceva di lei?
Ho scoperto della sua collaborazione con Aznavour e non sapevo della sua epidermica voglia di stare sul palco: tutte le persone con cui sono entrata in contatto mi hanno fatto comprendere quanto fosse essenziale per lei. Non era un lavoro, ma una passione, un sogno. Posso soltanto immaginare l'enorme sofferenza quando le hanno impedito di farlo.

Qual è l'idea dell'opinione pubblica che il film riesce a scardinare?
Il luogo comune più grosso che gravita attorno a lei è figlio della maldicenza e riguarda il fatto che fosse una persona molto triste e angosciata. Anche quando la vediamo nelle 48 ore prima dell'esibizione a Sanremo non è una donna triste, ma stanca rispetto a tutto ciò che ha subito, con una grande voglia di riscatto ed è il motivo per cui è lì. Mia era una persona molto ironica e piena di vita e Serena Rossi è riuscita, anche tramite le espressioni del viso, a trasmettere queste sue caratteristiche.

Qual è il brano della Martini che sente più vicino?
Di quelli messi in scena sicuramente E non finisce mica il cielo; mentre dei suoi pezzi che non abbiamo inserito, anche perché fuori dal periodo trattato, uno dei miei preferiti è Col tempo imparerò. Non è molto noto, l'ha scritto di suo pugno ed è una canzone che rivela molto di lei.

Monica Rametta.

Tra i vari rapporti messi in campo, oltre a quello con la sorella Loredana, assistiamo alla forte amicizia con Alba. In un ambiente che non fa sconti può esserci solidarietà femminile?
Per il rapporto con Alba mi sono ispirata a una sua cara amica che le è stata vicina tutta la vita. Penso che la solidarietà femminile possa esserci e non è un caso che la giornalista da me ideata per intervistarla sia una donna: mi sembrava molto più interessante esplorare un rapporto tra due figure dello stesso sesso che non si conoscono e che inizialmente non si piacciono.

Nei progetti realizzati con Cotroneo avete trattato dei temi spesso delicati e connessi ai ragazzi. Come siete riusciti a trovare la chiave giusta?
Siamo partiti dalle nostre esperienze, dai nostri gusti e ci siamo incontrati su un terreno comune. Questo ha creato un'alleanza tra noi. I personaggi e le storie ci hanno rispecchiato, cercando sempre di fare un lavoro onesto e di essere il più possibile dentro la realtà. Per quanto concerne i ragazzi ci teniamo affinché non siano messi in scena degli stereotipi anche perché, andando in giro per casting o proiettando i lavori, non abbiamo trovato dei giovani passivi, ma brillanti e pieni di energia.

Avete parlato anche di amore omosessuale in prima serata sulla Rai ed è stata una conquista...
Era un tema che ci stava molto a cuore. Abbiamo cominciato a parlarne in tempi non sospetti con Tutti pazzi per amore. Con la commedia riesci ad affrontare argomenti che magari col dramma sarebbe stato molto più complesso veicolare. Ci sembra dovuto, stimolante, ma anche normale il fatto che se si parla di famiglia e amore si tratti anche di questo aspetto della realtà. Il personaggio omosessuale, ad esempio, lo abbiamo declinato in un'altra ottica ne La Compagnia del Cigno. Ci piaceva l'idea di esplorare il legame tra lo zio e il nipote col primo che gli fa quasi da padre.

Esiste un argomento o un tabù con cui il pubblico dovrebbe fare i conti e che lei vorrebbe sviluppare?
Mi sembra che in un prodotto di fiction non sia stato ancora toccato il discorso sulla transizione e delle identità di genere. Secondo me i tempi sono maturi per affrontare un tema simile e non è solo necessario, ma dovuto tenendo conto di tutta quella parte di popolazione che vive questo tipo di esperienza. Andrebbero sfatati pure una serie di preconcetti, provando a raccontare cosa significa per queste persone vivere una situazione che non è la loro e che cercano di mutare.

Si dice spesso che nel nostro cinema manchino storie che facciano vedere la donna a 360°. Qual è la sua percezione?
In parte è vero, però credo che qualcosa stia cambiando. Certo è un dato di fatto che ci siano ancora poche donne che scrivono o dirigono perché è un mondo ancora molto maschile e con ciò non voglio dire che gli uomini non possano parlare delle donne o non lo sappiano fare. Mi auguro che i movimenti nati - da Dissenso Comune a Women in Film - servano a smuovere la situazione e a far venire voglia alle donne di scendere un po' più in campo mettendosi maggiormente alla prova.

Come mai ha deciso di aderire a Dissenso Comune?
Mi sembrava un momento importante per far sentire la propria voce per cui quando mi è arrivata quella lettera, condividendo ciò che veniva detto, ho deciso di firmarla. Da allora qualcosa è cambiato rispetto alla presa di coscienza di noi donne.

Quale potrebbe essere il suo apporto?
Di carattere non sono un'attivista né mi espongo particolarmente; ci sono donne che lo sanno fare molto meglio di me e posso solo appoggiarle. Le attrici, con la notorietà, hanno questo potere di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica. Nel mio piccolo posso dare un contributo attraverso la professione, provando a scrivere personaggi femminili non stereotipati, non schiacciati dai ruoli, ma più attivi e coscienti.

A cosa sta lavorando adesso?
Stiamo scrivendo con Valia Santella la prima serie diretta da Pappi Corsicato prevista su Rai1, dove c'è una figura femminile molto forte, non canonica. Visto il gradimento, probabilmente parleremo della seconda stagione de La Compagnia del Cigno - potrebbero commissionarcela e noi ne saremmo contentissimi.

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