11 Febbraio Feb 2019 0830 11 febbraio 2019

Giovannella Baggio: «In medicina uomini e donne non sono uguali»

Lo studio delle differenze di genere è alla base di una diagnosi e terapie corrette. L'intervista all'esperta nella Giornata delle donne nella scienza.

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Giovannella Baggio Medicina Di Genere

Quando c'è bisogno di un esperto per parlare di scienza in televisione o sui giornali, i media tradizionali si rivolgono quasi sempre agli uomini, nell'82% dei casi secondo i risultati nazionali del Global media monitoring. Per questa ragione, per bilanciare e riequilibrare la rappresentanza di genere in ambito scientifico, la Fondazione Bracco ha pensato al progetto Una vita da scienziata – I volti del progetto #100esperte, un autentico catalogo con 100 donne giunte ai massimi livelli nelle rispettive discipline, dalla medicina all'ingegneria, dalla fisica alla chimica, con tanto di breve biografia e ritratto fotografico scattato dal celebre fotografo francese Gerard Bruneau. Tra i 100 volti c'è anche quello di Giovannella Baggio, medico specializzata in Medicina Interna, pioniera dello studio della Medicina di genere in Italia, titolare dell'omonima cattedra all'Università di Padova. Un approccio relativamente nuovo allo studio delle patologie e delle reazioni del corpo umano che tiene conto delle differenze biologiche tra uomini e donne. «Non è una specialità della Medicina, ma una dimensione trasversale a tutte le specialità», ha spiegato Giovannella Baggio in un'intervista rilasciata a LetteraDonna in occasione della Giornata delle donne e delle ragazze nella scienza, «che vuole mettere a fuoco le differenze tra uomo e donna per quanto riguarda la sintomatologia delle malattie, i percorsi diagnostici da fare, la prevenzione, la terapia».

DOMANDA: Quindi mi sta dicendo che uomini e donne non sono uguali?
RISPOSTA:
Assolutamente no. Ci sono delle importanti differenze.

Per esempio?
Si è parlato molto della cardiologia. Solo da 10-15 anni si sa che l'infarto è la prima causa di morte nella popolazione femminile. La donna viene colpita più spesso e muore più spesso di infarto perché i sintomi non vengono riconosciuti. Non parliamo del classico dolore al braccio o al petto, ma di dolori alla pancia e al dorso, o nessun dolore ma affaticamento, respiro corto. In queste situazioni una donna o non va al pronto soccorso o va in area verde e non rossa. Una cardiologa americana si è poi accorta che la parte clinica era completamente diversa, ci sono pochissimi interventi sulle coronarie delle donne.

Ma è così solo nella Cardiologia?
No, da qui si è partiti e poi ci si è allargati in tutte le specialità. Tanto che io ritengo un po' improprio parlare di medicina di genere, sarebbe meglio dire medicina genere-specifica: tutte le specialità devono essere insegnate e declinate nei due generi. Tutti gli specialisti devono occuparsi di queste differenze. In questi 10 anni sono stati fatti passi da gigante.

Perché si è iniziato a occuparsi di questo argomento così in ritardo?
Un tempo non si ritenevano rilevanti le differenze di genere, se non limitatamente ai discorsi ormonali e sessuali. Non si era pensato che l'incarnazione di una malattia in un XX potesse essere molto diversa da quella in un XY. Il genere non condiziona solo la parte ormonale ma anche il metabolismo di ciascuna cellula dell'organismo, quindi si ha una risposta diversa agli agenti patogeni e alle terapie.

Da cosa nasce l'esigenza di occuparsi di medicina di genere?
In questi 50 anni in cui abbiamo riscritto la medicina, tutti i risultati li abbiamo avuti da lavori anche molto importanti, fatti però su un unico genere. Molto più spesso sul genere maschile con risultati che venivano poi traslati al genere femminile, meno di frequente è avvenuto il contrario. Invece è importante studiare le malattie nelle loro specificità per come agiscono sugli uomini e sulle donne.

Perché lei ha scelto questo campo?
Nel 2006 una mia amica ginecologa mi ha detto che a Stoccolma avrebbero fatto il primo congresso mondiale di medicina di genere. Ci andai, c'era questa piccola società internazionale appena nata, la International society of gender medicine.

Così ha deciso di approfondire il tema?
Dopo due anni ho fondato in Italia il Centro studi nazionale su Salute e Medicina di genere. Contemporaneamente la professoressa Flavia Franconi aveva attivato tutta una serie di studi sulla farmacologia di genere. Con numerosi congressi nazionali e corsi di formazione è nata in Italia una rete molto forte che va attraverso le varie società scientifiche e l'Istituto superiore di sanità. Un'impresa fruttuosa con grosso interesse politico da parte di alcune regioni, anche se vorremmo se ne occupassero di più e con maggiore omogeneità nel territorio italiano.

Ma qual è la situazione oggi in Italia?
L'Italia è il Paese che ha fatto più passi avanti a livello europeo, l'unico Paese che ha una legge che dispone un piano per la diffusione della medicina di genere, promulgata il 15 febbraio del 2018 e ora ai decreti attuativi.

C'è discriminazione di genere in medicina e nell'accesso alle cure?
Nell'accesso alla cure, in Italia, no. Può però esserci un errore diagnostico perché non si riconoscono le sintomatologie diverse tra uomo e donna, così una donna con un infarto può finire in gastroenterologia per un mal di pancia o in psichiatria per un nervosismo eccessivo.

E in ambito accademico? Tra professionisti?
Un po' di difficoltà in più c'è. Basti pensare che le donne che si iscrivono in medicina sono più degli uomini, il 70% circa, però poi questa percentuale è ben lontana dal riflettersi a livello di carriera. Non è un tema direttamente collegato alla medicina di genere, anche se forse con più donne che ci lavorano si approfondirebbe di più. Ma devo dire che ci sono società gestite da uomini che si stanno muovendo molto bene su questo fronte.

Sull'onda del #MeToo, è nato l'hashtag #ScienceToo. Le molestie sessuali sono un problema anche dell'ambito scientifico?
Certo, è una problematica sociologica grave per la donna, in ogni ambito. Non ho seguito questo #ScienceToo, lo seguirò perché penso sia importante parlarne. È un problema grossissimo e penso stia addirittura crescendo.

Nonostante tutta l'attenzione mediatica?
Secondo me, da quello che leggo e sento, sì.

Lei è stata scelta tra le donne ritratte nella mostra fotografica “Una vita da scienziata”. Che valore hanno per lei iniziative di questo genere?
Ho apprezzata molto l'iniziativa e la motivazione alla sua base. È vero che sui giornali e in televisione i media contattano quasi sempre ed esclusivamente esperti maschi. È importante far sapere che ci sono donne che sono arrivate, con grande sacrificio, a posizioni apicali per la carriera.

Per lei è stata dura?
Tutta la mia generazione ha lottato tanto sotto questo aspetto. In medicina interna, la mia specializzazione, il maschilismo è imperante. In altre branche come la pediatria, la dermatologia, magari non più, ma in medicina interna le società sono maschiliste. Nel '95 sono stata il primo professore donna di medicina interna e la prima persona sotto i 50 anni ad avere accesso all'ordinariato. Ho avuto la fortuna di trovare persone che hanno creduta in me.

L'11 febbraio si celebra la Giornata mondiale delle donne e delle ragazze nella scienza. Che significato ha, per lei, questa giornata?
Dipende dalla diffusione che ha. Io per esempio nemmeno me la ricordavo, figurarsi per gli uomini. Bisogna che i media ne parlino. Tutto quello che si fa per rendere il mondo cosciente su temi di questo genere ha molta importanza, perché sottolinea una problematica e forse riesce a smuovere qualcosa.

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