Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

8 Febbraio Feb 2019 1624 08 febbraio 2019

Il grido della Casa delle donne Lucha Y Siesta contro lo sfratto

Ha assistito 1200 donne, tutte vittime di abusi. Ma l’Atac l'ha messa in vendita. Una delle attiviste attacca Virginia Raggi: «La dimostrazione che non basta essere femmine per avere a cuore la violenza di genere».

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Casa Delle Donne Lucha Y Siesta Sfratto Raggi 2

Lucha, come la lotta femminista contro la violenza. E siesta, come il meritato riposo di chi si è ribellata agli abusi. «Abbiamo giocato usando lo spagnolo e femminilizzando il nome della via in cui ci troviamo, Lucio Sestio, proprio vicino alla metropolitana», spiega a LetteraDonna Michela, in prima linea nelle attività della Casa delle donne Lucha Y Siesta. Pensando a questo colpo di genio verrebbe da sorridere e invece no, è una storia dove c’è davvero poco da ridere: dopo 11 anni di onorato servizio, questa casa-rifugio che tanto bene ha fatto dando una seconda opportunità a chi non l’aveva (1200 le donne assistite e 140 quelle ospitate, insieme a 60 minori), sta per essere sfrattata dalla sede nella zona di Cinecittà, a Roma. Colpa dell’Atac, proprietaria dell’immobile, che ha scelto di metterlo in vendita per fare cassa. E più in generale dell’amministrazione di Roma, immobile (nel senso che non fa niente) e poco interessata. «Aiutiamo quotidianamente le nostre ospiti nella ricerca del lavoro, nel riconoscimento dei titoli di studio, nella regolarizzazione dei documenti, tutto per far sì che possano riprendersi la loro vita», ci spiega l’attivista. E, adesso, tutto questo potrebbe finire. All’asta.

Questo assordante silenzio è un esplicito attacco alle donne che decidono di combattere la violenza di genere, e a tutte...

Geplaatst door Lucha y Siesta op Donderdag 7 februari 2019

DOMANDA: Da dove vengono le donne ospiti di Lucha y Siesta?
RISPOSTA: Da qui sono passate donne da ogni parte del mondo: Bangladesh, Ucraina, Nicaragua, Romania, Nigeria, etc. Abbiamo dato rifugio anche italiane, ovviamente, romane in alcuni casi. La maggioranza è però straniera e migrante. Attualmente ospitiamo 14 donne.

Quanto tempo rimangono da voi?
Dipende. Il periodo di permanenza è differente a seconda dei casi, perché per ognuna pensiamo a un percorso diverso e mirato. Il tempo è comunque limitato, perché il nostro scopo è aiutare più donne possibili.

Sono state tutte vittime di abusi?
Sì, la maggior parte di loro è stata vittima di violenza domestica. Ma abbiamo ospitato anche ragazze fuggite alla tratta di esseri umani, così come donne che si sono trovate senza casa perché non in grado di pagare l’affitto. Molte di loro sono arrivate da noi dopo essere passate da centri antiviolenza, dove il periodo di permanenza è ancor più limitato: ma non si diventa autonome da un giorno all’altro.

C’è una storia di violenza che l’ha colpita più di altre?
Ricordo il caso di una migrante arrivata in Italia per sposare un connazionale, senza sapere che il l’uomo stava già vivendo con un’altra donna: la famiglia di lui ha iniziato a picchiarla, l’ha praticamente segregata in casa, privandola tra l’altro della possibilità di imparare l’italiano. Al punto che ha dovuto chiamare i carabinieri tre volte per farsi capire in qualche modo. Per fortuna è stata allontanata dalla casa e dalla città in cui viveva, ed è arrivata da noi. La sua è una storia che stiamo seguendo e che sta andando bene, visto che ha trovato un lavoro che le piace.

Che rapporto si crea con le donne a cui Lucha y Siesta dà rifugio?
Ci vediamo praticamente ogni giorno, dunque arriviamo a conoscere persona e storia. Si crea un rapporto di fiducia, che è diverso a seconda delle storie vissute. Una volta uscite da qui, in molte rimangono nelle vicinanze, perché magari hanno trovato lavoro nel quartiere o hanno mandato i figli a scuola lì. In diverse ci stanno chiamando in questo periodo difficile.

Una stanza della Casa delle donne Lucha y Siesta, Roma.

Le vostre ospiti attuali come stanno vivendo la precarietà di questi giorni?
Ovviamente sanno tutto dello sfratto. Abbiamo detto loro che siamo unite e che nessuna verrà mai lasciata per strada. Il senso di precarietà c’è, ma stiamo pur sempre parlando di donne che hanno vissuto situazioni peggiori.

Lucha y Siesta non è solo un rifugio. Il quartiere potrebbe perdere un vero e proprio punto di riferimento.
Esatto. Ospita un atelier, gestito da una donna che aveva avuto difficoltà sul lavoro a causa della maternità, che oggi propone riparazioni e laboratori di sartoria. È un’attività importante, simbolo di riscatto e autonomia. Ci sono poi corsi di yoga, inglese, teatro, pilates e fitoterapia. Ospitiamo inoltre cineforum e workshop, ma anche feste di compleanno degli abitanti del quartiere. È un luogo di aggregazione, aperto a tutti. Donne e uomini.

Sareste anche disposti a trasferirvi se il Comune vi fornisse uno spazio alternativo?
Le poche volte che abbiamo avuto la possibilità di parlare di questo, abbiamo detto esattamente questo: siamo ovviamente legati a quel luogo, ma il progetto può continuare anche in altri spazi. Tuttavia il punto è un altro. L’immobile è dell’Atac, che è sì una S.p.a., partecipata dal Comune di Roma. È giusto che uno spazio così venga messo sul mercato, messo all’asta per farlo diventare chissà cosa, dopo il modo in cui lo abbiamo valorizzato? Le case delle donne andrebbero aperte, non chiuse.

E meno male che la sindaca è una donna...
Non è il primo che fa questa osservazione. Sembrava scontato che Virginia Raggi potesse avere un occhio di riguardo per noi. O per la Casa Internazionale delle Donne. Purtroppo questa è la dimostrazione che non basta essere donne per essere femministe e avere a cuore la lotta alla violenza di genere.

A tal proposito, il nostro Paese quanto ha a cuore questa lotta?
L’Italia non sta facendo proprio niente contro la violenza sulle donne, in un periodo in cui ci sono sempre più episodi di questo genere. Pensiamo a cosa è successo a Vercelli... Ce n’è una nuova ogni giorno, e queste notizie sono solo quelle che vengono a galla. In Italia adottiamo misure di facciata e parliamo di raptus, quando il fenomeno ha invece radici culturali. Noi di Lucha y Siesta cerchiamo di sensibilizzare le donne, spiegando loro che è importante denunciare fin dai primi ‘sintomi’ della violenza domestica. Anche perché spesso avvengono in presenza di minori, che da adulti potrebbero riprodurli se abituati a considerarli la normalità.

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