Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

6 Febbraio Feb 2019 1250 06 febbraio 2019

La storia di Gloria Okomina, ex mutilatrice che oggi combatte le MGF

Da bambina, in Nigeria, aiutava la nonna ostetrica a praticare le mutilazioni genitali femminili. In Italia ha capito quanto fosse sbagliato e oggi è una volontaria dell'associazione Nosotras.

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Giornata Mondiale Mutilazioni Genitali Femminili Gloria Okomina

Mettono in serio pericolo la salute fisica e psichica delle bambine, costringendole a un dolore insopportabile ed esponendole a conseguenze gravissime. Lasciano sui loro corpi e nella loro memoria cicatrici che le accompagnano per tutta la vita. Le mutilazioni genitali femminili costituiscono una violenza di genere e una violazione dei diritti umani (comportano la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre lesioni agli organi genitali femminili per motivazioni non terapeutiche). Sono oltre 200 milioni le donne nel mondo che le hanno subite, e in tantissime continuano a subirle, perché fanno parte di una tradizione culturale molto radicata: per le donne africane costituiscono qualcosa di assolutamente «normale». E nessuno poteva spiegarlo meglio di una donna che in quella cultura ci è cresciuta, e addirittura ha aiutato per anni sua nonna, ostestrica, a praticarle. Finché dalla Nigeria non si è trasferita in Italia, ha studiato Infermieristica e capito che quella pratica è ingiusta per qualsiasi donna, di ogni etnia e cultura. Gloria Okomina da ex mutilatrice è diventata una volontaria contro le MGF, e oggi è Testimonial dell’Associazione Nosotras Onlus di Firenze per le campagne di sensibilizzazione e contrasto. Nella Giornata Mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, che chiede tollerenza zero su queste pratiche, ci siamo fatte raccontare la sua esperienza.

DOMANDA: Gloria, da quanto tempo è in Italia?
RISPOSTA:
Sono nata in Camerun, ma cresciuta in Nigeria, dove nel 1997 ho lasciato il mio villaggio e sono partita per Firenze. Oggi vivo ancora qui.

Sua nonna era un'ostetrica tradizionale, e lei, da bambina, le chiese di insegnarle il suo lavoro.
Sì, perché ne ero affascinata. Mi doveva tramandare il suo mestiere. Ma quando le ho chiesto di iniziare ero troppo piccola. Avevo solo cinque o sei anni.

In che cosa consisteva?
A quell’età ancora non mi permetteva di assistere a scene forti. Facevo piccole cose da assistente, come andare a prendere l’acqua, aiutare le donne durante il parto…

Si ricorda come ha scoperto cosa fossero le mutilazioni genitali?
Certo. Non posso dimenticare.

Le va di raccontarmelo?
Ricordo che all’età di 11 anni ho assistito a una mutilazione genitale femminile. Si trattava di una mia amica che doveva essere circoncisa «da grande», aveva nove anni. Mentre nella nostra cultura alle bambine la MGF si praticava a sette giorni dalla nascita. Ma nel suo caso non era possibile, da piccola era malata.

Cosa ha pensato quando hai visto quella scena?
Lì ho guardato per la prima volta con altri occhi quella che avevo sempre pensato fosse una cosa positiva. Ho sentito le sue urla, visto il dolore sul suo viso.

Però non ha condiviso con qualcuno le sensazioni negative che aveva provato.
No, assolutamente. Ero troppo piccola, e immersa in quella cultura. Tutte le domande che avevo in testa me le sono tenute dentro. Le risposte le ho avute tanto tempo dopo, vivendo in un Paese con un'altra cultura e studiando.

Se avesse chiesto, cosa le avrebbero risposto?
Che era qualcosa di «normale». E anche io lo pensavo. Però avevo iniziato a chiedermi perché quella ragazza aveva dovuto subire tutta quella sofferenza. E tutte le conseguenze successive.

Secondo la vostra cultura, perché praticare le MGF è necessario? Qual è lo scopo?
Premetto che ci sono varie risposte, dipende dall'etnia specifica e dalla cultura di appartenenza. In primis si pensa che serva per l’igiene femminile, che protegga le donne dal cattivo odore, dalle infezioni. Alcuni pensano che aiuti le donne a non essere promiscue. Tanti credono che sia utile a preservare la verginità. E se non si è promiscue si può arrivare vergini al matrimonio. Altri pensano che sia un motivo di maggiore fertilità. Le credenze sono tante.

E le conseguenze sono fisiche e psicologiche.
Quelle fisiche sono ingombranti. Per esempio ricordo che la mia amica non riuscì a urinare per oltre 12 ore, soffriva tantissimo. Veniva tenuta ferma da quattro uomini mentre si dimenava durante la pratica. Era grande, e ribellandosi avrebbe potuto farsi davvero molto più male. Le conseguenze psicologiche in Africa non vengono mai collegate alle MGF.

A lei quando le hanno praticate?
Io non ricordo, perché nella tradizione succede a sette giorni dalla nascita, come è stato nel mio caso. Quella della mia amica è stata una eccezione.

Nonostante sia impossibile da ricordare, crede che l'abbia segnata nella vita?
Sì. Ti resta nell’inconscio. È un trauma che può portare a conseguenze psicologiche dolorose.

Quando se ne è andata dalla Nigeria?
Sono partita a 18 anni, da sola. Mia nonna mi mise in guardia dicendo che in Europa non si praticavano le MGF. Sono stata un periodo a Roma poi mi sono trasferita a Firenze. Volevo studiare da ostetrica ma non sono riuscita a entrare in Facoltà, così ho fatto l’infermiera.

Quando ha cambiato idea sulle MGF?
All'università ho incontrato una ragazza nigeriana che aveva allucinazioni visive e uditive, una psicosi. Ho capito che in quel delirio un po' di verità c'era: aveva paura che le sue cognate venissero a prendere la figlia di un anno per farla infibulare. Ho provato a spiegarlo ai medici, ma non mi hanno creduta.

Qui in Italia ha finalmente potuto cercare le risposte che avrebbe voluto in Nigeria sulla pratica?
Sì, ho fatto la mia tesi di laurea su questo tema, intervistando 72 donne nigeriane che vivevano a Firenze, chiedendo cosa ne pensassero, perché secondo loro si continuava a praticare. Donne della mia stessa cultura che come me avevano cambiato contesto.

Gloria Okomina.

Cosa è emerso?
Che nonostante sappiano che la legge qui proibisce le MGF, la cultura è comunque più forte. Quasi il 70% di loro continuavano a praticarla, perché la cultura deve essere tramandata.

Quindi tramite questo lavoro ha cambiato approccio?
Sì, facendo la tesi e studiando ho capito le MGF erano sbagliate, non normali. Ho iniziato a collegare tante domande che mi ero fatta in Africa alle cose che studiavo, comprese tante conseguenze fisiche che non si associano alla pratica. Invece le complicanze gravi possono portare anche alla morte.

Il rapporto con il sesso può essere complicato?
Dipende dalle pratiche subite, che sono diverse tra loro. La maggioranza delle donne della mia cultura subisce il primo o il secondo tipo. La nostra parte intima è simile a quella di tutte le altre donne con la differenza che noi non abbiamo il clitoride e alcune di noi non hanno le piccole labbra. Non potendo fare un paragone, essendo cresciute così, pensiamo che la nostra sessualità sia normale.

Oggi lei è una volontaria di Nosotras. Ha fatto un percorso incredibile se pensiamo da dove è partita.
Sì, faccio parte di progetti che combattono le MGF, porto in giro la mia testimonianza e mi occupo di formazione ai personali sanitari.

E avete progetti in Africa...
Al momento in Nigeria e in Uganda. Ogni tanto torniamo lì per controllare i progetti, vedere se hanno abbandonando i coltelli grazie al microcredito che è importantissimo, perché la pratica, oltre a essere culturale, serve alle donne anche per mantenersi, per mangiare. Noi di Nosotras diamo loro strumenti per evitare che abbiano bisogno di ricorrere alle MGF per lavorare.

Cosa direbbe oggi a una donna che crede normale la mutilazione?
È vero che fa parte della vostra cultura, ma è un vostro diritto non soffrire. E avere un clitoride, avere il vostro corpo come Dio lo ha fatto.

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