31 Gennaio Gen 2019 1341 31 gennaio 2019

La mobilitazione contro il femminicidio nel singolo di UNA

Nel suo ultimo album c'è la canzone Marie, dedicata alla Trintignant, attrice francese uccisa nel 2003 dal compagno. «Spero che raccontare storie di ingiustizia con la musica possa servire ad altre donne». L'intervista.

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Marzia Stano UNA

UNA. Credits: Francesca Sara Cauli.

UNA, nome d’arte di Marzia Stano, è una cantante e artista indie della scuderia Martelabel: un personaggio che sposa arte e impegno politico nel suo lavoro. Vive a Bologna, ma è pugliese d'origine, è stata in gara a Sanremo Giovani nel 2015. Nel suo ultimo album AcidaBasicaErotica, uscito nel 2018, prende posizione su molte tematiche che le stanno a cuore, tra cui il femminicidio nella canzone Marie, dedicata alla Trintignant, attrice francese e compagna di Bertrand Cantat, da lui uccisa nell’agosto 2003. Il video è una celebrazione dei movimenti famminili e raccoglie le immagini delle manifestazioni avvenute in Italia e nel mondo dagli Anni ‘70 ad oggi.

DOMANDA: Com'è nata UNA e cosa racconta nelle sue canzoni?
RISPOSTA:
In passato ho fatto parte di collettivi e gruppi attorno all'esperienza di centri sociali occupati come il CSOA Coppola Rossa di Adelfia quando ero ancora in Puglia e Atlantide occupata appena giunta a Bologna. Grazie anche a queste due esperienze sono cresciuta molto in fretta a livello artistico, erano tempi in cui passavano band come Assalti frontali, Colle der fomento, 99 posse, Marlene Kunz, CCCP e Africa Unite. La musica indipendente, le fanzine autoprodotte e l'incontro tra realtà e persone differenti, erano energia pura e si respirava un'aria di condivisione, creatività e contaminazione. Citando Charles Bukowski, ti risponderei che UNA racconta semplici storie di ordinaria follia, storie d'amore e di sesso, di solitudine, di amicizia, di emigrazione e passione, dissenso e ribellione.

Come hai sposato il tuo passato di attivista con la tua attività artistica?
Oggi però ho capito di essere più adatta alla strada dell'artivismo. Mi spiego meglio, un’artista affinché sia onesta con se stessa deve sempre sentirsi libera di sostenere un'idea o una posizione a prescindere dalle logiche di una maggioranza. Il processo creativo a volte necessita di molto tempo e a volte di isolamento. L'arte, il cinema, la musica pop possono essere molto potenti sia positivamente che negativamente perché arrivano ovunque e contribuiscono al cambiamento dell'opinione comune più di ogni altra forma di dibattito pubblico, per questo è fondamentale riconoscere e proteggere l'integrità artistica quando la si incontra.

Come si è riflettuto nella tua musica?
A 20 anni ho pubblicato il mio primo disco e Il Manifesto mi dedicò un premio per il brano Missione e sottomissione entrato in una compilation allegata alla rivista nella giornata dei diritti umani. Non è colpa delle rose è un brano che parla di emigrazione e il brano "In movimento" è diventato la colonna sonora del film documentario Due volte genitori, che parla di omosessualità e coming out. A trentacinque anni ho pubblicato Marie, un brano che parla di femminicidio, contenuto nel mio ultimo disco AcidaBasicaErotica. Assieme a 12 artiste daremo alla luce Donna Circo, il disco di Gianfranca Montedoro e Paola Pallottino (tra le altre cose autrice di brani per Lucio Dalla) primo disco femminista della storia della musica Italiana, oscurato e mai pubblicato: è stato lanciato un crowdfunding attraverso la piattaforma Produzioni dal basso.

Cosa ti ha colpito della storia di Marie Trintignant tanto da dedicarle una canzone?
A novembre del 2017 ero in un locale a Parigi in apertura del concerto di Ermal Meta e subito dopo la mia esibizione una donna di mezza età mi ha raggiunta per farmi i complimenti e comprare il disco: è stata in quell'occasione che mi ha detto di far parte di un gruppo di donne attiviste che stavano lanciando una petizione per evitare che Bernard Cantat, l'ex cantante dei Noir Desire condannato per l'omicidio di Marie Trintignant, pubblicasse il suo ultimo disco da solista.

Lei come ha reagito?
Ho trovato disgustoso il fatto che ci fosse un'etichetta disposta a pubblicare il disco: una delle storie di ingiustizia legale più eclatanti della storia non poteva rimanere impunita anche sul fronte dall'opinione pubblica. Cantat ha scontato solo quattro anni di pena e in nome della «riabilitazione sociale» gli è stata concessa la libertà di continuare a pubblicare dischi e fare concerti. Per me è assurdo, ha ucciso una donna a sangue freddo con 19 colpi in faccia fino a spaccarle il cranio. I giornali parlano di perdita di controllo e gli avvocati di «riabilitazione alla socialità», ma la donna che è morta a 37 anni, è morta per sempre e non sarà mai più riabilitata alla vita. Questo individuo è tuttora libero di fare musica in privato.

Un fatto inquietante.
Concedergli la scena equivale a minimizzare e a legittimare la violenza nei confronti delle donne. Il disco di Cantat è stato poi pubblicato lo stesso anno ma la mobilitazione ha evitato che lo portasse in tour, poichè i suoi concerti sono stati tutti interrotti dal pubblico e dalle attiviste. Questa è solo una delle tante storie di ingiustizia e spero che parlarne attraverso la musica possa servire ad altre donne e non soltanto, a denunciare ogni comportamento violento e aggressivo subito da un uomo.

Una donna tiene in mano un ritratto di Marie Trintignant protestando contro un concerto di Bertrant Cantat a Parigi nel giugno 2018.

Il video si appoggia a una campagna social #25novembretuttigiorni. Come hanno influito gli eventi di attualità (penso alla questione di Fiumani)?
Ho apprezzato molto il gesto di Fiumani, penso che il suo gesto si ricolleghi alla questione dell'integrità artistica di cui parlavamo sopra, ci vorrebbero più uomini così nel mondo della musica e non solo.

Alla realizzazione del video hanno partecipato quattro donne con percorsi e storie differenti. Come si è sviluppato?
L'idea è nata condividendo pensieri e punti di vista differenti sul tema della violenza di genere, io in veste di musicista e cantautrice, una video maker (Maura Costantini), un'esperta di social network (Paola Rondini) e un'addetta stampa (Antonia Peressoni). Ci siamo interrogate sulla maniera più efficace e diretta per comunicare a donne di tutte le età, estrazione sociale e provenienza geografica che il percorso da fare è ancora lungo ma inarrestabile. Da un lato le didascalie dei giornali su sfondo giallo, colore violento e impattante, hanno lo scopo di provocare una reazione di disgusto mostrando quanto il linguaggio dei giornali e delle tv sia infarcito di sensazionalismo e sessismo. Dall'altro le immagini documentarie dell'inarrestabile marea di donne che dagli Anni '70 ad oggi si mobilita travolgendo strade, piazze, città per dichiarare il coraggio, la forza, la moltitudine e l'auto consapevolezza raggiunta dalle donne. Siamo state attente a selezionare articoli che, pur apparentemente neutri, mostrassero quanto il linguaggio dei media sia influenzato dalla cultura patriarcale e da stereotipi di genere.

Ci fa qualche esempio?
Termini come «perdita di controllo» o delitto «passionale» servono a distogliere l'attenzione dalla vera causa della violenza dell'uomo sulla donna, ovvero che l'uomo la ritenga subalterna e di sua proprietà. L'amore non c'entra un bel niente con la violenza, il problema è principalmente culturale. Ci sono donne che accusano le vittime di «esserselo meritato» perché avevano tradito il marito o perché avevano preso un passaggio in auto da uno sconosciuto: questa cosa è agghiacciante ed è sintomatica di quanto profonda sia l'insicurezza instillata in milioni di donne e perpetrata nel tempo.

Secondo te, manca un'unità di pensiero nei movimenti delle donne?
È un discorso complesso che richiederebbe un'analisi attenta delle dinamiche che si attivano in ogni contesto sociale. In generale penso che per costruire un'identità di gruppo e giungere a un pensiero ampio e trasversale sia necessario mettere da parte il proprio ego, esercizio non facile quando coesistono personalità forti. Ma credo sia indispensabile affinché le cose cambino in fretta. Solo facendo fronte comune si può realmente sconfiggere il muro degli stereotipi di genere, dei pregiudizi e del gender gap che ancora oggi viviamo. Ma in ogni caso credo che moltiplicare le voci e utilizzare linguaggi differenti sia sempre un valore aggiunto: l'arte, la musica, il cinema e la creatività devono sempre stare dalla parte della libertà.

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