27 Gennaio Gen 2019 1100 27 gennaio 2019

La nipote di Alberto Mieli: «Dopo Auschwitz mi ha insegnato a non odiare»

Suo nonno, ebreo sopravvissuto alla deportazione, nel 2016 ha scritto un libro con lei. Che nella Giornata della Memoria parla a LetteraDonna: «Oggi i politici dicono 'Mai più Shoah', ma lasciano morire i migranti in mare».

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Giornata Della Memoria Alberto Mieli Ebrei

Ester Mieli con Alberto Mieli.

«Cominciai a preoccuparmi veramente solo dopo l’8 settembre 1943, quando si iniziarono a vedere per le strade le truppe tedesche. Allora iniziai ad avere paura, la paura quella vera che non ti fa dormire la notte. Nessuno, però, aveva capito fino in fondo quello che sarebbe successo. Nessuna mente umana poteva immaginare il piano di eliminazione che avevano architettato contro di noi e non solo».

Alberto Mieli viveva a Roma in una famiglia ebrea molto numerosa: i suoi genitori avevano avuto otto figli. Un giorno il preside della sua scuola lo convocò e in lacrime gli comunicò a 13 anni che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno di scuola. Lo stesso accadde con suo padre e sua madre, che persero entrambi il lavoro e si ritrovarono a non sapere come sfamare 10 bocche. Il motivo erano le leggi razziali. Gli ebrei non potevano più andare a scuola né lavorare. Era l'inizio di una ghettizzazione che avrebbe portato poco dopo a una delle più grandi tragedie della storia, la Shoah. Alberto venne catturato dai fascisti e dai nazisti nel febbraio 1944: prima fu incarcerato a Regina Coeli, poi portato nel campo di Fossoli, in Emilia, e infine deportato ad Auschwitz Birkenau, dove i suoi occhi, per 18 lunghissimi, gelidi e disumani mesi videro un orrore che non avrebbe mai più scacciato dalla mente fino all'ultimo dei suoi giorni: «Non c’è ora del giorno o della notte in cui la mia mente non vada a ripensare alla vita nei campi, a quello che i miei occhi sono stati costretti a vedere», raccontò. A soli 17 anni divenne il numero 180060. Ma riuscì a sopravvivere, nemmeno lui seppe spiegare come, a quell'inferno. Dove vide gli omicidi di migliaia di persone, bambini fucilati, donne incinte picchiate. Dove visse la vergogna di fare di tutto per un grammo di cibo marcio dopo giorni di digiuno: la sconfinata crudeltà dei nazisti ti spingeva a gesti che mai avresti pensato di arrivare a compiere, come frugare nelle tasche di un compagno appena ucciso per cercare una buccia di patata o stenderti su un mucchio di cadaveri per provare a dormire durante un viaggio in treno che senza acqua, cibo e aria si era trasformato in una carneficina.

«Nelle strade di campagna le guardie delle SS ti davano una gomitata per farti cadere a terra e per spararti senza nemmeno guardarti in faccia».

Alberto Mieli - 'Eravamo ebrei'

La stessa vita che lo aveva distrutto come essere umano e lo aveva ridotto a 30 chili di peso, gli diede la possibilità di vivere per tanto tempo ancora, fino a 93 anni. Nel maggio 2018 Alberto Mieli, uno degli ultimi testimoni della Shoah, se ne è andato. Ma ha lasciato una testimonianza preziosa, che ha messo nero su bianco insieme a sua nipote Ester nel libro Eravamo Ebrei. Questa era la nostra unica colpa (Marsilio editore) per lasciare un'eredità umana alla nuove generazioni. Nella Giornata della Memoria, LetteraDonna ha incontrato Ester.

DOMANDA: Ester, che esperienza è stata partecipare al racconto di tuo nonno Alberto?
RISPOSTA: Scrivere il libro con lui è stato importantissimo a livello personale. Soprattutto perché io e i miei cugini siamo cresciuti con i suoi silenzi. Lui non ci parlava di quello che aveva vissuto, sia perché era difficile capire per dei bambini, sia perché non voleva darci tutto quel dolore. Credo abbia voluto aspettare che noi diventassimo adulti, addirittura genitori, per aprirsi.

Per tantissimo tempo non è riuscito a parlare con nessuno di quello che aveva vissuto.
Esatto. Quando mi ha chiesto di scrivere il libro insieme (Ester è giornalista, ndr) era davvero avanti con l’età – aveva quasi 90 anni – come se avesse voluto lasciare un testamento per le nuove generazioni.

Per lui era fondamentale parlare ai giovani.
Assolutamente. Pensa che da anziano a fatica usciva di casa, ma quando lo chiamavano le scolaresche non diceva mai di no, andava ovunque. Per lui l’importante erano i giovani. E l'esperienza diretta.

C'è un messaggio in particolare che ti ha lasciato?
Ci ha insegnato a non odiare, nonostante quello che gli è accaduto. E questa è stata la cosa più importante. Ci diceva: «Dovete essere sempre coraggiosi e battervi per la libertà, ma non dovete mai odiare».

Ti impegni a insegnare ai tuoi figli lo stesso?
Quello che cerco di trasmettere loro è che anche nel periodo storico in cui viviamo bisogna avere il coraggio di non restare indifferenti. Io non ho paura del ritorno del fascismo, ma dell’indifferenza, di chi si volta dall’altra parte, sì. Questo è un periodo di accidia in cui si tende a farlo.

Le vite dei migranti lasciati morire in mare sono una conseguenza dell'indifferenza. C'è un parallelo con gli ebrei degli Anni '40?
Certo. La vita del barbone o del ragazzo che muore in mare vale meno della nostra? Quello che mi fa rabbia è che in occasione della Giornata della Memoria tutti i politici diranno «Mai più la Shoah!» , ma non dimentichiamoci che può avvenire sotto altre forme. La radice è la stessa: l’odio per il diverso.

Mi ha colpito quando all’inizio del libro tuo nonno raccontava: «Ci hanno lasciato fuori dal cinema dicendo che eravamo ebrei». Discriminazioni che avvengono anche oggi con i migranti.
È proprio questo il problema di fondo. Nei campi di sterminio i neonati venivano tirati in aria e uccisi, strappati al seno delle donne. Sono state fatte cose indicibili a esseri umani solo perché erano «diversi». Vogliamo che succeda ancora? Come si fa a lasciarli morire in mare indossando una felpa con la scritta Polizia per rappresentare le istituzioni e fregarsene? (si riferisce al ministro Matteo Salvini, ndr). Il problema immigrazione andrebbe gestito in un modo serio, senza ideologie.

Nel libro tuo nonno dice che ci sono segreti che nessun deportato racconterà mai. E nemmeno ai suoi genitori voleva dire tutto quello che gli avevano fatto per non farli soffrire.
Oltre al dolore che voleva risparmiargli, credo che i sopravvissuti avessero anche il timore di essere scambiati per pazzi. Se oggi ti raccontassero certi orrori, penseresti: «Ma come è possibile che certi uomini facciano cose del genere ad altri uomini?».

Alberto è uscito dal lager a 17 anni, dopo 18 mesi di orrore ed è morto a 93, ha avuto tempo per ricostruirsi una vita. Secondo te ci si può riuscire davvero dopo un'esperienza del genere?
Io penso che quella ferita non l’abbia mai rimarginata, che nella sua testa non si sia mai liberato di quegli incubi. Credo che tutti i giorni e tutti le notti della sua vita abbia dovuto farci i conti. Non per questo però gli è mancato l’amore, quello per mia nonna e per noi. È diventato padre, nonno e bisnonno. Dopo essere scappato alla morte, dare la vita a qualcun altro è stato il riscatto più grande. Ha vinto lui. Costruire una famiglia per lui è stata una vittoria contro chi voleva distruggerlo.

«Non c’è ora del giorno o della notte in cui la mia mente non vada a ripensare alla vita nei campi, a quello che i miei occhi sono stati costretti a vedere».

Alberto Mieli - 'Eravamo ebrei'

Deve essere stato comunque difficilissimo convivere per sempre con quelle cicatrici.
Tanti sopravvissuti non sono riusciti a fare figli, non li hanno voluti, avevano il timore di essere diventati troppo aridi e quindi di non amare. Con lui invece è avvenuto quasi un miracolo. È sopravvissuto a quel campo e ce ne voleva, ma ci ha insegnato nonostante tutto anche a gioire, perché la vita è anche bella. E un'altra cosa ci ha insegnato.

Quale?
Un grandissimo rispetto per il cibo. Mio nonno era un cuoco eccezionale, faceva lui la pasta fatta in casa e i dolci. Amava tantissimo la cucina. Io e le mie cugine lo imploravamo sempre di invitarci a pranzo.

Ester e Alberto Mieli.

Tua nonna Ester gli è stata accanto tutta la vita: che figura era per lui?
È stata una donna meravigliosa. Si sono conosciuti circa due anni dopo il suo ritorno da Auschwitz e sono stati insieme 40 anni, fino alla morte di lei. Credo che abbia avuto un compito difficilissimo: è riuscita a sopportare i suoi malesseri, cercando di trasformarli in qualcosa di positivo. Non l’ho mai sentita lamentarsi. E ha sempre cercato di tenere la famiglia unita. Riusciva a mettere in moto in sentimenti puri, ed è stata una grande spalla per lui.

A dicembre 2018 sono stata ad Auschwitz, lì dove davvero forse si può comprendere un po' di cosa è accaduto. Mi chiedevo se ci sei stata e se ci porterai i tuoi figli.
Sì, ci sono stata, e tra qualche anno porterò anche loro . E ti dirò di più, li vorrei portare proprio d’inverno: i deportati stavano all'aperto a temperature sotto lo zero, con degli zoccoli e quasi svestiti. Capire è assolutamente difficile però credo che andare lì e ascoltare sia importantissimo per i ragazzi, non è come leggere un libro o guardare un servizio in tv. I mucchi delle scarpe dei deportati, i loro capelli ammassati, ti fanno dire: «Questi posti esistono davvero».

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