25 Gennaio Gen 2019 1755 25 gennaio 2019

L'attrice Lidia Vitale: «Così ho imparato a reagire agli abusi dei maschi»

Negli Anni '90 fece il provino per Non è la Rai, oggi, nel corto Soubrette, interpreta una ex showgirl alla caccia di una vetrina. Nel cast anche la figlia Blu Yoshimi.

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Lidia Vitale Soubrette

Veline, letterine, vallette. In una parola sola, soubrette. Corpi femminili attraenti che hanno riempito e riempiono la tv, giovani donne esibite come se la loro bellezza esteriore fosse l'unica dote da mettere in mostra. Carriere che iniziano da adolescenti e alle soglie dei 30 anni sono già finite, lasciando spesso cicatrici e segni e una crisi d'astinenza da successo che porta alla ricerca esasperata di una nuova vetrina. Il racconto di Soubrette, cortometraggio diretto dal regista classe 1994 Marco Mingolla il 26 gennaio in gara nelle semifinali del Los Angeles Cine Fest, racconta questo. A interpretare il ruolo della protagonista Barbara, ex Farfallina di un programma della tv italiana degli Anni '90 ispirato a Non è la Rai, è Lidia Vitale, reduce dal successo televisivo di Romolo + Giuly, che nella trasmissione di Gianni Boncompagni provò a entrare. «Viviamo nella società dei like, in cui il bisogno di riconoscimento è un problema gravissimo», racconta a LetteraDonna lei, che nel corto recita al fianco della figlia Blu Yoshimi, già protagonista in Piuma di Roan Johnson: «A lei non verrebbe mai in mente di partecipare a un programma del genere, e io, con la consapevolezza di oggi, non lo avrei mai fatto».

DOMANDA: Soubrette è tratto da una storia vera. Come tante, forse troppe, nel mondo dello spettacolo?
RISPOSTA:
In questo momento storico probabilmente sì. C'è ancora una scarsa ricerca di nuove idee e ci si butta in questi reality che presentano un contatto fuorviante con la realtà, una ricerca della verità in maniera non poi così artistica. Invece si può fare diversamente, mi viene in mente, per esempio, la cacca nel cortile di Roma di Cuarón.

Lo show business dà dipendenza? È possibile uscirne senza conseguenze negative e costruirsi una vita diversa?
Credo che tutto ciò che abbia a che vedere con un ego non risolto dia dipendenza. Nel caso dello show business questa cosa è molto accentuata: non saper gestire il successo o non saper canalizzare in maniera sana il proprio bisogno di riconoscimento può avere effetti non positivi.

La tv italiana è a misura di donna?
Io penso che il nostro Paese sia ancora molto lontano dal concetto di “a misura di donna”, in ogni ambito. Il processo che sta avvenendo a livello abbastanza globale, di un inizio di profonde consapevolezze sul femminile, da noi è ancora un abbozzo. Siamo veramente molto indietro. Non a caso poi i ruoli che vengono scritti al femminile non sono mai ruoli in cui la donna viene così ben esplorata. E ancora torno a Cuarón, uno dei pochi uomini che a livello mondiale ha fatto un'analisi veramente profonda del femminile al di là dello stato sociale.

Quanto è diffusa la molestia sessuale nel contesto italiano? Le è mai capitato di trovarsi in situazioni del genere o di venirne a conoscenza?
Parlerei più di abuso di potere maschile, chiamarla molestia sessuale mi sembra riduttivo. Quando ho iniziato ho fatto tantissimi provini in cui mi si chiedeva di levarmi gli abiti di dosso, perché avrei dovuto sentirmi a mio agio anche nuda.

E lei come reagiva?
Oggi mi viene da ridere se ripenso a come quella mia ingenuità e scarsa consapevolezza del tema ha permesso a qualcuno di abusare della mia persona in questo senso. Ci ho messo 20 anni anche a rinunciare ai sorrisini di consenso su battute, ammiccamenti, frasi dette in contesti pubblici davanti a tutti che portavano a screditare le donne e non reagire. Tante volte avrei voluto dire «ma che cavolo stai facendo?» e non l'ho fatto. Ho dovuto fare un duro lavoro su me stessa per riuscirci, senza avere paura di perdere chissà cosa, fondamentalmente niente, perché parliamo di orticelli fin troppo piccoli per avere il diritto di essere protetti.

Lei tentò i provini per Non è la Rai. Cosa ricorda di quell'esperienza?
Avevo 14 anni. Mi ricordo Ippoliti che mi prese in giro intervistandomi fuori gli studi della DEAR: siccome io ero abbastanza una campana a cantare, intonò «Finché la barca va, lasciala andare, finché la barca va, vatti ad ammazzare». Provai grande imbarazzo. Poi il casting effettivo: era una carneficina di next, next, next a seconda di come ti proponevi lì.

©Azzurra Primavera

Azzurra Primavera

La rifarebbe?
Con la consapevolezza di oggi probabilmente non l'avrei mai fatto, non sarei mai andata in quella masnada. Se oggi lo guardo a distanza di 20 anni mi rendo conto che quel tipo di show ha legittimato ancora di più un abuso del femminile. Un centinaio di lolite esposte seminude in televisione, senza nessuna consapevolezza, sottoposte all'abuso più grande, quello sul sognoti vengono promessi mari e monti e ti viene detto che è l'ultimo modo in cui potrai ottenerli.

Nonostante quel “no”, lei si è costruita una carriera da attrice di alto profilo. È stato difficile?
Non è stato difficile, è stato difficilissimo. Ancora studio, ogni giorno. Negli ultimi 20 anni credo ci sia stato un livellamento verso il basso per cui è quasi diventato un difetto spiccare di personalità e doti peculiari. Poi per me il tutto è stato affiancato da un processo di riconoscimento del valore personale e del non sottostare a quei sorrisi di consenso di cui parlavo prima.

Però ha dato i suoi frutti.
Sì, sotto tutti i punti di vista. Oggi, con molta più pacatezza e molta più serenità, riesco a esprimere quella che io chiamo la mia unicità, fuori dagli schemi, senza paura di essere tacciata come strana: quella è la battaglia più difficile, rimanere integra.

Cosa pensa del mondo dei reality per Vip? Parteciperebbe mai a uno di questi?
Io parteciperei volentieri a un'Isola dei Famosi perché amo il survival, però lo farei con un cast con Meryl Streep, la Blanchett, Al Pacino, Jennifer Lawrence. Perché non provarci? Mi ammazzerei dalle risate e sicuramente i contenuti potrebbero essere interessanti. Si può fare tutto nella vita, è il come che fa la differenza.

Com'è stato recitare con sua Blu?
Siamo due attrici molto complici, al di là di essere madre e figlia. L'ho diretta in Tra fratelli ed è stata un'esperienza sempre molto accattivante, di grande libertà. Condividiamo l'ossessione per il lavoro, il metodo di studio, l' approccio al personaggio. Lei è la collega con cui lavorerei sempre.

Se Blu le avesse confidato che voleva entrare nel mondo dello spettacolo per fare la soubrette, cosa le avrebbe detto?
La verità è che non le sarebbe mai venuto in mente di farmi una proposta del genere, è stata educata secondo altri criteri. Quando ha deciso di fare l'attrice, ha debuttato a 9 anni con Moretti. Dopo Moretti ci sono state moltissime proposte, a livello economico anche molto interessanti ma, nonostante non vivessimo una situazione privilegiata, decisi di dire di no a moltissimi progetti di lunga serialità.

Perché?
Perché pensavo che la sua dovesse essere una scelta più consapevole. Ce la fa 1 su 100, se non hai il successo rischia di diventare un'arma a doppio taglio. Ho detto di no anche rischiando di inimicarmi persone dello stesso mio mondo lavorativo. Sono felice di quelle rinunce perché lei ora è un'attrice autonoma, responsabile e che sa fare le sue scelte.

Che consiglio si sente di dare alle ragazze che vogliono intraprendere una carriera nel mondo dello spettacolo?
Di farsi la domanda: lo scelgo perché voglio diventare famosa o perché aspiro a una cosa che si chiama successo e che ha un significato molto più profondo? Quanto sono disposta a sacrificare del mio tempo, a mettermi in gioco da qui all'obiettivo? Qual è veramente la mia aspirazione. Oggi il problema del bisogno di riconoscimento coi social è potentissimo, la gente si copre con false identità, appare brillante su una pagina Instagram e poi magari sta a piangere a casa e pensa al suicidio. Questa è la società dei like.

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