14 Dicembre Dic 2018 1840 14 dicembre 2018

Silvia Semenzin spiega perché è necessaria una legge sul Revenge porn

Il 90% delle vittime è una donna. E n Italia la sua pericolosità è sottovalutata. Una battaglia importante, iniziata con una petizione, della sociologa insieme a Laura Boldrini.

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Revenge Porn Silvia Semenzin

Il revenge porn, ovvero la condivisione pubblica di immagini o video intimi tramite Internet senza il consenso della protagonista degli stessi, non è solo odioso. È anche pericoloso, perché in alcuni casi può portare al suicidio, come tristemente insegna il caso-Tiziana Cantone. Se in Germania, Regno Unito, Israele e 34 stati USA il revenge porn è riconosciuto come reato specifico, in Italia non è così: il nostro Paese, insomma, sembra non aver recepito la gravità e la peculiarità di un fenomeno che può essere considerato una forma di abuso psicologico, se non addirittura sessuale. La buona notizia è che presto questo vuoto normativo potrebbe essere colmato. È in arrivo infatti una proposta di legge bipartisan che, se verrà approvata, potrà adeguatamente tutelare le vittime e punire i responsabili di questa pratica umiliante e lesiva della dignità.

LA PETIZIONE SU CHANGE.ORG SOSTENUTA DA LAURA BOLDRINI

Ad annunciarlo è stata Laura Boldrini, che ha raccolto una petizione lanciata su Change.org dalle tre associazioni Insieme in Rete, I sentinelli e Bossy, rivolta a tutti i parlamentari, capace di raggiungere in breve tempo oltre 78 mila firme e introdotto da un video dell’attivista e sociologa digitale Silvia Semenzin: «L’unica possibilità riconosciuta alle vittime è fare riferimento alla normativa sui reati di diffamazione, estorsione, violazione della privacy e trattamento scorretto dei dati personali: ma il revenge porn è un fenomeno più grave e distinto», spiega a LetteraDonna Silvia, che come l’ex presidente della Camera ha annunciato la sua presenza all’incontro #IntimitàViolata, dedicato appunto alla proposta di legge e in programma venerdì 14 dicembre all’Open di Milano.

DOMANDA: Sul tuo profilo hai scritto: «È partito tutto da uno status su Facebook poco più di un anno fa. Oggi siamo arrivati qui». Quali sono state le tappe di questa lotta al revenge porn?
RISPOSTA:
A un certo punto mi sono resa conto che alcune persone vicine a me condividevano in chat materiale hard, riguardante in alcuni casi mie amiche, palesemente senza il consenso delle donne coinvolte. Ho così scritto uno status su Facebook al riguardo, che ha ricevuto un discreto sostegno. Così ho creato un gruppo di lavoro con quattro colleghe del dottorato (si occupa di diritti digitali e privacy online, ndr), coinvolgendo Amnesty International, che abbiamo chiamato per una conferenza, seguita da una campagna contro la misoginia online e da un evento di Network Day. Lì ho conosciuto i ragazzi di Insieme in Rete. Ed era presente anche Laura Boldrini, che ha deciso di raccogliere la petizione lanciata su Change.org.

Quali sono i numeri del revenge porn in Italia?
Possiamo fare riferimento a una ricerca effettuata da Amnesty International riguardante tutti i casi di violenza e abusi contro le donne perpetrati online, dall’hate speech al revenge porn. Il 23% delle intervistate italiane ha detto di essere stata minacciata sul web almeno una volta. Il 55% ha denunciato periodi di stress o attacchi di panico a causa di insulti o molestie. Il 33% subisce abusi o molestie quotidianamente. Molte donne, il 39% precisamente, a causa di tutto ciò ha ridotto la presenza sui social o in qualche modo si autocensura. Il 61% ritiene inoltre che non ci siano politiche in grado di arginare il problema.

La proposta di legge riguarderà anche l’hate speech? È un tema caro a Laura Boldrini, ovviamente suo malgrado.
No, l’hate speech non verrà incluso nella proposta di legge, che si riferirà a ogni atto di condivisione di immagini intime di terzi senza il consenso, e non solo al revenge porn.

Stiamo parlando di un problema che riguarda solo le donne?
No, in realtà il revenge porn può riguardare anche gli uomini, in particolare gli omosessuali. Tuttavia, direi che il 90% delle vittime è donna: un uomo protagonista di un video porno non deve certo subire quello che tocca alla sua partner. Non ho mai sentito casi di suicidi maschili dovuti al revenge porn.

Quali sono le fasce di età più colpite da revenge porn e affini?
Vittime di questo fenomeno sono soprattutto le adolescenti, ma il revenge porn riguarda ogni fascia di età: nel momento in cui ti fidi del partner, non c’è niente di male nel vivere la sessualità facendosi magari un video. Diciamo che per tante giovani disattente, ci sono moltissime altre donne che non lo erano affatto, e che si sono solo fidate della persona sbagliata.

In quanto membro di Insieme in Rete sei in contatto con qualche vittima?
Sì: grazie a questa petizione tante vittime hanno preso coraggio e, dopo anni, hanno deciso di rompere il silenzio e raccontare le loro esperienze (qui un esempio). È stato come rompere un muro, e questa è la cosa più bella. Noi le mettiamo in contatto con associazioni che forniscono assistenza legale e psicologica.

Perché è così importante una legge contro il revenge porn?
Ci sono quattro ‘perché’. Innanzitutto occorrono azioni di prevenzione della violenza di genere e di educazione civica digitale rivolte alla popolazione generale. Insieme in Rete e le altre associazioni puntano infatti a un approccio educativo di prevenzione, perché il problema è prima di tutto culturale.

Il secondo motivo?
Occorre responsabilizzare in modo tangibile i gestori delle piattaforme e delle applicazioni attraverso le quali si effettua il revenge porn, anche se ovviamente del tutto eliminare foto e video è impossibile. Inoltre, grazie a una legge specifica ci potremo dotare di strumenti per fermare e punire adeguatamente gli autori di questa pratica.

Così siamo a tre. Manca la quarta motivazione.
Le vittime, fatte oggetto di una vera e propria violazione e persecuzione, devono essere tutelate e sostenute in modo adeguato, in modo che possano tornare a una tranquillità a cui tutte e tutti abbiamo diritto.

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