Aborto Testimonianza Pillola Abortiva

Diritto all'aborto

14 Dicembre Dic 2018 1529 14 dicembre 2018

«Tra dolore e pregiudizi, vi racconto il mio aborto»: la testimonianza di Sara

I sensi di colpa, la freddezza del personale sanitario, e poi quel vuoto che resta dentro. Un racconto per dire alle donne che quella ferita non si rimargina in fretta. E che non vogliamo essere giudicate.

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Aborto Testimonianza Pillola Abortiva

Tredici agosto 2018, il senatore leghista Simone Pillon: «Via l’aborto, prima o poi ci arriveremo come in Argentina». Dieci ottobre 2018, papa Francesco: «Abortire è come come affittare un sicario per risolvere il problema». Cinque ottobre 2018: nell'ultra cattolica Verona viene approvata una mozione pro-vita. Mozione presentata nelle settimane successive a Milano, Roma, Alessandria. Le ultime tre non sono state approvate - soprattutto grazie alle proteste delle attiviste di Non una di Meno - ma poco cambia: a 40 anni dalla legge 194, quella che tutela l'interruzione di gravidanza, il diritto all'aborto negli ultimi mesi è finito sotto attacco. Una scelta che riguarda le donne e il loro corpo, e quello di nessun altro. E chi dovremmo ascoltare, se non la voce di chi lo ha vissuto sul proprio? Per questa ragione mi sono fatta raccontare la storia di Sara, che con coraggio ha tirato fuori tutto il dolore che ha provato, per dire alle donne che non è vero che abortire è una passeggiata, non è vero che quella ferita si rimargina in fretta. Lascia cicatrici profonde di cui bisogna prendersi cura. Ma non solo di questo è necessario parlare. C'è un gigantesco tabù attorno a questa scelta che provoca vergogna e senso di colpa. E un diffusissimo atteggiamento crudo, oltre che giudicante, da parte del personale sanitario.

SARA, RIMASTA INCINTA DI UN UOMO CHE L'AVREBBE LASCIATA SOLA

Sara ha 31 anni e vive a Torino dove lavora come educatrice professionale in ambito psichiatrico. La contatto grazie al Mandorlo, centro di psicologia e psicoterapia specializzato in aborto spontaneo e volontario. La sua terapeuta ha risposto a una mia mail dicendo che una sua paziente si sentiva pronta per parlare della sua esperienza rispetto all’IVG – interruzione volontaria di gravidanza. «Ho iniziato un percorso di psicoterapia l’anno scorso, dopo un mese dall'IVG, il 4 maggio 2017 al Sant’Anna di Torino», mi dice Sara all’inizio della chiacchierata. Ha sempre voluto dei figli, e crede che un giorno ne avrà, ma è rimasta incinta di un uomo sposato con una figlia di un anno. La decisione, ammette, è stata tutt'altro che facile: «Una parte di me voleva tenere il bambino, dall’altra sapevo che molto probabilmente lo avrei cresciuto sa sola. Non volevo dargli una vita senza un padre presente». La posizione del padre biologico è stata da subito ferma: quando Sara gli ha ventilato l’ipotesi di continuare la gravidanza, è stato tassativo: «Non posso dire a mia moglie che sei incinta». Quello che l'ha ulteriormente ferita sono state le sue bugie in un momento così difficile. «Mi aveva addiritttura detto che dopo l’aborto avrebbe lasciato la sua famiglia per stare con me». È sparito dopo l'aborto. Sara decise di non tenere il bambino. Senza sapere nulla di quello che le sarebbe aspettato, andò Sant’Anna di Torino dove le dissero di recarsi al consultorio per attestare la gravidanza. Lì, mi spiega, non chiedono la data delll’ultimo rapporto sessuale, ma quella dell’ultimo ciclo mestruale: in questo modo le settimane di gestazione stimate aumentano: «Hanno scritto che ero di sette, invece erano cinque». Dopo questo passaggio in ospedale ha cercato di prenotare l’IVG: «Ricordo che mi tremavano le gambe». Sara scoprì di essere al limite per la Ru486, la pillola abortiva (dall’ottava settimana non è più consentita, sono necessari l’intervento chirurgico e il raschiamento). «Sono riuscita per il rotto della cuffia a farmi fissare un IVG con la ru perché sono scoppiata a piangere davanti alla caposala».

«La cosa orribile è che nei nostri ospedali non c’è nessun tatto. Noi eravamo tutte miste: chi doveva sottoporsi all’IVG, chi aveva affrontato un aborto spontaneo, chi era incinta».

TRA SENSI DI COLPA E RIPENSAMENTI

L’IVG con la Ru si affronta in due fasi: in un primo momento si devono assumere due pillole che aiutano il feto a staccarsi dall’utero. Due giorni dopo si torna in ospedale dove viene somministrata un’altra pillola, la Ru vera e propria «che ti fa venire le contrazioni ed espellere». La delicatezza della procedura dovrebbe essere accompagnata dall'accoglienza del personale. O almeno di una dose minima di gentilezza. Ma questo non accade quasi mai: «La cosa orribile è che nei nostri ospedali non c’è nessun tatto», racconta Sara. «Noi eravamo tutte miste: chi doveva sottoporsi all’IVG, chi aveva avuto un aborto spontaneo, chi era incinta». Così una scelta già molto dolorosa si aggiunge così un senso di colpa gratuito che ti portano a provare nei confronti della donna seduta a fianco a te che piange perché ha perso un figlio. Un altro momento brutale avviene dopo l’assunzione delle prime due pillole: «A quel punto ti sottopongono a un’ecografia dove ti fanno vedere tutto: non ti chiedono se sei d’accordo». Non solo: «L'ansia aumenta perché non ti spiegano niente, non ti dicono come starai, se avrai effetti collaterali: solo di tornare due giorni dopo», dice Sara. Fine della comunicazione. Quei due giorni, per lei, a livello emotivo, sono stati difficili e densi di contraddizioni e ripensamenti, ammette. «Mi fa specie quando leggo post sui social dove le donne scrivono: Ho abortito e sto bene. Il corpo di noi donne è programmato per generare una vita: io sono stata incinta per quelle cinque settimane e ho sentito benissimo il mio cervello e il mio fisico prepararsi ad accoglierla. È un’esperienza fortissima. E lo dico da non credente».

IL GIORNO DELL'IVG

Il 4 maggio Sara è tornata al Sant’Anna per assumere la Ru. «È stato assurdo! Eravamo a letto in delle stanzette, è passata l’infermiera a darci una pillola e ci ha detto che dopo poco avremmo avuto l’espulsione. Ma se non ce lo spiegano, che ne sappiamo di come avviene?», racconta Sara con una risata amara. Nessuno ha detto alle pazienti come si sarebbero sentite, quali dolori, quali sintomi, quali tempistiche. «Ero in stanza con una ragazzina di 18 anni da sola che non aveva detto a nessuno di essere incinta». Poi sono iniziati i dolori, «atroci», talmente forti da assomigliare a quelli del parto. Ma almeno chi sta per partorire è preparata, ha fatto un corso, sa cosa le aspetterà, sottolinea Sara, che in preda al dolore ha chiesto un’iniezione di antidolorifico a un’infermiera: «Dopo la puntura ho iniziato a tremare come l’esorcista, avevo come delle convulsioni. C’erano ragazze che vomitavano, un’altra è svenuta. Ogni corpo reagisce a modo suo. A un certo senti di aver bisogno di andare in bagno e li ho iniziato a perdere sangue ed espellere. Quella è stata la cosa più traumatica».

«Dentro di me c’era molta tristezza e un senso di morte. Ancora adesso faccio più fatica a vivere bene le emozioni, mi sento sempre un po’ appiattita. Ho un po’ assaggiato la morte».

IL RITORNO A CASA, CON L'ANIMA VUOTA

Poi si torna a casa, con un senso di vuoto nell'anima. O almeno questo è successo a Sara. I giorni successivi all’IGV per Sara, al di là delle perdite e dei dolori fisici, sono stati psicologicamente complessi, e le ho chiesto di raccontarmeli. Perché prima di scendere in piazza con slogan pro-vita che hanno l’obiettivo di umiliare e colpevolizzare le donne che scelgono l’aborto, bisognerebbe domandarsi cosa significa per loro, per noi. «I primi giorni mi è scattata una rabbia pazzesca: ce l’avevo con il mondo, con me stessa, con il padre del bambino», racconta. «Dentro di me c’era molta tristezza e un senso di morte. Ancora adesso faccio molta più fatica a vivere bene le emozioni, mi sento sempre un po’ appiattita. Ho un po’ assaggiato la morte, dico sempre così». Un mese dopo è tornata in ospedale per controllare che l’utero fosse pulito: «Sai dove mi hanno fatto la visita? Esattamente dove fanno l’ecografia alle donne incinte. Così c’eravamo noi che avevamo fatto l’IVG e le donne con il pancione. Terribile anche questo».

«Oggi ne parlo di più, ma noto che alcune persone a cui l’ho raccontato hanno avuto un’estrema difficoltà ad ascoltarmi e non sono più tornate sull’argomento»

DI ABORTO NON SI VUOLE PARLARE

Quando chiedo a Sara se è vero che l’aborto è un tabù rispetto alla sua esperienza, se e quanto si è sentita giudicata in questa esperienza, risponde senza esitazioni: «Assolutamente». Quando scoprì di essere incinta ne parlò con il padre del bambino, i genitori e due amiche. «Ma dopo l’aborto mi sono isolata molto: non riuscivo a parlarne ma al tempo stesso nemmeno a fare finta di niente». Con il passare del tempo, quella ferita che resta dentro di lei è sempre un po’ meno viva, anche grazie al percorso di psicoterapia che sta affrontando e alla condivisione e al supporto che ha trovato in un gruppo Facebook relativo all'IVG: «Oggi ne parlo di più, ma noto che alcune persone a cui l’ho raccontato hanno avuto un’estrema difficoltà ad ascoltarmi e non sono più tornate sull’argomento». Ma un'esperienza positiva c'è stata: «D’altra parte ne ho parlato con una amica più grande che mi ha confessato di aver abortito quando aveva 19 anni: non lo aveva mai detto a nessuno». Sì, parlare di aborto è estremamente difficile. Io stessa ero in difficoltà prima di telefonare a Sara. Perché ti insegnano che è un argomento troppo delicato, che è meglio starne alla larga. Ma troppo per chi? Per chi lo ha subito o per una società bigotta? «La nostra è molto giudicante. Ancora oggi da una donna ci si aspetta che si sposi, che faccia figli, sia una brava mamma e moglie. D’altra parte la maternità è qualcosa di ancestrale per noi, il fatto di interrompere una vita ti fa sentire in colpa», dice Sara. Il primo passo però è amarsi. E grazie alla psicoterapia lei sta imparando a volersi più bene. «A tutelare prima la mia di vita, poi eventualmente quella di qualcun altro».

IL SESSO DOPO UN ABORTO, UN TABÙ NEL TABÙ

«Un’altra cosa terribile che accomuna un sacco di donne è che dopo un IVG il rapporto con il sesso cambia completamente». Alcuni mesi dopo l’IGV Sara ha avuto una storia, ma era «spaventata e terrorizzata» all’idea di avere di nuovo un rapporto sessuale. «Scrivilo», mi sollecita, «non se ne parla assolutamente». Già l’aborto è un tabù, figuriamoci del sesso dopo un aborto! Le chiedo di spiegarmi cosa è scattato nella sua mente e nel suo corpo prima di avere di nuovo un rapporto: «Da una parte la paura di rimanere di nuovo incinta, dall’altra non mi permettevo godere. Siccome avevo concepito il bambino in un momento di piacere, mi vietavo di riprovarlo». Come una punizione inconscia auto-inflitta.

SE ANCHE LO PSICOTERAPEUTA GIUDICA

Prima dell'esperienza al Mandorlo Sara era seguita da uno psicoterapeuta, tra l'altro molto noto a Torino, che non ha mai più visto né sentito dopo avergli comunicato della gravidanza. «Quando arrivai in seduta dicendo che ero rimasta incinta mi prese a pesci in faccia: si arrabbiò dicendo che non avevo tutelato me stessa… Io ero innamorata follemente di quell’uomo che continuavo a proteggere e lui mi diceva che era uno stronzo». Sara si era presentata in studio per la sua seduta settimanale semplicemente raccontando l’accaduto. Non aveva ancora deciso cosa fare. «Ma lui mi ha fatto sentire una povera stupida rimasta incinta di un cretino sposato con una figlia». Sara non ha avuto dubbi, e ha scaricato il suo terapista.

UN DOLORE CHE VA ELABORATO

Insomma, l’aborto è doloroso. Ha conseguenze emotive ingombranti e a lungo termine. Non è una passeggiata né un capriccio. Non è un gesto a cuor leggero di una donna cinica o egoista. «Io stessa pensavo che sarebbe stato un’esperienza più leggera. Oggi a posteriori dico che bisogna davvero fare tanta prevenzione». Poi, riflette Sara, lei ha 31 anni, ha molta consapevolezza sul tema e sta affrontando un percorso di psicoterapia che non tutte possono permettersi, per questo crede che sia necessario attivare dei percorsi gratuiti. «Ho letto di donne che non avevano mai elaborato la cosa ma che dopo anni avevano delle crisi d’ansia e panico. Tenersi questa roba dentro per sempre non è possibile».

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