12 Dicembre Dic 2018 1820 12 dicembre 2018

Perché il governo mette in pericolo i diritti delle donne

Ce lo spiega Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna: «Nega le evoluzioni degli ultimi 30 anni. Ci riconduce ad una concentrazione del potere al 'maschio bianco capofamiglia autoctono'».

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Differenza Donna Elisa Ercoli

Il tema della violenza maschile sulle donne ha solo una cosa di spaventosa efficienza: i femminicidi. Il numero di casi nei quali un uomo decide di mettere fine alla vita di una compagna, una moglie o un ex è implacabile. Non è altrettanto efficiente la politica italiana che negli ultimi dieci anni, pur con qualche miglioramento sul piano delle risorse a disposizione per il Piano nazionale antiviolenza, non riesce proprio a mettere in campo strumenti e procedure adeguate a fermare un fenomeno impressionante. I numeri su questo sono implacabili e impietosi. La cosa che più colpisce è come l’Italia pur avendo ratificato all’unanimità in Parlamento la Convenzione di Istanbul, documento di straordinaria validità e completezza sul tema, sia ben lontano dall’applicarla. Per avere un quadro della situazione abbiamo chiesto ad Elisa Ercoli, presidente della Ong Differenza Donna, quale sia lo stato dell’arte dal punto di vista di chi ogni giorno opera sul campo. La Ong con sede a Roma affronta a 360° il tema della violenza sulle donne e nel 2016 Differenza Donna ha ottenuto lo status consultivo speciale presso ECOSOC, il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. «Sappiamo di avere una enorme responsabilità quando operiamo e lo facciamo con passione e determinazione da quasi 30 anni: proprio a maggio arriveremo a questo traguardo, che per noi sarà però solo un nuovo punto di partenza proiettato verso un cambiamento culturale che deve essere il vero traguardo. Abbiamo case di accoglienza, una casa per le vittime di tratta, uno sportello e l’Osservatorio sulle violenze agìte sulle donne con disabilità, ma ciò che sappiamo di dover fare con ancora più forza, è far sì che il valore delle donne divenga davvero protagonista in ogni ambito sociale e politico, perché senza le donne sono in pericolo i diritti di tutti».

DOMANDA: La vostra Ong è stata durissima con questo Governo, definendolo «razzista, sessista e classista». Su quali punti ritenete che questi tre giudizi trovino fondamento?
Il ddl Pillon, il decreto sicurezza, il ddl sulla legittima difesa, e molte altre iniziative di questo governo pongono il discorso politico in una cornice culturale che rafforza il pensiero unico androcentrico, occidentale, sovranista e liberista. Infatti nega e non tiene conto delle tante elaborazioni ed evoluzioni culturali degli ultimi 30 anni e ci riconduce ad una concentrazione del potere al «maschio bianco capofamiglia autoctono».

Non è solo un problema di differenze di genere quindi?
Tutte le differenze: di genere, di origine culturale, religiosa, di orientamento sessuale, di classe vengono disconosciute perché rimesse all'interno di un ordine del sistema dato, dove il soggetto riconosciuto sta nelle norme assegnate. Per raggiungere poi l'obiettivo principale, ridare ordine al sistema imperante, è disposto a negare funzionamento e organizzazione del sistema democratico: il matrimonio diventa indissolubile, l'aborto negato, la violenza maschile contro le donne inventata, i giudici non più garanti della Giustizia, ma i mediatori familiari all'interno del sistema privato quindi a pagamento.

Il governo ha varato un bollino rosso perché le vittime di violenza siano sentite entro tre giorni dai pm, il Sottosegretario Spatafora non si è mostrato favorevole al ddl Pillon. Pensa che questo Governo possa accogliere le richieste del movimento femminista italiano e dei centri antiviolenza?
Il bollino rosso non introduce niente di nuovo, se non una 'sigla' facile da riportare nei giornali per fare propaganda così come già dichiarato dall'ufficio legale di Ong Differenza Donna. Il problema che abbiamo nei percorsi di sostegno alle donne in uscita dalla violenza è quanto le istituzioni, le operatrici e gli operatori del diritto, della salute, e società civile siano realmente capaci di credere alle narrazioni delle donne. Nella maggior parte delle volte la violenza narrata dalle donne è sottovalutata nelle forme e nel grado di pericolosità. E questo spesso accade a causa di stereotipi e pregiudizi patriarcali che ne impediscono il riconoscimento e una corretta valutazione.

Cosa serve al momento al contrasto alla violenza maschile sulle donne?
Servono politiche sistemiche che partano dalla prevenzione per arrivare alla formazione, protezione e persecuzione coinvolgendo tutti i soggetti della rete antiviolenza. Questo per avviare un radicale cambiamento culturale delle società patriarcali globali che proprio oggi, a causa dei passi avanti realizzati, reagisce aggressivamente volendo riaffermare un sistema sociale medievale. Nel Governo, il Sottosegretario Spadafora rappresenta la punta più avanzata su questi temi e per questo, non so quanto coscientemente, è stato posto a capo del DPO presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Avete lanciato per il 25 novembre un Osservatorio sulla Disabilità: perché i dati sono così importanti?
Sono fondamentali per lo studio delle società. Senza dati ciascuno può dire quello che vuole, gli osservatori sono diversi e lo stesso fenomeno può avere letture differenti. Con l'ISTAT e con Linda Laura Sabbadini ci siamo sempre spese perché il nostro Paese rispondesse agli obblighi internazionali che ci chiedono di avere indagini permanenti, continue, sulla violenza al fine di conoscere sempre meglio l'evoluzione del fenomeno, misurare le aree di criticità e gli strumenti a sostegno delle donne bambine e bambini in uscita dalla violenza.

Quindi anche in Italia in materia di dati relativi alla violenza di genere la situazione è problematica?
Il governo precedente ha siglato un accordo DPO-ISTAT e infatti è in via di realizzazione un’indagine che sarà certamente molto utile al discorso pubblico. I dati servono anche a fissare delle verità assolute: le donne sono le più povere in Italia, soprattutto quelle che abitano nel meridione; le donne sono uccise da uomini, gli uomini uccisi sono uccisi da altri uomini nella stragrande maggioranza dei casi; le donne vengono uccise a seguito di anni di maltrattamenti; il maltrattamento è la violenza più diffusa contro le donne. Forse è per queste 'verità' che è difficile averli…

Cioè, c’è una resistenza ad avere numeri perché direbbero della gravità 'strutturale' del fenomeno?
Non solo. Avere dei dati significherebbe abbattere tanti pregiudizi cavalcati invece da questo Governo, come ad esempio che la separazione impoverisca più gli uomini delle donne, che le donne uccise l'anno siano quanto gli uomini uccisi e quindi non c’è una violenza maschile ma una violenza in genere; oppure che gli uomini diventano violenti perché le donne chiedono la separazione; i migranti sono un problema per la sicurezza delle donne. Tutti pregiudizi patriarcali impossibili da sostenere in un sistema in cui i dati siano garantiti da ricerche solide e continue nel tempo.

A proposito, lo sapevate che di tutte le ricerche sociali dell’Istat, istituto Nazionale di Statistica pagato da noi cittadine e cittadini, quella sulla violenza sulle donne è l’unica non è prevista in maniera strutturale? Guarda un po’ le coincidenze…

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