7 Dicembre Dic 2018 0800 07 dicembre 2018

Donatella Massimilla ha vinto l'Ambrogino d'oro per il suo impegno con le donne detenute

Lavora nei luoghi reclusi e da 25 anni oltre le sbarre di San Vittore. E come regista teatrale permette di raccontare storie alle carcerate. Per rompere gli stereotipi. L'intervista.

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Donatella Massimilla

Donatella Massimilla (foto Cinzia Pedrizzetti).

Aveva cinque anni quando suo padre le regalò il primo teatrino di marionette, 15 quando calpestò per la prima volta le assi del palcoscenico e 27 quando iniziò a calcare i palchi delle principali galere italiane ed europee. Si chiama Donatella Massimilla la regista che ha scelto di lavorare nei luoghi reclusi e da 25 anni oltre le sbarre di San Vittore: «Molti potranno dire di me che sono un Don Chisciotte che va contro i mulini a vento, invece, nel mio piccolo, credo di avere costruito delle utopie concrete». ci ha confessato la direttrice artistica, in procinto di concretizzarne ancora una. E tutto grazie alla Commissione per le civiche benemerenze del Comune di Milano che, il 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, ha deciso di spezzare una lancia a favore di coloro che hanno saputo donare un contributo speciale alla città, insignendoli dell’Ambrogino d’Oro. E non allo scopo di conferire un attestato a chi di premi ne ha già ricevuti, ma per celebrare tutte le persone, donne e uomini, associazioni e organizzazioni che, come lei, hanno saputo fare grande il capoluogo lombardo. Nella fattispecie, indirizzando i propri progetti artisti verso i «luoghi altri». Quelli della marginalità. Del disagio. Delle donne abusate. Dei minori a rischio. Quelli psichiatrici. E attraverso quale eloquente linguaggio se non quello teatrale che, con la sua impalpabile leggerezza, tipica del suo stile, desidera far sorridere nonostante la tragedia?. Una cosa è certa, la «mamma» del CETEC, Centro europeo teatro e carcere, e le «sue» detenute, il sorriso non l’hanno mai perso, tantomeno in questo giorno, cui l’unico elogio che hanno assicurato voler donare alla città Ambrosiana, e alla sua arte del saper accogliere, è un sentito grazie.

DOMANDA: Come ha vissuto questa nomina?
RISPOSTA.
Da romana di nascita a milanese d’adozione mi è sembrato un momento veramente bello di appartenenza a una comunità. Trascorro molto tempo nel cuore di Milano, a San Vittore, e grazie a questo Attestato il mio legame a questa metropoli è sancito in maniera ancora più profonda. Oltretutto abito, nella cosiddetta Chinatown, un quartiere multietnico, che mi fa sentire costantemente cittadina del mondo e parte di una Milano sempre più globale e contemporanea.

A proposito di contemporaneità, il suo viaggio continua, non solo dentro San Vittore ma anche fuori. Da qualche giorno è in visita con le recluse nelle scuole per promuovere il progetto Le Sedie, contro la violenza di genere.
Ci ispiriamo a storie che leggiamo sui giornali e le trasformiamo in momenti di narrazione o in monologhi che, accompagnati da musica e canzoni, danno vita a un linguaggio emozionale talmente diretto da non poter essere dimenticato. Il nostro è un tour itinerante formato da una piccola comunità costituita da artisti e da attrici detenute (e non), che intende parlare soprattutto ai giovani. Perché parlare vuol dire prevenire, e seminare il rispetto significa salvare la vita a qualcun altro.

Eppure assistiamo a una catena smisurata di femminicidi…
Purtroppo è un fenomeno in crescita, in particolare in Lombardia dove le donne sono più autonome e indipendenti. E siccome non esistono femminicidi di serie A o di serie B, nell’ultima edizione de Le sedie abbiamo citato molteplici dei 114 nomi, alcuni noti e altri meno noti, di donne rimaste vittime nell’ultimo anno.

Tanto è vero che i suoi spettacoli sono tratti da storie reali (talvolta le loro), o da frammenti d’episodi che s’ispirano al vissuto delle stesse recluse.
Racconti che non bisogna dimenticare incontrano sempre grandi trame teatrali e che s’intrecciano a biografie di donne straordinarie e non.

Oltre a Frida, qual è stata la donna di maggiore ispirazione per la sua arte?
Sono state diverse, a partire da Alda Merini, spesso venuta a San Vittore a raccontarsi e fumare… Ma in ogni caso parliamo di storie di donne scritte con il cuore da donne la cui vita è stata graffiata dal dolore. Il mio sogno nel cassetto sarebbe ricomporre con le attrici detenute in modo molto odierno un affresco di grande speranza e rinascita tutto al femminile.

Una detenuta in cella che indossa una maschera. (Foto Cinzia Pedrizzetti).

Anche la sua è una storia di rinascita?
È un tema a me molto caro, risale agli anni della mia infanzia vissuta dai nonni materni in un piccolo paese Arbëreshë della Calabria. Una comunità rurale molto matriarcale e solidale. La voglia di condividere attraverso la narrazione e l’oralità, la testimonianza della forza di queste donne è una cosa che mi è rimasta dentro. Questo spiega l’amore verso quel mondo femminile le cui realtà sono fortemente stigmatizzate dalla sofferenza. Frida, la vagabonda romana Antonella Chitò che si rifà una vita, o l’arrestata che risorge dalle sue stesse ceneri, sono parte essenziale del mio repertorio.

Parliamo quindi di un gentil sesso capace di scardinare schemi e pregiudizi. È questo ciò che interessa maggiormente alla sua arte, rompere gli stereotipi?
Esattamente. Il mio non è un teatro tradizionale improntato su una recitazione di tipo accademico o di parola e basta. Le parole sono poetiche ma lo spettacolo che creo è basato sul linguaggio delle emozioni, su una reinvenzione di corpi e di voci che trasmettono messaggi profondi legati prevalentemente al femminile.

Ha lavorato sia nella sezione maschile sia in quella femminile. Che cosa diversifica questi due universi?
Sono interessanti entrambi, anche se nei luoghi di reclusione è molto più difficoltoso lavorare con le carcerate: a differenza dei maschi vivono un forte senso di negazione del proprio corpo che va risvegliato attraverso un lungo lavoro legato al movimento e alla danza, capace di rimettere in gioco la loro energia vitale, le loro voci.

Che rapporto ha con le detenute?
Il nostro è un incontro. Mi sento in forte comunicazione, anche se non dimentico il luogo in cui mi trovo. Uno spazio dove il tempo è sospeso e dove la loro stessa vita è sospesa. Ma l’esperienza mi ha insegnato che se questo «intervallo» è speso in modo proficuo – e qui, tanto dipende dall’impegno di ogni singolo detenuto – può essere riempito di affinità, emozioni e progetti. In fondo, tutto questo tempo per ricostruirsi, là fuori, nel mondo, non c’è.

Che cosa le ha insegnato questo lavoro che non si aspettava?
Una grande pazienza e il senso dell’attesa. Per loro è l’attesa dell’uscita per me è l’attesa di creare qualcosa di bello.

Nel corso della sua carriera, quali sono stati gli incontri più importanti?
Di sicuro quelli con i grandi maestri di teatro. Da Grotowski a Barba, da Strehler a Dario Fo. Averli avuti vicini, alcuni testimoni del nostro lavoro dentro le mura del carcere, ci ha davvero toccato. Fosse solo per il modo con il quale hanno saputo valorizzare con parole rivoluzionarie la nostra arte. Comunque, indimenticabile è pure condividere con le detenute quegli attimi in cui dopo tanti anni di reclusione vengono a contatto per la prima volta con i palcoscenici «di fuori».

«Felice è colui che ha trovato il suo lavoro». Lei, il suo l’ha trovato. Ma se non avesse fatto la regista, oggi sarebbe…?
Considerata la mia grande passione per cinema, arte e pittura, avrei potuto essere una pittrice. D’altronde che cos’è il teatro se non il dipinto su tela bianca di un disegno irripetibile? Ecco, probabilmente mi sarebbe piaciuto possedere un linguaggio artistico meno effimero e più riproducibile. Ma come diceva Shakespeare «siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni».

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