3 Dicembre Dic 2018 0800 03 dicembre 2018

Martina Caironi: «La disabilità non è un limite»

Atleta paralimpica, ha subito l’amputazione di una gamba e trovato nello sport un motivo per reagire. Ma nella Giornata internazionale dice: «Le barriere architettoniche sono ancora troppe».

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Martina Caironi Giornata Disabilità

Una corsa a ostacoli dove alla fine non esistono medaglie ma la vittoria è solo quella di riuscire a cavarsela da soli. La vita delle persone disabili pur essendo migliorata sotto numerosissimi punti di vista, è ancora in salita a causa di barriere fisiche e mentali che se si è donne possono essere ancora più difficili da abbattere e delle quali oggi più che mai, in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, è necessario parlare. Una sfida che dal 2007 sì è trovata ad affrontare anche Martina Caironi, campionessa paralimpica di atletica che a seguito di un incidente ha subito l’amputazione di una gamba e ha trovato nello sport un motivo per reagire. Allegra e sempre pronta a nuove sfide, è inoltre protagonista del documentario L’aria sul viso nel quale svela anche il lato più frivolo della disabilità, come usare la protesi come porta oggetti o l’iniziale preoccupazione di non riuscire più a mettere i tacchi. Fresca del Premio Cannavò per l’atletica ricevuto nei giorni scorsi, l'abbiamo intervistata nella Giornata delle persone con disabilità: «I limiti sono solo nella nostra testa».

DOMANDA: Credi siano ancora utili giornate come questa o servirebbe altro per migliorare la vita delle persone con disabilità?
RISPOSTA: Direi che più che promuovere celebrazioni bisognerebbe scendere in piazza incazzati visto che sono ancora tantissime le cose che andrebbero migliorate.

Quali?
Ti faccio un esempio concreto, la stazione Centrale di Milano nonostante sia dotata di ascensori non è completamente priva di barriere architettoniche, soprattutto per chi si muove in carrozzina. In altri luoghi poi la situazione peggiora drasticamente, per questo dobbiamo far notare la nostra presenza e rivendicare esigenze legittime che devono esserci riconosciute.

È solo in questo modo che si arriverà a una piena normalizzazione della disabilità.
Esatto, più una persona riesce a muoversi indipendentemente e senza ostacoli, maggiore è l’accettazione da parte di chi ancora non ha familiarità con certe dinamiche. Nel mio caso quando ciò che mi sta attorno funziona, la protesi quasi la dimentico, mentre se devo usare le stampelle o superare certi ostacolo torno a pensarci.

Sei una donna che emana positività ma immagino che l’accettazione di ciò che ti è accaduto non sia stata immediata.
Ovviamente no, ho perso la gamba 11 anni fa e da allora sono stati tanti i cambiamenti, così come i passaggi interiori che ho dovuto compiere per arrivare alla serenità di oggi.

Cosa ti ha aiutato?
Iniziare a praticare sport a livello agonistico entrando a far parte del Comitato Parolimpico, e viaggiare, sia per lavoro che per passione. Conoscere il mondo mi ha fatto vedere le situazioni con occhi diversi e capire come in certi luoghi esista più rispetto e in altri meno. In Cina ad esempio non ci sono parcheggi per disabili, mentre in Austria è tutto perfettamente organizzato, così come a Londra dove le metropolitane sono molto migliori rispetto a quelle di Milano.

Facevi sport anche prima dell’incidente?
Pallavolo, ma a livello amatoriale. L’atletica è arrivata un po’ per caso e mi ha permesso di scoprire un talento e una passione che non mi sarei mai immaginata di avere.

Come è nata la tua seconda vita da atleta?
Come dico sempre è stata l’atletica a scegliere me, visto che inizialmente era una disciplina che non amavo e che il mio unico intento era tornare a correre. Poi gradatamente sono entrata in questo mondo che non ho più abbandonato.

Qual è la soddisfazione più grande della tua carriera?
La medaglia d’oro nei 100 metri T42 (categoria di chi ha un arto amputato) ai Giochi Parolimpici di Rio de Janeiro del 2016 e il doppio oro ai Mondiali di Londra nel 2017: 100 metri T42 e e salto in lungo T42.

E il prossimo obiettivo?
Le Parolimpiadi di Tokyo del 2010.

Com’è il mondo dello sport per una donna e in più disabile?
Per quanto mi riguarda non posso che dire «equo». In ambito paralimpico non ho mai visto discriminazioni di genere, sono sempre state date le stesse opportunità a tutti.

Le difficoltà però sono maggiori?
Chiaramente esistono condizioni fisiologiche che rendono la nostra carriera più difficile rispetto a quella degli uomini, come il ciclo mestruale o il desiderio di maternità. Un uomo può decidere quando vuole di avere figli mentre una donna deve quasi sempre rinunciarvi fino alla fine della carriera.

Esistono anche ostacoli legali?
Sì, il più eclatante è che in molti sport le atlete non siano riconosciute professioniste, mentre i colleghi maschi sì: questo genera una grandissima discriminazione visto che non tutte possono permettersi di vivere di sport, soprattutto a inizio carriera.

L’estetica è un fattore ancora tenuto in considerazione quando si parla di atlete?
Ci sono e ci saranno sempre i commenti sul sedere delle pallavoliste ma credo che il giornalismo sportivo di qualità non cada più in questo meccanismo. Lo stesso vale per gli appassionati di sport.

Ti è mai capitato di leggere qualche parola di troppo sul tuo conto?
Qualche volta su giornali minori, che per qualche like in più devono inventarsi un titolo accattivante. Non me la sono mai presa più di quel tanto però, mi ha solo fatto tristezza.

Sei testimonial di un progetto dell’associazione Differenza Donna, il primo Osservatorio Nazionale sulla violenza contro le donne con disabilità. Di cosa si tratta?
È una causa per la quale sono onorata di prestare il volto visto che purtroppo per una persona disabile può risultare molto più difficile reagire o anche solo a riconoscere l’abuso. Proprio per questo la onlus, evidenziando tale condizione di ulteriore debolezza, da alcuni anni ha una sezione dedicata alle donne con disabilità.

Le vittime di violenza con disabilità seguite da Differenza Donna dalla metà del 2014 ad oggi sono 98. Inoltre da un questionario compilato da 450 donne e ragazze risulta che il 31% di loro abbia subito qualche forma di violenza nella propria vita, il 10% uno stupro. Non proprio un quadro rassicurante.
Per nulla, per questo sono convinta che il progetto raccogliendo e analizzando ogni anno i dati dell’emergenza, sia in grado di rendere sempre più efficaci gli strumenti di contrasto.

Questo non è il tuo unico impegno con realtà benefiche.
No, sono anche ambasciatrice del Grand Challenge ESA (Agenzia Spaziale Europea): Space and Phisically Challenged People e collaboro con la Fondazione Fontana. L’Agenzia sta lavorando allo sviluppo di tecnologie avanzate per uso spaziale da applicare nella quotidianità per migliorare la qualità vita dei disabili, mentre la Fondazione Fontana si occupa delle popolazione del sud del mondo.

La tua è quindi una vita ricca, a dimostrazione che certi episodi non debbano rappresentare un freno alla realizzazione di sé.
Proprio così, ed è fondamentale la volontà di mettersi in gioco superando anche ostacoli all’apparenza insormontabili. Al giorno d’oggi molti strumenti ci permettono di vivere al meglio ma alla fine ciò che conta è la spinta personale e la volontà di farla emergere.

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