28 Novembre Nov 2018 1817 28 novembre 2018

La fumettista Vanna Vinci racconta la graphic novel 'Io sono Maria Callas'

Una riflessione (illustrata) sulla personalità di una donna dalle passioni intense ed emblematica della «questione femminile». L'autrice ci racconta perché.

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Vanna Vinci Callas 5

Vanna Vinci è una delle più importanti fumettiste italiane. A lei dobbiamo la creazione della Bambina filosofica, personaggio misantropo e dalla forte attitudine punk, e i profili di grandi donne come Frida Kahlo e Tamara de Lempicka. Io sono Maria Callas (Feltrinelli Comics) è la nuova biografia a fumetti che si aggiunge allo studio personale dell’autrice sulla questione femminile. L’icona indiscussa dell’opera lirica è protagonista di una riflessione sul talento dell’artista, ma soprattutto sulla personalità di una donna dalle passioni intense, le stesse che l’hanno costretta a un’esistenza infelice. «Nella sua vita c’è una sommatoria di sfighe, non so che altra parola usare», spiega l’autrice, «e di sicuro un rapporto totalmente distruttivo con l’uomo».

DOMANDA: Qual è stata la genesi del libro?
RISPOSTA:
L’idea era quella di proseguire l’indagine che avevo già avviato sulla sfera femminile. Ho riflettuto a lungo su quale potesse essere un’altra immagine iconica da rappresentare dopo Frida, ed è apparsa Maria Callas.

Conoscevi già la sua vita e le sue vicende artistiche e personali?
No. Avevo però visto un documentario su di lei, e la cosa che mi aveva folgorato di più era stata la dichiarazione del direttore d’orchestra Carlo Maria Giulini, che in un’intervista diceva: «Ho lavorato con la Callas ma mi sono sempre chiesto, nella solitudine della sua stanza, se lei sapesse realmente chi fosse». Ecco, a questo non so dare una risposta.

È stato questo il punto di partenza?
Sì, e anche l’importanza del cambiamento fisico dell’artista, il dimagrimento di 30 chili che l’ha fatta diventare un’altra donna.

Per realizzare il fumetto ti sarai documentata parecchio.
Ho letto tante biografie, come quella di 680 pagine di Hanine Roussel. Ho studiato la Callas quasi all’ossessione. Il mio intento era quello di indagare la sua persona, il suo carattere. Volevo evitare di fare una cialtronata sulla musica, per me sarebbe stato impossibile e piuttosto imbarazzante.

La fumettista Vanna Vinci.

Maria Callas è ancora oggi un mito. Nel tuo libro però il personaggio dice: «Cos’è una leggenda? In fondo io credo di essere stata un vero essere umano».
Lo dichiarò in un’intervista, e aggiunse che nel momento in cui una icona del suo calibro si mostra nel suo malessere, l’ammiratore non riesce a sopportarlo, non accetta il fatto che l’artista possa avere dei deficit.

Tra i tanti personaggi interpretati dal soprano, quali sono stati, secondo te, i più rappresentativi della sua vita?
Medea e Norma hanno segnato la sua carriera. Le loro storie si sovrappongono a quella dell’artista.

Nei ringraziamenti dici: «Il motivo di questo libro è che la vita di Maria Callas mi sembra emblematica dal punto di vista della questione femminile». Ci spieghi perché?
Credo che lei non sia mai stata libera né autonoma, anche se aveva tutte le possibilità per esserlo, aveva soldi, talento e a un certo punto anche la bellezza. Ha sempre vissuto sotto scacco della madre tremenda e del marito-manager. Il suo rapporto con Onassis poi è stato completamente distruttivo, ed è rappresentativo della relazione uomo-donna.

Tu ti definisci femminista?
Assolutamente sì. Sono stata educata con questo pensiero grazie a mia madre. In seconda media avevo già letto Il secondo sesso e Dalla parte delle bambine.

Perché questa parola dà ancora così fastidio?
È difficile per me dare delle valutazioni sociali, anche perché oggi sono cambiate tante cose rispetto agli Anni '70. Credo che tutto parta dalle donne, devono capire dove vogliono dirigersi a prescindere dalle parole.

Della situazione di oggi cosa direbbe la bambina filosofica?
Che purtroppo l’essere umano non è ancora completamente andato verso la catastrofe. Ci siamo vicini però.

Quale fumetto hai letto di recente?
Non sono una grande lettrice di fumetti, perché ho paura di essere influenzata. Tendo a leggerli quando sono pronta a farlo. Di recente ho letto Born to Lose di Nicoz Balboa perché la conosco da tempo, la seguo sui social e l’ho incontrata al Festivaletteratura di Mantova. Sono contenta di averlo letto perché è bellissimo, anche se leggere delle cose così diverse dalle mie mi destabilizza.

Conosci la nuova generazione di fumettiste?
Sì. Il fatto che esista una generazione molto condita di giovani donne che si dedicano al fumetto è meraviglioso. Sono persone che si esprimono in un lavoro impegnativo e audace. Inoltre credo che si stiano inoltrando in sistemi narrativi e tematiche che i maschi non hanno indagato in questo modo. Ci sono lavori come quello di Fumettibrutti che si infiltrano in strati narrativi inesplorati, entrano in canali anche pericolosi perché si espongono con coraggio. Per me questo è miracoloso!

C’è n’è una da tenere d’occhio?
Marta Baroni e Cristina Portolano: sono bravissime.

Hai realizzato dei ritratti dedicati a importanti donne del passato. Quale altro personaggio femminile ti piacerebbe ritrarre?
Ci sto pensando, prima devo riuscire a uscire dal tunnel Callas (ride, ndr).

Non sei appassionata di opera, adori più band come i Sex Pistols. C’è qualcosa di punk nella Callas?
No. Anche se, quando cantava all’inizio della sua carriera, pare che la voce fosse talmente stramba, lo spettro fosse così ampio, da essere definita «brutta». Anche i primi spettatori dei New York Dolls si lamentavano ai concerti perché non si capiva niente. Ma non vorrei fare un paragone tra i due, per nessun motivo! (ride, ndr). Non era in nessun modo punk. Forse le sarebbe servito.

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