27 Novembre Nov 2018 1804 27 novembre 2018

Perché non abbiamo bisogno del bollino rosso proposto da Salvini

Non servono nuove misure, è già previsto dal codice di procedura penale, ci spiega l'avvocata Maria Teresa Manente: «No alla propaganda sulla pelle delle donne».

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Il copione sembra sempre quello, da decenni: il governante di turno, ministro o sottosegretario che sia, ci consegna la sua parola illuminata e preziosa in occasione di date come il 25 novembre o l’8 marzo e annuncia la «carta vincente» per sconfiggere la violenza. Sarò di parte, ma ricordo una sola ministra (Josefa Idem, di cui sono stata portavoce) aver detto che per sconfiggere la violenza serve una «task force» interministeriale che agisca con le realtà che operano ogni giorno sul campo, un lavoro strutturale e non emergenziale. Cosa che peraltro, per amor di verità, è stata poi mantenuta dal suo lavoro all’interno del Dipartimento per le Pari Opportunità. Salvini e Bonafede per non deludere la tradizione e avevano annunciato con soddisfazione l'entrata in vigore del «bollino rosso» (che porta le firme di Alfonso Bonafede e Giulia Bongiorno) per i processi di violenza domestica, stalking e violenze sessuali: ddl approvato in Consiglio dei ministri il 28 novembre. Un lancio mediatico ben studiato, se pensate che la media dei processi che le vittime devono affrontare si attesta sui cinque anni. Eppure che i due siano caduti nella tentazione propagandistica appare evidente a chi le cose le studia, le pratica e le agisce da professionista. Abbiamo sentito il parere dell’avvocata Maria Teresa Manente, responsabile ufficio legale di una delle più strutturate realtà antiviolenza italiane, la Ong Differenza Donna.

DOMANDA: Partendo dai dati, cerchiamo di capire insieme una cosa: come mai nonostante il lavoro delle Istituzioni e dei Centri antiviolenza, nonostante una sensibilità nel Paese indubbiamente aumentate, i dati sono ancora così pesanti, in tema di violenza alle donne?
Il problema della violenza maschile è una questione sociale strutturale e culturale. Le campagne di sensibilizzazione, comunque insufficienti, hanno prodotto di certo un primo risultato: progressivamente le donne denunciano prima, perché il ruolo dei centri antiviolenza è maggiormente conosciuto, perché consapevoli del pericolo in cui versano e si rivolgono alle autorità per chiedere protezione, soprattutto in fase di separazione. Tuttavia, la risposta delle autorità è inadeguata, intempestiva e disomogenea sul territorio italiano.

Perché denunciare è così difficile?
In Italia abbiamo un grande problema di credibilità delle donne in uscita dalla violenza. Non a caso nella maggior parte dei casi di femminicidio le donne avevano già denunciato, ma il pericolo è stato sottovalutato. In altri casi le donne non hanno denunciato per paura di ulteriori violenze, vivendo in un contesto sociale che ancora le colpevolizza e giustifica i maltrattanti. In tale direzione di occultamento della violenza maschile nelle relazioni di intimità va anche il disegno di legge Pillon così come altri disegni di legge attualmente depositati.

Veniamo alla proposta di Salvini, rilanciata dal ministro della Giustizia Bonafede: è davvero una soluzione questa misura del «bollino rosso» per i processi?
Non servono altre misure, non abbiamo bisogno di propaganda sulla pelle delle donne. Le leggi ci sono e ciò è stato evidenziato in ogni sede, dalla Corte europea di Strasburgo all’ONU. Il problema è la loro attuazione. Il cosiddetto bollino rosso è in realtà già previsto dal codice di procedura penale che a seguito della legge n.119/2013 prevede una corsia preferenziale di trattazione dei procedimenti per i reati di stalking, violenza sessuale, maltrattamenti. Il problema è la non applicazione di tale disposizione in tutti gli uffici giudiziari (art. 132 bis disp. Att. C.p.p.).

Quale potrebbe essere una soluzione?
Solo una formazione capace di cambiare la lettura da parte degli operatori delle Forze d dell ordine e della Magistratura potrebbe dare una concreta e puntuale applicazione degli strumenti di legge vigenti e a sostegno delle donne in uscita dalla violenza Alle disposizioni normative, si aggiungono le linee guida dettate dal Consiglio superiore della magistratura che ribadiscono la necessità di organizzare gli uffici giudiziari sul territorio italiano in modo da garantire celerità, tempestività e adeguatezza della risposta giudiziaria secondo gli obblighi internazionali.

Quindi nella parte legata alle competenze del Codice gli strumenti secondo lei sono adeguati?
Il nostro codice penale prevede pene proporzionate, a mio parere, alla gravità delle condotte che possono così essere adeguate dal giudicante al caso concreto. Il problema non è quindi la difficoltà di punire o l’assenza di leggi, ma è la sottovalutazione della pericolosità della violenza maschile, della gravità delle condotte e dell’entità dei danni provocati. Da tale sottovalutazione derivano sentenze che applicano pene irrisorie e riconoscono attenuanti negate dai fatti. E c'è un altro aspetto.

Quale?
A tutto questo si aggiunge che le donne hanno bisogno e chiedono protezione nell’immediatezza della querela: una risposta superficiale o addirittura assente delle autorità rinforza i maltrattanti che di conseguenza aggravano la loro condotta perché avvalorati nella loro pretesa di impunità. Per garantire un sistema di prevenzione e protezione efficace, ribadendo che serve un vero cambiamento culturale degli operatori di giustizia per dare la doverosa credibilità alle donne, è necessario dare piena attuazione alle norme esistenti e dotare di risorse strutturali gli uffici giudiziari. L’ipotesi di un congelamento della prescrizione dei reati danneggia tutte le parti di un procedimento penale, comprese le vittime di reato. La ragionevole durata del processo è un caposaldo della democrazia che garantisce la sicurezza dei diritti fondamentali.

L’analisi dell’avvocata della Ong Differenza Donna sembra non lasciare alcun dubbio sull’operazione propagandistica del Governo e il parere della Manente trova un consenso pressoché unanime tra le esperte del settore.

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